(Antonio Fasol*) Una delle ultime sfide lanciate dalla scienza all’ambito religioso è costituito dalla cosiddetta neuroteologia (termine coniato da Asbrook già nel 1984), una sorta di nuova branca delle neuroscienze che mira a studiare le correlazioni tra alcune parti del cervello e i fenomeni religiosi in genere, a prescindere dalla confessione di appartenenza, nella ricerca di un quid neurologico che sia all’origine dell’esperienza religiosa stessa.

Inutile aggiungere di quanto ardua sia l’impresa, oltre che metodologicamente azzardata, essendo assolutamente distinti gli ambiti di competenza: l’uno caratterizzato dal metodo sperimentale, l’altro interpretativo di un mondo trascendente per definizione e caratterizzato dalla fede personale.

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Aldilà delle facili e semplicistiche conclusioni giornalistico-divulgative nonché delle affascinanti scoperte scientifiche nel mondo – peraltro ancora in gran parte inesplorato – del cervello umano, i risultati sperimentali delle analisi scientifiche si limitano, per ora, ad osservare che, a parità di condizioni, un gruppo di suore cattoliche e uno di monaci buddisti, durante la meditazione, subiscono entrambi una reazione analoga a livello del lobo parietale superiore.

Al di fuori pertanto di una comune mera reazione biologica, quindi, l’inedita e curiosa analisi comparata non è in grado di rilevare la differenza di contenuto della meditazione sul piano religioso-spirituale: per le prime l’unione mistica con Cristo, per i secondi il senso di svuotamento mentale ed unità col tutto. Va precisato in merito che ogni atteggiamento mistico o religioso va storicamente e culturalmente contestualizzato e la sua attribuzione di significato e di autenticità religiosa spetta per definizione alla teologia.

La psicologia della religione

La stessa psicologia- e la psicologia della religione nello specifico- avrà il compito di indagare su quale sia il vissuto individuale di ciascuno per la forma religiosa di appartenenza, con i meccanismi psichici che ne conseguono, senza assolutamente pronunciarsi sull’origine o sulla presunta verità –rivelata o meno- della religione stessa.

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Fin qui l’approccio psicologico, ma ciò che lascia intendere una lettura scientista e riduzionista delle scoperte neuroscientifiche applicate tout court all’ambito religioso è che l’oggetto stesso della religione altro non sia che il frutto dello sviluppo di alcune aree specifiche del cervello, particolarmente accentuate in alcune personalità, risultanti perciò più sensibili ed emotivamente predisposte alla mistica e alla religione in genere.

Oltre ad una impropria e per certi versi provocatoria invasione di campo risultante da tali affermazioni non si può non evidenziare come il dio che emerge da tale visione immanentista si avvicini molto a quella sorta di divinità interiore ed impersonale tanto cara e alla religiosità orientale e alla cultura new age in genere, dove il culto del sé sostituisce qualsiasi riferimento al trascendente e all’Altro, proprio del Dio personale cristiano.

Il rischio, evidenziato dagli stessi studiosi, è che semplici concomitanze risultanti da manifestazioni non solo strettamente religiose, ma anche di generica spiritualità, oltreché di semplice ricerca esistenziale di significato dell’esistenza, vengano omologate in una sorta di unico grande  cervellotico contenitore cerebrale, bisognoso  di ulteriori interpretazioni secondo categorie diverse, filosofiche e teologiche.

Un approccio multidisciplinare, in conclusione, che si avvale delle più aggiornate scoperte  in ambito biologico, psicologico e scientifico in genere, non può che giovare ad una completa visione del mondo e ad una fede matura ed autentica, a patto che i rispettivi ambiti di interesse si integrino senza sovrapporsi.

*GRIS Verona