E’ del Reparto Mobile di Padova
Ancora una volta Torino diventa il teatro di una violenza che nulla ha a che fare con il dissenso democratico. Ancora una volta gruppi che si autodefiniscono pacifici, antifascisti, difensori dei diritti, mostrano il loro vero volto: quello dell’aggressione organizzata, dell’odio, della brutalità cieca. A farne le spese è stato Alessandro Calista, poliziotto di 29 anni, aggredito e pestato durante gli scontri scoppiati al termine del corteo in solidarietà al centro sociale Askatasuna.
Rizzo. Chi aggredisce le forze dell’ordine attacca lo Stato

«Le forze dell’ordine non sono controparte politica, ma strumento con cui lo Stato dovrebbe garantire sicurezza e diritti a tutti. Chi le aggredisce non sta protestando: attacca lo Stato e i cittadini.La responsabilità dell’ordine pubblico però è politica.
Un governo serio deve prevenire tensioni, determinare regole chiare e impedire ai gruppi violenti, già noti, di arrivare in piazza. Vanno fermati prima. Quando manca prevenzione, la Polizia viene usata come parafulmine, esposta a rischi che non dovrebbe sopportare.
Difendere la Polizia significa difendere il Paese e la sicurezza dei cittadini, anche di fronte ad un sistema, in qualche modo, complice nel mantenere lo scontro e la contrapposizione».
Il Presidente del Veneto Stefani

«Quello che si vede a terra nelle dolorose immagini che stanno inondando i media è un agente del Reparto Mobile di Padova, vittima di una brutale aggressione, preso a martellate dagli antagonisti a Torino, durante gli scontri nei pressi del Campus Einaudi, per lo sgombero di un immobile occupato illegalmente. Il Poliziotto è pesantemente e ripetutamente colpito con pugni, calci e un oggetto contundente. Un attacco vile e vergognoso. Uno ad uno questi delinquenti vanno assicurati alla giustizia senza sconti e senza distinguo. Esprimo vicinanza – conclude Stefani – alle Forze dell’Ordine e alle famiglie dei loro feriti: lo Stato non si piegherà alla violenza».
Maschio. Ora servono condanne esemplari
«Piena solidarietà agli agenti delle Forze dell’Ordine vittime della vile e indegna aggressione di Torino da parte di manifestanti dei centri sociali- è quanto dichiara Ciro Maschio deputato veronese, Presidente della Commissione Giustizia della Camera e presidente provinciale di Fratelli d’Italia.- Nessuna pietà per i delinquenti dell’estrema sinistra che non devono restare impunti.
Lo Stato c’é e non arretra. Il Governo e il Parlamento stanno per approvare norme ancora più severe contro la criminalità, per la sicurezza dei cittadini e la tutela delle Forze dell’Ordine. Auspico che la magistratura faccia rapidamente la sua parte condannando in modo esemplare i colpevoli».

Tosi. Le toghe rosse assolvono questa gentaglia
«Questa violenza inaudita ed inaccettabile da parte di criminali coccolati e protetti dalla sinistra, dove le nostre Forze dell’Ordine devono subire senza poter reagire e trattare questi delinquenti come meritano, ovvero con pugno di ferro e dura repressione, avviene solo in Italia perché le toghe rosse assolvono o comunque lasciano a piede libero questa gentaglia, mentre appena possono mettono sotto processo Poliziotti e Carabinieri». Interviene così Flavio Tosi, eurodeputato e segretario regionale veneto di Forza Italia
Servono leggi ancora più severe, che non lascino nessuna discrezionalità a certi magistrati e che proteggano davvero chi lavora e rischia per la nostra sicurezza. Un primo passaggio fondamentale, sarà votare SÌ al referendum il 22 e 23 marzo, così le correnti di sinistra della Magistratura non potranno più spartirsi le Procure, oggi vero braccio armato politicizzato al servizio della sinistra italiana.

In tanti contro uno
Le immagini sono inequivocabili e non lasciano spazio ad ambiguità: un agente isolato, a terra, circondato da una decina di individui incappucciati che lo colpiscono con calci, pugni e persino martelli. Un’aggressione violenta, codarda, che sarebbe potuta finire in tragedia. Altro che protesta. Altro che pacifismo.
Calista, agente del Reparto Mobile di Padova, ha raccontato di essersi ritrovato “solo in mezzo agli incappucciati”, senza via di fuga, mentre perdeva il casco e cercava soltanto di proteggersi la testa. È rimasto ferito alla coscia, colpito con un martello, ed è stato salvato solo dall’intervento tempestivo di un collega che è riuscito a tornare indietro e a fare scudo con il proprio corpo. Questo è il livello di violenza a cui siamo arrivati.
Da anni assistiamo allo stesso copione: gruppi antagonisti che si presentano come portatori di valori di giustizia e libertà, ma che sistematicamente trasformano le piazze in campi di battaglia. Incendi, bombe carta, lanci di pietre, devastazioni e aggressioni fisiche. Il tutto mentre si nascondono dietro slogan che parlano di diritti e democrazia
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La realtà è che non c’è nulla di democratico nel pestare un uomo a terra, nel colpire un poliziotto che sta semplicemente svolgendo il proprio lavoro: garantire l’ordine pubblico e la sicurezza di tutti, anche di chi manifesta. È un paradosso intollerabile che chi proclama di difendere diritti neghi, con la violenza, il diritto più elementare: quello alla sicurezza e alla vita.
Gli scontri di Torino sono avvenuti perché lo Stato ha esercitato un suo diritto-dovere: far rispettare la legge. Un diritto nazionale che appartiene a tutti i cittadini, indipendentemente dalle idee politiche. Eppure, ancora oggi, nel 2026, c’è chi risponde a questo principio con spranghe, martelli e aggressioni organizzate.
Non è accettabile che il dissenso si trasformi sistematicamente in violenza. Non è accettabile che chi indossa una divisa diventi un bersaglio legittimo solo perché rappresenta le istituzioni. E non è più tollerabile che questi episodi vengano minimizzati, giustificati o, peggio, romanticizzati come “scontri”.
L’aggressione ad Alessandro Calista non è un fatto isolato, ma l’ennesimo campanello d’allarme di un clima che si sta facendo sempre più pericoloso. Oltre trenta agenti feriti in una sola giornata non sono una “tensione fisiologica”, ma il segno di una deriva che va affrontata con fermezza.
Chi sceglie la violenza ha già rinunciato al confronto. Chi colpisce un poliziotto a terra non difende alcuna causa: la distrugge. E uno Stato che non tutela fino in fondo chi lo difende rischia di perdere credibilità e autorità.
La solidarietà istituzionale è doverosa, ma non basta più. Serve una presa di posizione chiara: la violenza politica non è dissenso, è criminalità. E come tale va trattata.
