Due facce della stessa povertà

(Alberto Lorusso) Ho letto un’intervista a Nino Spirlì, pubblicata su Il Giornale. M’è sembrata una lunga, quasi ostinata ricerca della provocazione. Ma non di quella che punge, che apre una crepa, che costringe a pensare. Piuttosto una provocazione stucchevole, ripetitiva, prevedibile. Insomma, più patetica che scandalosa: mi pareva avesse il sapore del bambino che dice “culo”, per attirare l’attenzione degli adulti.Ed è proprio questo il punto.

Si dice spesso – soprattutto in certi ambienti – che “non si può più dire niente”, che siamo prigionieri di un linguaggio sorvegliato, sterilizzato, amputato. È una lamentela ormai rituale, quasi automatica, spesso sintetizzata nel mantra secondo cui “il politicamente corretto ha rotto i coglioni”. Eppure, a ben vedere, lo stesso giudizio può essere rivolto al suo contrario speculare: il politicamente scorretto a tutti i costi. Sono entrambe scorciatoie. Sono entrambe posture. Soprattutto in ambedue i casi, si evita il merito delle questioni serie. Il dibattito sul linguaggio, così come viene condotto oggi, è diventato sterile, autoreferenziale, insignificante: non parla più della realtà, ma solo di sé stesso. 

Principalmente sembra servire a segnalare appartenenze: da una parte i custodi della purezza lessicale, dall’altra i ribelli del turpiloquio esibito, la rivendicazione del diritto di offendere. In mezzo, il vuoto. Eppure il linguaggio è importante. Ma non per le parole in sé: una persona può essere rozza, poco istruita, priva di raffinatezza espressiva, e tuttavia dire cose sensate, vere, persino profonde. Allo stesso modo, si possono usare parole impeccabili, inclusive, certificate, e nascondere dietro di esse disprezzo, violenza, cinismo: le teorie delle razze e delle supremazie insegnano.

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Il punto non è la parola. Il punto è l’intenzione che la muove. Le parole sono un’eco, ma ciò che davvero percepiamo e che conta è quello che vi sta dietro: l’atteggiamento, il rispetto, o la sua assenza. Le parole che ci risultano sgradevoli non sono tali in sé, ma per ciò che rivelano, per ciò che tradiscono al di là del suono. È lì che nasce il disagio, non nel dizionario.
Se una parola ruvida – persino una parola sbagliata – viene pronunciata da chi non padroneggia bene la lingua, magari uno straniero, al massimo può strappare un sorriso, ma non ferisce, non umilia, non crea distanza.

Diverso è quando il linguaggio diventa uno strumento di esclusione, di aggressione, di dominio, di astio. E ciò è grave non perché contiene una parolaccia, ma perché tratta l’altro come un oggetto, non come una persona. D’altro canto, le leggi razziali erano scritte in un Italiano ineccepibile, eppure facevano ribrezzo. Per questo le parole che offendono non andrebbero “vietate” in quanto tali – idea ingenua e autoritaria – ma comprese nel loro effetto: quando costruiscono muri, quando allargano distanze, quando spezzano il ponte che ogni comunicazione dovrebbe tentare di gettare verso l’altro.

Dobbiamo ricordarci di un fatto essenziale: non esiste un diritto di umiliare, di escludere, di emarginare. Il problema reale non è se si possa parlare in un certo modo o meno: il problema è ciò che sta dietro il modo in cui si parla.  Di una cosa, oggi, abbiamo un disperato bisogno: farci grazia dell’isteria. Abbiamo bisogno di levarci di mezzo le nevrosi, di smettere di avere la presunzione di minimizzare, semplificare, banalizzare il pensiero altrui, riducendolo magari a pochi aspetti superficiali.

Fermarsi a stilare un elenco di parole proibite il cui uso rende appestati e di altre che, invece, canonizzano e lanciano nell’empireo degli spiriti nobili è una baggianata. È insopportabile l’idea che possa venire distribuita una sorta di patente morale, tramite l’esame mediante algoritmo delle parole impiegate da qualcuno. È un approccio da talent show, in cui i primi due secondi decidono se supererai la selezione o meno: è un metodo di valutazione superficiale, leggero, fatuo.

Con una differenza: questo non è uno spettacolo. Qui, ne va della vita reale. Dobbiamo riappropriarci della profondità. La parola, in sé, può essere significativa solo se c’è qualcosa dietro. Io sono disponibile a stigmatizzare una parola sbagliata, quando dietro vi è un concetto sbagliato. Ed allo stesso modo sono disponibile a condannare una parola ineccepibile, se viene spesa a supporto di un’idea sbagliata. Il dibattito sul politicamente corretto o scorretto è un falso problema: la cattiveria ammantata dietro espressioni soavi va condannata. Più ancora, quella che faccia il paio con un linguaggio violento.

Il politicamente corretto ed il politicamente scorretto restano due estremi che si alimentano a vicenda, due tic ideologici che fanno rumore, disturbano l’attenzione e la distolgono dai temi che davvero contano: il potere, la giustizia, la diseguaglianza, la responsabilità, la libertà. In fondo, questo dibattito assomiglia più ad una discussione su chi abbia cantato meglio a Sanremo o su chi sia più brava o più bella tra due soubrette. Una conversazione che non serve a niente. Diciamolo apertamente: sono entrambi una scemenza quando diventano identità.

Io rifuggo dall’idea che ci si debba iscrivere al gruppo di chi è orgoglioso di usare parole sgarbate od a quello di chi considera normale, non appena sente una delle parole proibite, smettere di ascoltare e partire con un’invettiva. Sono due modi di fare entrambi sciocchi.

Chi usa parole violente o sgradevoli non è un “ribelle del linguaggio”: è semplicemente un idiota. E non c’è nulla da rivendicare, né da nobilitare. In questi casi, il problema non è ciò che dice: il problema è che non ha niente da dire. Un rutto a tavola è e resta un rutto: fa schifo e non si fa. Chi difende quest’usanza non è un paladino, è uno zotico. E chi perde tempo a dare del cafone a quello, scende al suo stesso livello.

A me, di parlare di rutti, non interessa. Forse è tempo di tornare a una cosa molto più semplice e molto più difficile: parlare per dire qualcosa, non per farsi notare. E giudicare le parole non per come suonano, ma per come trattano gli esseri umani.