La sfida del mondo multipolare all’egemonia anglosassone

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ne ha parlato con il dott. Marco Ghisetti autore del saggio “ Talassocrazia-I Fondamenti della Politica Anglo Statunitense”. Esperto di Politica Mondiale  e Relazioni Internazionali è responsabile per l’Area Anglosassone  presso   il “ Centro Studi Eurasia e Mediterraneo”, dottorando presso l’Università della Lapponia e Ricercatore presso il Centro Artico di Rovaniemi . Autore di diversi articoli e saggi pubblicati su  Visione & Global Trend, Opinio Juris, Eurasia Rivista di Studi Geopolitici.

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‘Talassocrazia’, termine che ci porta direttamente ai pensatori anglosassoni come l’ Ammiraglio Alfred Mahan (1840-1914) , Halford Mackinder (1861-1947), geografo e politico britannico e Nicholas Spykman (1893-1943). Ci vuole spiegare in cosa consiste questa visione strategica, se ha avuto dei precedenti storici e come si è potuta sviluppare  in quello che oggi comunemente si chiama Occidente?

«La visione talassocratica di Mahan, Mackinder e Spykman si inserisce nel periodo storico che vede la fine dell’Europa come fulcro ordinatore mondiale e l’ascesa degli Stati Uniti quale erede dell’Impero britannico e degli imperi coloniali marittimi europei, nel contesto del generale risveglio dell’Asia, prima giapponese e oggi cinese. Le riflessioni di questi autori miravano dunque a interpretare il significato di tali trasformazioni epocali e a guidare la potenza marittima egemone — prima britannica, poi statunitense — affinché preservasse la propria egemonia e proseguisse nell’opera di occidentalizzazione, spirituale e culturale, del mondo.

Dal punto di vista strategico, la costante è sempre stata il controllo delle vie marittime, considerate la chiave del commercio mondiale. Da qui deriva la definizione di Inghilterra prima e Stati Uniti poi come talassocrazie: potenze “insulari”, separate dal continente — prima europeo, poi eurasiatico — e proiettate verso il mare come una nave verso l’oceano, conducendo di fatto un’esistenza marittima. Al dominio dei mari si è aggiunto, nel corso del Novecento, quello dei cieli, dello spazio extra-atmosferico e infine della rete globale delle telecomunicazioni e di internet. La logica è rimasta la stessa: dominare gli spazi orizzontali del flusso, abbattendo le barriere e legando a sé gli altri spazi all’interno di un ordine a trazione marittima.

Alfred Thayer Mahan Linteresse degli Stati Uniti Prima

Poiché il “Continente”, ossia prima l’Europa e poi l’Eurasia, dispone di una massa territoriale e di una potenza potenziale superiore rispetto a quella dell’“Isola”, la strategia talassocratica ha sempre cercato di impedire l’unificazione del continente sotto una potenza dominante.

L’idea moderna di “Occidente” nasce proprio all’interno di questa opposizione tra Mare e Terra, le due grandi matericità della geopolitica classica. La Gran Bretagna, nel contesto della rivoluzione spaziale seguita alle scoperte colombiane, passò dall’essere una piccola isola ai margini del continente eurasiatico a diventare il centro di una rivoluzione marittima globale. Essa costruì così un impero non fondato sul controllo diretto di vaste masse terrestri, come gli imperi tradizionali, ma su una rete di nodi strategici e rotte commerciali controllate dal potere navale britannico.

In questo quadro, l’Oriente e il continente, situati “a est”, finirono per essere associati all’arretratezza e alla frammentazione, mentre la Gran Bretagna si proiettò verso l’Occidente marittimo nel tentativo di raggiungere e dominare l’Oriente terrestre passando per l’oceano. “Buscar el Levante por el Poniente”: questa è la logica inaugurata da Colombo e sviluppata pienamente dalla potenza britannica.

Gli Stati Uniti — ed è questo il filo comune che lega Mahan, Mackinder e Spykman — avrebbero poi assunto nel Novecento il compito di sostituire la Gran Bretagna, ormai troppo piccola per confrontarsi con i grandi imperi continentali emergenti. La prosecuzione della rivoluzione industriale e la nascita di grandi Stati-continentali come Germania e Russia, ma anche del Giappone e, in prospettiva, della Cina, rendevano infatti insufficiente la profondità strategica britannica. Gli Stati Uniti si presentarono così come la nuova potenza talassocratica incaricata di contenere e impedire l’organizzazione geopolitica dell’Eurasia.

