Manipolazione di massa, neoliberismo, Epstein file

Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato Ilaria Bifarini, economista laureata alla Bocconi di Milano, saggista e autore di diversi libri tra cui “ Neoliberismo e manipolazione di massa-Blackout la transizione ecologica e la deriva dell’Occidente-Il Grande reset dalla pandemia alla nuova normalità-Inganni economici quello che i bocconiani non vi dicono”.
Dott.ssa Bifarini Lei si definisce una bocconiana redenta perché questa definizione che si potrebbe definire politicamente scorretta?

«Mi definisco una “bocconiana redenta” perché ho compiuto un faticoso percorso di emancipazione dai dogmi del neoliberismo che mi sono stati impartiti durante gli anni della formazione accademica. LUniversità Bocconi non rappresenta solo un istituto di istruzione superiore d’eccellenza, ma è in Italia la culla del pensiero unico economico, quel modello di matrice statunitense che pone il mercato al di sopra di ogni altra istituzione.

Questa definizione può apparire politicamente scorretta perché mette in discussione il prestigio e l’oggettività di un sistema che viene presentato come l’unico possibile. Essere redenta per me significa aver compreso che l’economia non è una scienza esatta o neutra, ma è indissolubilmente legata alla morale e alla politica. Il dogma del mercato autoregolantesi si è rivelato una costruzione teorica funzionale alla concentrazione della ricchezza in poche mani, spesso a scapito dei diritti sociali e della dignità umana.

La mia è dunque una dichiarazione di indipendenza intellettuale. Significa aver scelto di non analizzare più le dinamiche politiche e sociali solo attraverso grafici o vincoli di bilancio, ma di restituire la priorità all’essere umano rispetto al capitale, riportando l’economia alla sua funzione originaria di strumento per il benessere della collettività».

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Entrando nei dettagli del suo libro “Inganni economici. Frasi miti d’una scienza sociale”, Lei afferma che ”l’economia ha perso il suo connotato sociale per diventare una scienza esatta”. Ci vuole spiegare la sua posizione?

«L’economia è nata storicamente come Economia Politica, una branca della filosofia morale finalizzata alla gestione della polis e al perseguimento del bene comune. Grandi pensatori come Aristotele o lo stesso Adam Smith non avrebbero mai immaginato un’economia separata dall’etica. Tuttavia, nel corso del Novecento, abbiamo assistito a una mutazione genetica: l’economia è stata trasformata in una “scienza esatta”, una sorta di fisica sociale dominata da grafici, algoritmi e parametri astratti come il PIL, lo spread o il rapporto deficit/PIL.

Questa trasformazione non è stata casuale, ma strumentale: trattare l’economia come una scienza esatta serve a sottrarre le decisioni fondamentali al dibattito democratico. Se una scelta economica è presentata come un calcolo tecnico inevitabile, la politica perde la sua funzione di indirizzo e diventa un semplice ufficio esecutivo di ordini presi in sedi sovranazionali non elettive. In Occidente, la politica è stata declassata a gestione amministrativa di decisioni prese altrove, nei consigli di amministrazione delle grandi banche d’affari o nelle istituzioni tecnocratiche di Bruxelles e Francoforte. La mia posizione è netta: dobbiamo tornare a un’economia che sia al servizio della società, riconoscendo che i numeri devono adattarsi alle esigenze dei popoli, e non viceversa».

 Crede che l’Unione Europea abbia un futuro, anche alla luce del conflitto ucraino e di quello nel Vicino Oriente?

«L’Unione Europea si trova oggi di fronte a un bivio esistenziale, ma la direzione intrapresa sembra portare verso un vicolo cieco. La gestione dei conflitti in Ucraina e nel Vicino Oriente ha messo a nudo la totale assenza di una visione geopolitica autonoma di Bruxelles. Invece di agire come un mediatore diplomatico o come un blocco continentale capace di tutelare i propri interessi strategici, l’Europa si è appiattita sulle direttive di Washington, accettando un ruolo di subalternità che sta pagando a carissimo prezzo».

