Il nostro giornale dà voce anche a opinioni contrarie a quelle espresse dai nostri editorialisti, perché non ci interessa avere ragione ma ci sta a cuore il bene comune. Pertanto, pubblichiamo qui sotto una lettera di Giacomo Marchi, veronese e ciclista, che non ha gradito quanto abbiamo scritto sulle piste ciclabili. Comunque, la nostra opinione resta che, avendo abbassato la velocità massima di 30 km nelle aree urbane, non serve a nulla la creazione di piste protette con cordoli di cemento all’interno delle vie cittadine.

Non sono un giornalista, ma un comune cittadino. Sono nato e vivo a Verona, sono un ciclista urbano e sportivo e ho sentito la necessità di scrivere questo articolo in risposta a due articoli apparsi recentemente sull’Adige a firma di Angelo Paratico: qui e qui.
Diversi passaggi in questi due articoli mi sono sembrati pensieri pressapochisti non supportati da dati reali, a tratti grotteschi, spesso con un taglio volto a demonizzare il ciclista, che deve solo tenere la destra e fare attenzione e che investe i pedoni sulle ciclopedonali. Si dice che “le strade cittadine servono al commercio e al lavoro prima che allo sport” assumendo che l’automobilista sta al lavoratore come il ciclista sta allo sportivo o al perditempo. E si dice ovviamente che le piste ciclabili non servono, come dice uno dei due titoli. Non ci fosse di mezzo la vita delle persone sarebbero frasi alle quali reagirei con una sonora risata. Sono invece opinioni a mio avviso pericolose perché non aiutano i lettori e i cittadini a comprendere un tema importante come quello della mobilità sostenibile e del rispetto dell’incolumità e della vita degli utenti deboli della strada. Si rischia di istigare l’avversità al ciclista e, da ciclista, ritengo che bisognerebbe fare esattamente il contrario poiché già i rischi sono alti per i coraggiosi che decidono di usare la bici nella nostra Verona. Sono pensieri che mi ricordano le parole del Ministro delle Infrastrutture e Trasporti Salvini, pronunciate in merito alle città 30: “Lasciamo lavorare chi deve lavorare, dai”. Ebbene anche io sono un lavoratore, che però non si reca al lavoro in auto ma in bici attraversando la città da nord a sud, precisamente da Quinto a Borgo Roma: 13 chilometri all’andata e altri 13 al ritorno. Spesso porto anche mia figlia piccola a scuola in bici, penso che sia molto educativo. Lo scorso anno ho percorso quasi 5000 km nel tragitto casa-lavoro, ho evitato più di 300 ore di auto e risparmiato almeno 500 euro solo di carburante (ho una modesta utilitaria a GPL), senza contare costi relativi all’usura dell’auto e potenziali sinistri. In bici impiego circa 30 minuti da casa al lavoro, le poche volte che vado in auto impiego dai 40 ai 50 minuti. Ancor prima di parlare di benefici ambientali è evidente il beneficio personale e collettivo di chi sceglie la bici per recarsi al lavoro. Su una cosa però il Sig. Paratico ha ragione: i ciclisti in città sono ancora “pochi”. A mio avviso sono “pochi” perché disincentivati dai pericoli che si corrono sulla strada oltre che da una cultura auto-centrica difficile da scardinare, di cui i due articoli del Sig. Paratico sono emblematici. Ecco perché a mio avviso le ciclabili a Verona servono eccome, per favorire il cambio di mentalità della popolazione (e quindi degli automobilisti) verso una mobilità sostenibile e, egoisticamente, per non rischiare quotidianamente la vita mia e di mia figlia.

Giacomo Marchi