Collana Classici Karl Haushofer Il blocco continentale Prima

Oggi alla luce del conflitto nel Vicino Oriente crede di ravvisare tutti gli elementi del potere talassocratico , che come nel passato cerca di mantenere il suo predominio globale? 

Certamente. Gli Stati Uniti sono in grado di attaccare e minacciare l’Iran proprio perché controllano i mari del mondo e dispongono di una vasta rete di alleanze e basi militari che consente loro di proiettare potenza fino a ridosso delle coste iraniane. L’Iran, al contrario, non essendo una potenza talassocratica e non disponendo del controllo degli oceani, non possiede la stessa capacità di proiezione globale.

Tuttavia, Teheran è in grado di mettere in difficoltà l’egemonia americana proprio colpendo e cercando di smantellare la rete di basi e alleanze statunitensi nel Vicino Oriente. È questa la logica con cui l’Iran agisce nei confronti delle basi americane nella regione e degli alleati regionali di Washington.

Per danneggiare gli Stati Uniti, l’Iran non ha bisogno di colpire direttamente il territorio continentale statunitense: gli è sufficiente limitare la libertà di movimento della potenza talassocratica nei mari del mondo. L’ostruzione dello Stretto di Hormuz rappresenta, in questo senso, il blocco di una fondamentale arteria strategica ed economica globale, capace di produrre effetti destabilizzanti per gli Stati Uniti e per l’intero sistema internazionale a trazione marittima.

Gli Stati Uniti, infatti, restano una potenza eminentemente marittima: la loro forza dipende dalla possibilità di mantenere aperte e sicure le grandi rotte oceaniche e commerciali da cui dipende il proprio sistema di potenza. È questa la logica fondamentale della talassocrazia contemporanea.

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KUVA: VILLE RINNE // UNIVERSITY OF LAPLAND

E’ giusto definire il mondo Euroasiatico come termine geopolitico di base, in opposizione alla Talassocrazia? In che termini si può definire la parola Eurasia, strategicamente, politicamente , economicamente e socialmente, che già  il politologo e filoso russo Aleksandr Dugin analizzò in un suo articolo apparso sulla Rivista Eurasia , come “ visione  eurasiatista” ? Chi ne sono i maggiori pensatori ?

Definire in modo univoco il concetto di Eurasia è molto complesso, proprio per l’estrema varietà geografica, culturale e storica del continente eurasiatico. Nel corso del tempo, diversi pensatori hanno fornito definizioni differenti, spesso influenzate dalla propria prospettiva geopolitica e culturale.

Dal punto di vista geopolitico, tuttavia, una definizione relativamente condivisa identifica l’Eurasia come la grande continuità territoriale costituita da Europa e Asia, spesso considerata insieme a Africa e Oceania. In questo senso, l’Eurasia rappresenta la grande massa continentale contrapposta alle potenze marittime.

Per quanto riguarda i principali pensatori, molto dipende dalla prospettiva adottata. Sul piano geopolitico, figure fondamentali sono certamente Carl Schmitt e Karl Haushofer. Tuttavia, anche gli stessi Mahan, Mackinder e Spykman, pur appartenendo alla tradizione talassocratica anglosassone, hanno contribuito in modo decisivo alla definizione indiretta dell’Eurasia, proprio attraverso la loro riflessione sul rapporto tra potenze marittime e potenze continentali.

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La differenza fondamentale è che, mentre nella prospettiva talassocratica l’Eurasia viene generalmente percepita come una minaccia potenziale all’equilibrio globale dominato dal mare, nella prospettiva continentalista essa assume invece una valenza positiva, come possibile spazio di integrazione geopolitica, economica e strategica.

In questo senso, si può certamente affermare che il mondo eurasiatico venga definito anche in opposizione alla Talassocrazia. È tuttavia opportuno ricordare che la complessità interna dell’Eurasia rende difficile ogni definizione rigida o assoluta. Più che un’opposizione netta, il rapporto tra Eurasia e Talassocrazia si configura spesso come un equilibrio dinamico tra potenze terrestri e potenze marittime.

Dugin ha avuto il merito di riesumare la tradizione geopolitica classica e di opporla alla vittoria dell’ideologia liberale. Tuttavia, la rielaborazione di quei concetti da parte del pensatore russo non è esente da alcune semplificazioni e appropriazioni teoriche, per certi versi comprensibili in virtù dell’assenza di studi geopolitici strutturati nella Russia post-sovietica nel momento in cui Dugin iniziò il proprio lavoro intellettuale. A ciò si aggiunge, forse, anche una certa tendenza a reinterpretare la geopolitica classica in funzione delle esigenze strategiche russe contemporanee, più che di una comprensione pienamente filologica della tradizione geopolitica europea.