La scellerata decisione dell’Occidente di fare le sanzioni alla Russia

«Le sanzioni economiche e la decisione scellerata di recidere i legami energetici con la Russia hanno provocato un vero e proprio suicidio industriale. L’Europa ha rinunciato a forniture stabili e a basso costo via tubo per gettarsi nella dipendenza dal Gas Naturale Liquefatto (GNL) americano o qatariota, molto più costoso e logisticamente vulnerabile, come dimostra l’attuale crisi nello Stretto di Hormuz. Senza autonomia energetica e senza una politica estera sovrana, l’UE non ha futuro come attore globale. Rischia di trasformarsi in una periferia decadente, un’area di libero scambio priva di anima e di protezione sociale, destinata a implodere sotto la spinta delle tensioni interne causate da un declino economico che le classi dirigenti europee sembrano voler accelerare anziché contrastare».

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L’Occidente e il neoliberismo

Il neoliberismo  è stato il mantra di tanti governi italiani e non , ricordiamo per tutti in Europa Margaret Thatcher che in Gran Bretagna dette il via alla scellerata stagione delle privatizzazioni. Perchè Lei lo mette sul banco degli imputati?

«Il neoliberismo è sul banco degli imputati perché rappresenta la più grande mistificazione sociale del nostro tempo. È un sistema che ha promesso benessere e libertà attraverso la deregolamentazione, ma ha prodotto precarietà e schiavitù moderna. In Italia, la data spartiacque è il 1992, l’anno del panfilo Britannia, quando ha avuto inizio la stagione delle privatizzazioni selvagge. I “gioielli di Stato”, aziende pubbliche che garantivano servizi essenziali e sovranità industriale, sono stati svenduti a interessi privati stranieri con la scusa del debito pubblico.

Il risultato è stato disastroso: le tariffe sono aumentate, la qualità dei servizi è calata e lo Stato ha perso la capacità di fare politica industriale. Il neoliberismo ha sistematicamente distrutto il ceto medio, ha smantellato il welfare e ha trasformato il cittadino in un mero utente o consumatore. È un modello che privatizza i profitti e socializza le perdite, dove la competizione globale viene usata come clava per abbassare i salari e i diritti dei lavoratori. Mettere il neoliberismo sul banco degli imputati significa denunciare un sistema che ha trasformato la vita umana in una merce e ha ridotto gli Stati a entità impotenti di fronte al potere transnazionale del capitale finanziario.»

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Recentemente Lei ha tenuto a Venezia con Davide Lovat una conferenza dal titolo “Dal Grande Reset ai file Epstein”. Di che reset si parla e di quale logica di potere? E quali sono i collegamenti con lo scandalo Epstein?

«Quando parliamo di Grande Reset, ci riferiamo a un progetto esplicitamente dichiarato dalle élite globaliste riunite attorno al World Economic Forum. Non si tratta affatto di una teoria della cospirazione, ma di un’agenda politica ed economica che mira a sfruttare le crisi — siano esse pandemiche, climatiche o energetiche — per imporre una ristrutturazione radicale della società. La logica è quella di un passaggio verso un “capitalismo degli stakeholder”, dove le grandi multinazionali assumono un ruolo di governance globale, sostituendosi agli Stati nazionali. È la transizione verso una società a controllo totale, digitalizzata e sorvegliata, dove il concetto di proprietà privata viene eroso a favore dell’accesso ai servizi.

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Il collegamento con lo scandalo Epstein è profondo e inquietante. Il caso Epstein non è una semplice vicenda di cronaca nera, ma svela il modus operandi di un sistema di potere trasversale. I file desecretati mostrano come una rete di ricatto e influenza abbia coinvolto i vertici della finanza, della politica, della scienza e dei servizi segreti occidentali. Questa logica di potere si basa sul compromesso e sulla mutua protezione, creando un’élite intoccabile che opera al di fuori di ogni legge.

