(Angelo Paratico) A Hong Kong uscivamo spesso a cena. Una volta, credo fosse nel 2010, alcuni amici cinesi ci invitarono a un nuovo ristorante persiano. C’era una coppia di loro amici, lei giovane cinese e lui iraniano di circa 60 anni. Guidava una società di import ed export ed era un signore molto elegante, di bassa statura e spiritosissimo. Ci disse che la sua famiglia era stata benestante a Teheran e aveva studiato fisica nucleare ad Harvard. Poi ci raccontò che, mesi dopo la rivoluzione del 1979, fu arrestato con tanti altri amici che avevano studiato all’estero e solo per questo sospetti. Dopo alcuni mesi, iniziarono le fucilazioni di chiunque fosse sospettato di avere simpatie di sinistra


Lui non ne aveva, ma conosceva ragazzi che pensavano che il marxismo leninismo fosse la soluzione a tutti i problemi dell’Iran. Mi disse che la situazione in quel Paese era simile all’Italia, con gruppi armati come le BR e Prima Linea che avevano ucciso centinaia di persone, capi della polizia, magistrati e generali, in agguati per strada. Fu questo caos portato nel governo dello Shah Reza Pahlavi che favorì la presa del potere degli estremisti islamici.

Ci disse di essere stato condannato a morte, ma fu salvato dal fatto che si erano resi conto di voler costruire l’atomica, ma avevano ucciso quasi tutti gli esperti e fu questo che lo salvò. Gli chiesero se fosse disposto a lavorare per loro, lui accettò subito e poi giurò fedeltà al regime, ma qualche anno dopo approfittò della partecipazione a un congresso sull’energia atomica a Londra. Presero un taxi con un loro controllore diretti al centro congressi ma quando l’auto fermò a un semaforo, saltò fuori ed entrò in una stazione di polizia.

I comunisti dell’Iran avevano creduto di poter controllare la rivoluzione contro lo Shah

photo 2022 02 06 22 37 51 2

I comunisti credevano di poter gestire il potere con gli islamisti e, infatti, tutta la stampa di sinistra del mondo, anche Repubblica e l’Unità, vide positivamente l’allontanamento dello Shah, considerato un burattino degli americani, e il trionfale rientro dell’Ayatollah Khomeini da Parigi. Il loro risveglio fu assai repentino e brutale anche se oggi tutti lo hanno dimenticato.

La rivoluzione del 1978-83 fu un disastro per la sinistra iraniana che con le sue analisi marxiste e di classe contribuì alla rivoluzione e tanti gruppi e individui della sinistra occidentale difesero la fazione di Khomeini anche quando questa si mosse contro la sinistra laica e contro i liberali. Un’identificazione acritica con il dichiarato “anti-imperialismo” di Khomeini influenzò le opinioni di coloro che normalmente si sarebbero opposti al suo regime per motivi di classe, e che tale errata interpretazione è stata favorita da una distinzione inadeguata tra democrazia borghese e dittatura.

Le esecuzioni furono compiute in diverse prigioni in tutto il paese e spesso accompagnate da torture e altre forme di abusi. La sinistra iraniana nel 1981 aprì gli occhi e ritenne che gli islamisti avessero compiuto un colpo di Stato e che la rivoluzione avesse deviato dal suo percorso originario, per questo tentò un’azione armata.

1000179854

Una fazione marxista tentò di riprendere il controllo della città di Amol, con la speranza che il sostegno del popolo avrebbe innescato un’altra rivoluzione. Tuttavia, dopo essere stati sconfitti dalle forze Sepah e Basij e aver subito pesanti perdite, i leader e i membri dell’unione abbandonarono ogni resistenza. Il successivo arresto di numerosi membri, all’inizio del 1982, pose fine alle loro attività.

Venne tenuto un grande processo pubblico contro di loro, dove l’accusa presentava una narrazione univoca: “Le forze comuniste, etichettate come Moharebs e Ma’and (rancorose), hanno sferrato un attacco alla città di Amol e ucciso persone innocenti, ma il popolo si è ribellato contro questi criminali ed è stato martirizzato, ottenendo alla fine la vittoria dell’Islam”.  Fu una grande messa in scena davanti alle telecamere, nel bunker di sicurezza della prigione di Evin.

L’obiettivo fu quello di “informare il popolo iraniano sui loro crimini” ed ecco perché gli elementi dello spettacolo furono coreografati in modo tale da soddisfare le aspettative della Procura e del Tribunale rivoluzionario, senza alcuna rappresentanza legale o difesa per gli imputati. Il verdetto era già stato deciso e l’esito del processo fu l’esecuzione di tutti gli imputati.  Sottolineando il ruolo dei comunisti nella rivoluzione, hanno criticato la loro mancanza di fede nell’Islam e la loro irreligiosità, affermando che la loro lotta è stata condotta per la dignità del pensiero di Lenin, non per l’indipendenza dell’Iran!  

L’esecuzione dei prigionieri politici in Iran negli anni ’80 è stata un capitolo oscuro della storia recente del Paese, e il suo impatto si fa sentire ancora oggi. Le famiglie delle vittime continuano a cercare riconoscimenti e giustizia per i loro cari, e il ricordo dei prigionieri politici giustiziati rimane una fonte di ispirazione per gli attivisti  dei diritti umani e i sostenitori della democrazia in Iran.