L’Iran da  47 anni, era il 1979 quando la rivoluzione khomeinista prese il potere, resiste all’Occidente, alle sue sanzioni, ai suoi attacchi militari. Secondo lei oggi l’Iran incarna i valori “euroasiatici” e con chi li condivide?

Per rispondere a questa domanda, occorre innanzitutto chiarire che cosa si intenda per “valori eurasiatici”, poiché il concetto di Eurasia è estremamente complesso e si presta a differenti interpretazioni. Se però si definiscono i valori eurasiatici come contrapposti a quelli della talassocrazia occidentale e dell’universalismo liberale di matrice marittima, allora si può certamente affermare che l’Iran khomeinista presenti diversi tratti riconducibili a questa impostazione.

Dal punto di vista geopolitico e simbolico, le potenze talassocratiche tendono storicamente a fondarsi su una dimensione orizzontale dello spazio: il mare, il commercio, il flusso, l’attraversamento e l’universalizzazione degli scambi e dei valori. Le potenze continentali o tellurocratiche, invece, presentano anche una dimensione più verticale e radicata, legata alla sedimentazione storica delle culture, alla territorialità, ai confini, alle tradizioni e alle civiltà storiche.

In questo senso, la Repubblica islamica iraniana, pur non esente da contraddizioni interne, si è configurata come uno dei principali poli di resistenza all’universalismo occidentale di impronta talassocratica. Ciò avviene sia sul piano geopolitico — attraverso la capacità iraniana di ostacolare la piena libertà di movimento statunitense nello spazio mediorientale e nei corridoi marittimi strategici — sia sul piano culturale e spirituale, tramite la difesa di una propria identità storica, religiosa e civile non completamente assimilabile ai paradigmi occidentali.

Da questo punto di vista, l’Iran condivide alcuni elementi con altre grandi potenze continentali o civiltà storiche che tendono a rivendicare una propria autonomia strategica e culturale rispetto all’Occidente liberale e marittimo, pur nelle profonde differenze che le separano.

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Dott Ghisetti, a  Mackinder e Mahan, possiamo contrappore un Karl Haushofer (1869-1946), generale, politologo, geografo e storico tedesco? Cosa li differisce?

La riflessione di Karl Haushofer si inserisce nel contesto dell’ascesa della Germania quale principale perno di potenza continentale europea e della progressiva trasformazione dell’ordine mondiale seguita alla piena appropriazione del globo da parte delle potenze europee e marittime. A ciò si aggiungeva l’emergere di nuove potenze continentali extraeuropee, capaci di mettere in discussione il predominio tradizionale delle potenze marittime occidentali.

In questo senso, le questioni affrontate da Haushofer erano in parte simili a quelle di Mahan e Mackinder: tutti e tre cercavano infatti di comprendere le trasformazioni della politica mondiale attraverso gli strumenti della geopolitica. Tuttavia, le finalità strategiche erano profondamente differenti.

Mahan e Mackinder ragionavano nell’ottica della preservazione dell’egemonia marittima anglosassone e della necessità di impedire l’unificazione geopolitica dell’Eurasia sotto una potenza continentale dominante. Haushofer, al contrario, vedeva nella Germania il possibile nucleo di una più ampia organizzazione continentale eurasiatica alternativa all’ordine mondiale dominato dalle potenze marittime.

Per il generale tedesco, dunque, la geopolitica non doveva servire a contenere le potenze terrestri, bensì a favorire la costruzione di grandi spazi continentali autonomi e capaci di sottrarsi al predominio marittimo anglosassone.

In questo senso, Mahan, Mackinder e Haushofer condividono molti strumenti interpretativi e una comune attenzione al rapporto tra spazio e potenza. Tuttavia, essi possono essere contrapposti dal punto di vista strategico: i primi due ragionavano dalla prospettiva della talassocrazia, Haushofer da quella della tellurocrazia. Non si tratta quindi di pensieri incompatibili sul piano teorico, quanto piuttosto di visioni collocate sui lati opposti della competizione geopolitica mondiale.

L’Europa dopo la prima e la seconda guerra mondiale, che possiamo definire essenzialmente guerre europee, sembra scomparsa definitivamente dalla scena geopolitica mondiale. Incapace di rivestire un ruolo oceanico e Mediterraneo, lo si vede bene nelle guerre in Ucraina e Vicino Oriente. Quali sono a suo avviso le cause e i possibili rimedi?