Lo scandalo Epstein ci dice che chi guida il Grande Reset e le sorti dell’Occidente è spesso inserito in circuiti che utilizzano metodi degradanti e malvagi per garantire la fedeltà al sistema e il controllo dei processi decisionali. È il volto oscuro di una tecnocrazia che si professa etica mentre pratica rituali luciferini».

Lei punta il dito anche contro la moneta a debito e il signoraggio che consente da secoli il potere a determinate dinastie di banchieri, un nome su tutti i Rothschild. Quali sono state le conseguenze e come andrebbe esercitato nell’interesse dei popoli?

«Il problema della moneta a debito è la radice nascosta di quasi tutte le crisi economiche moderne. Attualmente, la moneta non è emessa dagli Stati, ma creata dal nulla dal sistema bancario (BCE e banche commerciali) e prestata alla collettività gravata da interesse. Questo significa che per ogni euro che circola, esiste un debito corrispondente che cresce esponenzialmente a causa degli interessi. È un debito matematicamente inestinguibile che costringe i governi a politiche di austerità perenne, tagliando sanità, istruzione e pensioni per ripagare interessi a creditori privati.

Le conseguenze sono il trasferimento massiccio di ricchezza reale dai cittadini verso le dinastie dei banchieri, come i Rothschild o i grandi gruppi finanziari globali. Il signoraggio, ovvero il profitto derivante dall’emissione monetaria, dovrebbe essere un diritto inalienabile e sovrano del popolo. Lo Stato dovrebbe emettere moneta a credito, senza gravame di debito, e utilizzarla come strumento di servizio per finanziare i lavori pubblici, la ricerca e il pieno impiego. Solo riappropriandoci della sovranità monetaria potremo liberare i popoli dal ricatto dei mercati e restituire alla politica la dignità di agire per il benessere collettivo, sottraendola al ruolo di esattore per conto delle banche».

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Crede che tra le conseguenze della guerra nel Vicino Oriente ci saranno anche dei cambiamenti nell’utilizzo del ‘petrodollaro’ nelle transazioni energetiche ? Già ora l’Iran sta utilizzando la sua ‘atomica’, ovvero chi è autorizzato a  transitare  dallo stretto di Hormuz deve pagare un pedaggio in yuan cinesi. Nel frattempo i Lloyd’s di Londra hanno bloccato le coperture assicurative sulle navi ,mentre il ministro del Tesoro Usa Bessent ha lanciato un programma che prevede che la US International Development Finance Corporation fornisca garanzie assicurative con scorte navali per garantire il passaggio sicuro di petroliere e altre imbarcazioni attraverso lo stretto. 

«Siamo indubbiamente a un punto di svolta per il petrodollaro, il pilastro su cui si è retta l’egemonia globale statunitense dal 1971. Il fatto che l’Iran imponga il pagamento in Yuan per il transito nello Stretto di Hormuz e che i paesi dei BRICS stiano scambiando energia nelle proprie valute non è solo un evento economico, ma una sfida frontale a un dominio che per decenni ha preteso di essere universale e insostituibile.

Oggi siamo di fronte a una transizione verso un mondo multipolare che gli USA stanno cercando di rallentare con ogni mezzo, ma la realtà è che non potranno più esercitare quel dominio assoluto garantito dal dollaro come moneta di riserva forzosa. Il biglietto verde sta smettendo di essere lo strumento con cui Washington esporta il proprio debito e le proprie crisi nel resto del mondo.

Questo passaggio richiederà un profondo riassetto delle istituzioni finanziarie internazionali e obbligherà l’Occidente a rinegoziare i propri equilibri con le potenze emergenti. Sarà una fase di grande instabilità e cambiamenti epocali, dove l’Unione Europea si mostra del tutto inadeguata, ridotta a una periferia politica priva di voce propria e schiacciata tra il declino del vecchio padrone atlantico e l’avanzata dei nuovi poli. È il tramonto dell’Ordine unipolare».