(Claudio Beccalossi) Un avvilente declino riguarda via Dietro Campanile S. Tomaso, a senso unico, nel quartiere multietnico ed interculturale di Veronetta. È sgradevole, infatti, l’impatto visivo dell’arteria che, da via Giosuè Carducci, sbuca in stradone S. Tomaso, affiancando inizialmente l’esterno dell’abside e del campanile, appunto, della chiesa di San Tomaso (o Tommaso) Becket, meglio nota come di San Tomaso Cantuariense (ovvero, “di Canterbury”, dalla denominazione latina Cantuaria).
Le stinte pareti secolari, le massicce porte in legno datate e le vecchie saracinesche (molte delle quali molto probabilmente abbassate per sempre) del tratto stradale appaiono brutalmente imbrattate dagli scarabocchi graffitari che, ormai, imperversano un po’ dappertutto.

Non manca nemmeno l’inquietante disegno murale d’un gatto nero sormontato dal gioco di parole inglese landlordn’t, cioè “non, nessun proprietario” (citato quale fine della “categoria” dei proprietari di casa/affittuari o l’auspicio in tal senso), all’interno d’una… ghigliottina. Il contesto rimanda a movimenti street art anticapitalisti od antisfratto che rivendicano l’occupazione o l’utilizzo comune di case, locali, spazi. In pratica, l’accostamento della raffigurazione del gatto all’immagine dura dello strumento di decapitazione s’inserisce nel movimento dell’arte di strada politicizzata e di protesta sociale.

Il particolare soggetto viene adottato di frequente per segnalare, su muri urbani, crisi degli affitti, gentrificazione (fenomeno socio-urbano di stravolgimento e riqualificazione di aree dapprima popolari con cittadini ed attività meno abbienti, costretti al trasferimento altrove per il conseguente aumento dei costi di immobili ed affitti, venendo sostituiti da nuovi residenti dal reddito maggiore), speculazione edilizia. Gli autori di questi campi visibili radicali si servono di stili creativi edgy (“taglienti”,provocatori, trasgressivi) affiancando in un contrasto stridulo, nella loro plateale contrapposizione, la bonarietà del gatto alla crudeltà della ghigliottina. Come il contrasto tra diritto all’abitare e proprietà privata.

“Esternazioni figurative” pseudo sociologiche di riscatti della collettività a parte (pur con tutto il rispetto), il tragitto in questione lamenta altre incresciose pecche, come i segnali stradali ricoperti di scritte ed adesivi di attivisti in azione dimostrativa e l’andazzo vandalico di cui sono “vittime sacrificali” superfici murali e serrande.

Tutto ciò all’ombra della chiesa intitolata a Thomas Becket (Londra, 21 dicembre 1118 – Canterbury, 29 dicembre 1170), dapprima lord cancelliere del Regno d’Inghilterra dal 1154 e, poi, eletto arcivescovo di Canterbury e primate d’Inghilterra nel 1162. In contrasto col regnante Enrico II (Il Plantageneto, primo re della dinastia plantageneta od angioina, Le Mans, 5 marzo 1133 – Chinon, 6 luglio 1189) venne ucciso, infine, a colpi di spada nella cattedrale di Canterbury. Papa Alessandro III lo santificò il 21 febbraio 1173.

L’edificio religioso, consacrato il 22 settembre 1504, trovò utilizzo come ospedale ed infermeria militare con la venuta delle truppe napoleoniche, nel 1796, mentre l’annesso convento fu soppresso nel 1805. Nel corso del sopravvenuto potere austriaco chiesa e parti dell’ex monastero vennero adibiti a magazzino e carcere di guarnigione. Solo nel 1867, dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia (1866) riprese il culto.
L’interno conserva (oltre a dipinti di Antonio Balestra, Felice Brusasorzi, Giovanni Caliari, Girolamo dai Libri, Paolo Farinati, Giovanni Maria Pomedello, Alessandro Turchi ecc.) due opere monumentali neoclassiche dello scultore Ugo Zannoni (Verona, 21 luglio 1836 – Verona, 3 giugno 1919): la tomba di Michele Sanmicheli (architetto ed urbanista, Verona, 1484 – Verona, 1559) e la memoria di don Nicola Mazza (presbitero ed educatore, Verona, 10 marzo 1790 – Verona, 2 agosto 1865), le cui spoglie riposano nella chiesa di San Carlo Borromeo (che fa parte dell’Istituto da lui fondato, in via San Carlo 5).

Di particolare rilievo storico è pure l’organo a canne di tipo barocco, collocato sulla cantoria alla sinistra del presbiterio. Realizzato nel 1716 da Giuseppe Bonatti (organaro, Desenzano del Garda, 20 marzo 1668 – Desenzano del Garda, 24 maggio 1752), allievo di Carlo Prati (o Prata, organaro, Gera Lario, Como, 1617 circa – Trento, 1700), fu restaurato ed ampliato nel 1786 da Girolamo Zavarise e sottoposto a nuovi interventi conservativi nel 2002 da parte di Barthélémy Formentelli (Bartolomeo, organaro, Courquetaine, Francia, 1939, qualificato uomo che salva gli organi).
Il prestigioso strumento musicale a tastiera venne suonato, nel pomeriggio del 7 gennaio 1770, dal tredicenne (avrebbe compiuto 14 anni il 27 gennaio) Wolfgang Amadeus Mozart (battezzato Joannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus, compositore, Salisburgo, 27 gennaio 1756 – Vienna, 5 dicembre 1791) nel corso del soggiorno a Verona, tra il 27 dicembre 1769 ed il 10 gennaio 1770, durante il suo primo viaggio in Italia, assieme al padre Leopold. Sarebbero state attribuite a lui le iniziali incise con un coltellino sulla cassa dell’organo (W. S. M., Wolfgang Salisburgensis Mozart, cioè Wolfgang Mozart di Salisburgo), tuttora presenti.