Le cause sono riconducibili a un duplice e parallelo processo. Da una parte, alla progressiva deposizione di potenza dell’Europa, avvenuta attraverso tre grandi guerre civili europee — due calde e una fredda — che hanno profondamente indebolito il continente. Dall’altra, alla nascita di enormi Stati-continentali che hanno progressivamente sostituito l’Europa quale centro dell’organizzazione mondiale, rendendo lo Stato-nazione europeo un attore sempre meno centrale nella politica internazionale.

Nel corso del Novecento, infatti, l’Europa ha progressivamente perso la propria autonomia strategica e la propria centralità geopolitica, mentre gli equilibri mondiali si sono spostati verso grandi spazi continentali e oceanici dotati di dimensioni territoriali, demografiche, industriali e militari molto superiori rispetto a quelle dei singoli Stati europei.

Le crisi in Ucraina e nel Vicino Oriente mostrano chiaramente questa difficoltà europea nel proiettare una linea geopolitica autonoma, soprattutto in ambito strategico e militare. L’Europa resta una grande potenza economica e commerciale, ma fatica a tradurre tale forza in una capacità politica e geopolitica indipendente.

I possibili rimedi potrebbero consistere in un progressivo superamento dei limiti dello Stato-nazione europeo novecentesco e in una maggiore capacità del continente di agire come soggetto geopolitico autonomo. Parallelamente, gli Stati europei dovrebbero cercare di riallacciare rapporti più equilibrati con le grandi potenze eurasiatiche e ridurre la propria dipendenza strategica dalla tutela statunitense, anche in risposta al crescente disinteressamento di Washington di agire come “pacificatore” nelle questioni europee. 

Nel complesso, ciò non significherebbe voltare le spalle né agli Stati Uniti né alle grandi potenze orientali, ma piuttosto tentare di costruire un ruolo autonomo di collegamento e di equilibrio tra i diversi poli del sistema internazionale.

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Infine uno sguardo all’Italia, che per posizione geografica potrebbe avere un peso geopolitico significativo, ma che sembra aver perso quell’influenza verso il Nord Africa, basta ricordare i buoni rapporti con Tunisia e Libia, quest’ultima entrata nell’orbita turca e russa, la prima ritornata sulla cosiddetta quarta sponda dopo la sconfitta del 1912 . Crede che potremo giocare in futuro ancora un ruolo, oppure siamo destinati ad essere a vita i valvassini degli interessi altrui?

Il ruolo dell’Italia si collega alla più ampia questione relativa alla collocazione dell’Europa nell’attuale fase di riequilibrio dei rapporti di forza e di consolidamento di un ordine multipolare. L’Italia ha progressivamente perso parte della propria capacità di proiezione nel Mediterraneo anche in seguito al venir meno di rapporti privilegiati con Paesi come la Libia, la Siria e altri Stati dell’area mediterranea con cui aveva storicamente sviluppato importanti relazioni di collaborazione. Questo ha contribuito a isolare Roma e a ridurre il ruolo che l’Italia poteva svolgere quale potenza di raccordo tra Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente. 

Come in fisica, anche in geopolitica gli spazi vuoti tendono a essere rapidamente occupati: ogni arretramento di un attore comporta inevitabilmente l’avanzata di altri soggetti. In questo senso, la crescente presenza di potenze esterne nel Mediterraneo riflette anche il progressivo ridimensionamento dell’iniziativa europea e italiana nella regione.

Nell’attuale fase di trasformazione dell’ordine internazionale esistono tuttavia ancora spazi e opportunità affinché l’Italia possa valorizzare la propria posizione, al tempo stesso mediterranea ed europea. Si tratta però di una sfida complessa, che richiede un sistema-Paese efficiente e una classe dirigente — politica, economica e accademica — capace di interpretare i mutamenti in corso e di muoversi con lucidità all’interno di questa fase di ristrutturazione globale.

Il complessivo arretramento e indebolimento della posizione italiana nel mondo è sintomo di una grave difficoltà — e forse, talvolta, anche di una insufficiente volontà politica — nel comprendere pienamente il significato e le conseguenze profonde delle trasformazioni geopolitiche in atto. In più occasioni, infatti, l’Italia è apparsa più orientata ad adattarsi passivamente ai mutamenti esterni che a cercare di interpretarli e governarli secondo una propria visione strategica.

Tuttavia, proprio i profondi cambiamenti dell’attuale contesto internazionale potrebbero offrire nuove occasioni per recuperare, nel tempo, un ruolo più attivo e autonomo nel Mediterraneo. Come si suole dire, da necessità nasce virtù. Chi vivrà vedrà.