(Angelo Paratico) La notte tra il 25 e il 26 gennaio 2026 a Niscemi la terra si è mossa. Siamo nel cuore della Sicilia sud–orientale, su colline di argille e sabbie segnate da frane antiche e recenti. In questo scenario, il maltempo innescato dal ciclone mediterraneo “Harry” ha fatto il resto. Si son fatti riferimenti alla frana che causò la tragedia del Vajont, ma non esiste alcuna attinenza fra le due cose.
Giovanni Enrico Bartels riportò le osservazioni del siracusano Cavalier Saverio Landolina-Nava, archeologo, destinate al Principe di Caramanico, viceré di Sicilia. Il Landolina che usa la parola cosma per sisma, fu chiamato a mettere per iscritto quel che accadeva. Stranamente parve riportare fatti più attinenti ad attività vulcanica sotto al territorio di Niscemi, delle quali non risulta altrimenti traccia e son da ritenersi dunque frutto di suggestione.

“Comunicatomì dappoi il risultato delle fatiche ed osservazioni del prelodato Cavaliere, ho preso l’ardire di pubblicarlo in questi fogli”, scrive Barteles. Racconta che la sera del 18 marzo 1790, “Tutti gli abitanti di Niscemi udirono un lungo sotterraneo mugito che gli sbigottì”. Questo rombo cupo segnò la frana imminente. La sera dopo, “nel giorno 19 Marzo verso l’ore 17 e mezzo, essendo l’aere tranquillo e serenissimo, da molte persone fu sentita una leggiera scossa”. Molti non se ne accorsero subito, perché erano nelle case a celebrare San Giuseppe, ma poco dopo il fenomeno divenne evidente. “Rivolgendo allora gli occhi verso il costato della montagna, osservarono una lunga fenditura che allargavasi, dividendosi le terre che lentamente abbassavansi”. Alcuni operai impegnati nella costruzione di una conserva d’acqua compresero il pericolo soltanto quando “videro aprirsi in più pezzi la fabbrica già fatta”. “Gaetano Amato si sovvenne d’esser caduto in una di tali aperture sino a mezza vita mentre correndo cercava salvarsi”.
Dalle spaccature esalava un calore tanto eccessivo che Pasquale di Orazio, mietendo fieno, fu costretto asciugarsi colla manica della camicia il sudor che grondavagli dal volto”. Al disagio del calore si unì un sinistro odore di zolfo, che se oggi ci fa intuire la presenza di sostanze sotterranee infiammabili, nell’immaginario collettivo dell’epoca fu subito ricondotto al demoniaco, come ricorda l’avvocato D’Alessandro. Il terrore si diffuse rapidamente nella popolazione, che “temendo una maggior rovina tutti atterriti abbandonarono le case, invocando tumultuariamente l’ajuto de’ Santi, non credendosi più sicuri ne’ luoghi aperti”. Le fenditure crescevano sempre più: “in altri luoghi le terre sottoposte aveano le fenditure larghe sino a dieci e più palmi, a segno che gli uomini fuggendo non poteano con un salto passarle”. Alcuni restarono intrappolati tra gli squarci, altri dovettero costruire passaggi di fortuna con tavole e travi. Mentre vaste porzioni di suolo sprofondavano, in altri punti la terra si sollevava. Nella contrada di Conciaria, “videsi alzarsi una collinetta… che seguitò più ore finché fu sollevata quasi all’altezza di cinquanta palmi”, aprendosi in più parti nella sua superficie.

Anche le acque subirono mutamenti: “molte disgrazie soffrirono i proprietarj di quelle terre per le acque che mancarono”; alcune sorgenti scomparvero, altre si abbassarono, altre ancora formarono ristagni e paludi. Verso sera apparve anche un nuovo vulcano di fango: “incominciò a farsi distinguere il vulcano, vomitando dalla descritta bocca una materia argillosa, fredda, di color ceruleo vivo e scuro, e che finora conserva l’odore ingrato di bitume e di zolfo”. L’eruzione durò circa due ore, poi cessò. Nei giorni successivi lo spavento fu tale che persino uomini di Chiesa confessarono il proprio terrore. “Il riferito Parroco sinceramente confessò con altri preti che avean di fatto tutti creduto nel giorno 19 Marzo l’innabissamento del Mondo”.
