(di Francesca Romana Riello). Psichiatria B, il movimento entra in reparto:l’attività fisica diventa parte della cura, due volte a settimana tra esercizi semplici e lavoro guidato
Psichiatria B, il movimento entra in reparto: attività fisica come terapia integrata
In reparto si comincia a muoversi. Non è un dettaglio. In Psichiatria B a Borgo Roma, da oggi, l’attività fisica entra nel percorso di cura come parte del trattamento, non come contorno. Un cambio di impostazione che parte da un dato noto ma spesso lasciato ai margini: chi soffre di disturbi psichici convive più spesso con sedentarietà, sovrappeso, patologie metaboliche e cardiovascolari. E paga tutto insieme.
Il progetto prende forma nell’unità operativa diretta dal professor Corrado Barbui e nasce dalla collaborazione con il corso di laurea in Scienze motorie dell’Università di Verona. L’idea è semplice: riportare il corpo dentro la cura, smettere di trattarlo come qualcosa che viene dopo.
Le sessioni sono partite questa mattina e proseguiranno con cadenza fissa, due volte a settimana, il martedì e il giovedì. Si svolgono in reparto, negli spazi disponibili, senza scenari costruiti. Gli esercizi sono essenziali, pensati per essere replicati anche fuori dall’ospedale. Niente allenamenti intensivi: lavoro sul risveglio muscolare, movimento adattato, continuità.
A guidare le attività sono gli studenti di Scienze motorie, affiancati da professionisti e sostenuti dall’équipe clinica. Il punto non è solo far muovere i pazienti, ma metterli nelle condizioni di farlo anche dopo, quando il reparto non c’è più.

Dalla teoria alla pratica, studenti in reparto accanto ai pazienti
Il reparto diventa anche un luogo di formazione. Per gli studenti è un passaggio concreto: qui il movimento incontra la fragilità, i tempi della cura, la necessità di adattare ogni proposta. Non esistono schemi rigidi.
Per i pazienti, invece, è un’occasione per rimettere in moto il corpo in un ambiente protetto. Senza pressione, ma con continuità. Il lavoro si costruisce su esercizi semplici e ripetuti, una routine minima che può restare anche fuori.
“Integrare il movimento nei percorsi di cura significa intervenire in modo concreto su un determinante fondamentale di salute”, spiega il professor Corrado Barbui, direttore dell’Uoc Psichiatria. “Un elemento centrale del progetto è la sua valenza educativa sui nostri pazienti, superando la tradizionale separazione tra salute fisica e mentale. Per gli studenti rappresenta inoltre un’importante opportunità formativa, volta ad acquisire competenze nell’ambito dell’attività fisica in contesti clinici complessi come quello della Psichiatria”.

Superare la separazione tra salute fisica e mentale, il nodo della cura
È un passaggio che la psichiatria prova a fare da anni, ma che raramente entra davvero nella pratica quotidiana.
“L’attività fisica non è solo uno strumento di prevenzione”, sottolinea la dottoressa Katia De Santi, responsabile di reparto. “È anche un elemento terapeutico che può migliorare il benessere psicologico, la qualità della vita e l’aderenza ai trattamenti”.
Due mattine a settimana, esercizi semplici. Niente di rivoluzionario, sulla carta.
Il punto è portarli dentro la cura. E farli restare.

