(Angelo Paratico) Si dice che Salvatore Quasimodo (1901-1968) scrisse una sola poesia che tutti conoscono, ed è quella ispirata al Salmo 137 della Bibbia. Diremmo però che si tratta più di un plagio che di un’ispirazione. Nel 1959 ebbe il Premio Nobel per la letteratura, ma “nessuno sa bene perché” come scrisse Giuseppe Prezzolini nella sua Storia tascabile della letteratura italiana. Quasimodo era noto più come traduttore che come poeta.
Ecco la poesia di Salvatore Quasimodo, dalla raccolta Giorno dopo giorno
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Ecco ora una parte del Salmo 137, preso dalla Bibbia e noto come Il Canto dell’Esule. Le ultime parole non vengono mai lette in chiesa, essendo di una grande violenza: Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro a una pietra, che dev’essere stato l’origine del figlio crocifisso al palo del telegrafo di Quasimodo.
Ecco Il Canto dell’Esule dalla Bibbia:
Lungo i fiumi di Babilonia,
là sedevamo e piangevamo
ricordandoci di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre,
perché là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
allegre canzoni, i nostri oppressori
La poesia di Quasimodo viene usata come ricordo della Resistenza, alla quale Quasimodo mai partecipò. Nel 1940, a guerra iniziata, scrisse per la rivista Primato grazie al ministro Giuseppe Bottai. Negli anni successivi gli fu rimproverato di aver sostenuto l’uso del voi con un intervento su un numero monografico del 1939 della rivista Antieuropa e di aver inoltrato una supplica a Mussolini affinché gli venisse assegnato un contributo per poter proseguire l’attività di scrittore. Negli anni di guerra si dedicò alla traduzione del Vangelo secondo Giovanni, dei Canti di Catullo e dell’Odissea. Nel 1945 s’iscrisse al PCI, come fecero molti ex fascisti della variante canguri giganti dove resterà per un paio d’anni in attesa del passaggio della buriana.
Quasimodo, secondo la testimonianza dell’ultimo grande amore di Giuseppe Ungaretti (1888-1970) la italo-brasiliana Bruna Bianco, che oggi ha 86 anni, fece in modo che il Nobel non fosse mai assegnato al suo nemico Ungaretti, mostrando agli accademici svedesi un libro di Ungaretti con la dedica a Mussolini. La storia fra Ungaretti e la Bianco ricorda un po’ quella avvenuta fra Ernest Hemingway e la veneziana Adriana Ivancich.
Ungaretti e la Bianco si incontrarono alla Ca’ d’oro, un albergo di San Paolo, i cui proprietari erano veronesi. Bruna Bianco aveva 26 anni, era nata a Cossano Belbo e Ungaretti di anni ne aveva 78. Lei da dieci anni viveva in Brasile e lavorava per l’azienda vinicola del padre. Scriveva poesie e oggi divide il suo tempo fra Pietra Ligure e il Brasile. Non sapeva nulla di Giuseppe Ungaretti ma amava sentir parlare italiano. Aveva letto sul giornale che era un poeta e decise di conoscerlo. Entrò nel suo albergo, e fu un colpo di fulmine! Ricorda: “Lo stavo aspettando nella Hall. Come entrò, non capii cosa mi stesse accadendo. Parlammo per un’ora, mi invitò a colazione, mi chiese il numero di telefono”. Gli diede il telefono della casa vinicola. “Poi mi abbracciò e mi accompagnò con un lungo gesto delle mani. Tutto il mio corpo fu solcato da una lunga, intima vibrazione, da un piacere sensoriale che non avevo mai provato”.

Fu per lei come avere incontrato Omero in persona, uscito dall’Ade e ne fu affascinata: “Avevo conosciuto un uomo così totale che, pensai, avrei potuto presentarlo immediatamente a mio padre per annunciare che intendevo sposarlo. Ero turbata. Nessuno mai che mi avesse fatto vibrare così follemente al tocco”. Seguirono tre anni di passione con rari incontri: sei in tutto, 3 in Brasile, 3 in Italia. Non fu un amore platonico ma anche carnale. Bruna ricorda che aveva delle mani bellissime e che la sua pelle profumava come quella di un bimbo appena lavato. Scrissero insieme le poesie di Dialogo e sognarono insieme, e alla fine pensarono al matrimonio. Serviva un’abitazione ma Ungaretti abitava con la figlia e il genero, occupando una stanzetta nel loro appartamento all’Eur, non era certo ricco, ad onta della fama e della popolarità conquistata con le sue straordinarie letture televisive dell’Odissea”. Sperava ancora nel Nobel (ne parla diffusamente con Bruna), per poter avere i soldi per acquistare una casetta a Capri ma il premio non venne mai, grazie a Quasimodo.

Bruna dice: “Ci eravamo promessi che se il nostro amore si fosse allentato, non ci saremmo più scritti”. I loro rapporti cessarono e lei divenne un famoso avvocato brasiliano e creò una sua famiglia. Ungaretti le aveva scritto che era un soldato e voleva solo che la sua Bruna fosse felice, il resto non importava.
La corrispondenza tra Ungaretti e il critico e traduttore francese Jean Lescure è riemersa qualche anno fa, ecco la prova della disistima di Ungaretti per Quasimodo, che lo definiva: «Un pappagallo e un pagliaccio». Sottolinea come i suoi meriti antitotalitari fossero stati ampiamente retrodatati: «Ha collaborato per vent’anni alle riviste fasciste di più stretta osservanza…e i suoi poemi sulla Resistenza vennero scritti dopo la fine della Resistenza, molto tempo dopo, perché era la moda”.
Terribili sono le parole riservate all’istituzione voluta dall’inventore della dinamite: «Tu sai che chi attribuisce il Nobel sono quattro poeti ridicoli. Gli altri sono uomini di scienza e il più cretino dei quattro è il segretario permanente. Hai compreso la serietà del Nobel? La merda che è in realtà il Nobel?”.
Parole dure ma non prive di una certa dose di verità. Infatti erano risapute da tempo le resistenze degli accademici svedesi riguardo alla possibilità di premiare Jorge Luis Borges, perché in anni giovanili non era stato apertamente ostile alle dittature fasciste. Tempo fa un lavoro scientifico del professor Tiozzo, miglior osservatore italiano delle cose nobelistiche, sulla base dei verbali dell’Accademia è giunto a dimostrare come Ezra Pound, giunto sulla soglia del premio, venne fermato per via delle sue posizioni politiche di aperta simpatia per l’ideologia mussoliniana. E a Ungaretti fu negato il Nobel perché Quasimodo aveva segnalato agli accademici di Stoccolma la presenza di un suo libro con una dedica a Mussolini.
Si potrebbe ricordare la favola della volpe che non arriva all’uva, ma a Ungaretti serviva la grossa cifra del premio, non certo la fama, che gli avrebbe permesso di portarsi la sua bella Bruna a Capri e poi vivere su quell’isola, come Ulisse ritornato da Troia.
