(Francesca Truschelli) Un decreto del Ministero dell’Ambiente consente per la prima volta abbattimenti selettivi del lupo in modo strutturato anche in Veneto, dopo il declassamento della specie a livello europeo da “rigorosamente protetta” a “protetta”. In Veneto per il 2026 il tetto è fissato a 4 esemplari l’anno, ma secondo Tosi, europarlamentare di Forza Italia, membro della Commissione Ambiente a Bruxelles, non basta in relazione alle predazioni, in particolare in Lessinia, da anni epicentro del ritorno stabile del grande carnivoro. «I numeri su cui si basa il decreto – sottolinea Tosi – derivano da stime regionali che parlano di circa 100 lupi in tutto il Veneto. Ma sappiamo che solo in Lessinia se ne contano almeno un centinaio».

Branchi e predazioni: i dati della Lessinia
Secondo i dati raccolti negli ultimi anni dalla Polizia provinciale e dagli enti locali, in Lessinia sono presenti almeno 6–7 branchi stabili, con un numero di esemplari in costante aumento. Le predazioni denunciate dagli allevatori mostrano un trend significativo:
nel 2022 oltre 120 episodi accertati, nel 2023 circa 150, nel 2024 187 predazioni denunciate nella sola provincia di Vicenza, a fronte di una presenza stimata di circa 80 lupi distribuiti in 7 branchi.
Numeri che, secondo Tosi, evidenziano una discrepanza evidente tra dati ufficiali e realtà sul campo. «È indispensabile – ribadisce – aggiornare i censimenti regionali con strumenti più efficaci. Dai numeri dipendono le soglie di prelievo e la credibilità delle istituzioni nei confronti dei territori montani». Il decreto rientra nel più ampio piano nazionale di gestione del lupo annunciato dal ministro dell’Agricoltura Lollobrigida, che prevede una combinazione di prelievi, trasferimenti e abbattimenti, con l’obiettivo di ridurre il conflitto tra fauna selvatica, allevatori e comunità locali.

Le associazioni ambientaliste: gli abbattimenti non risolvono, anzi…
Sul fronte opposto, le associazioni animaliste e ambientaliste hanno annunciato una dura opposizione. Enpa, Lav, Oipa e Leal parlano di una misura «antiscientifica e pericolosa», sostenendo che gli abbattimenti non risolvono il problema delle predazioni e rischiano di destabilizzare i branchi, aumentando la dispersione dei lupi verso le aree antropizzate. Il WWF chiede invece di rafforzare prevenzione, recinzioni, indennizzi e misure di convivenza, ribadendo che «il lupo resta una specie protetta e fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi».
Preservare la specie è e deve restare un obbligo. Ma pensare che il lupo possa coesistere con l’uomo nei centri abitati senza arrecare danni rischia di essere un’utopia. Così non si tutela né il benessere dell’animale, il cui vero habitat è la zona montana, non la collina o i paesi, né la sicurezza del cittadino, in particolare di chi possiede allevamenti o animali da compagnia all’interno della propria proprietà, sempre più spesso vittime delle predazioni.
Ci sono voluti anni per arrivare a questa soluzione, ma viene spontaneo chiedersi: non esistevano alternative? Possiamo davvero pensare che l’uccisione sia la risposta, considerando la presenza di molti lupi non censiti e la capacità di questi animali di spostarsi su lunghe distanze?

La domanda centrale, forse, dovrebbe essere un’altra: perché il lupo è stato costretto a scendere a valle e nei centri abitati per nutrirsi? Cos’è cambiato nell’ecosistema montano per spingerlo ad abbandonare il suo ambiente naturale? È possibile ripristinare un equilibrio che consenta ai lupi di tornare a vivere stabilmente in montagna?
Interrogativi legittimi per chi ama gli animali e vuole preservarli, ma non li ammette nelle zone abitate e non consone alla loro natura. Siamo sicuri che l’abbattimento sia l’unica soluzione o è arrivato il momento di interrogarci seriamente su quanto è cambiato l’ecosistema negli ultimi decenni e su come riportare la natura al suo posto, in equilibrio e a pieno regime?
