( Alberto Lorusso*) Ogni anno, puntuale come l’afa estiva, accade la stessa cosa. Il Pride dovrebbe essere il giorno in cui una persona che vive nella paura, nell’isolamento o nella vergogna possa guardare il corteo e ricevere un messaggio semplice: Non sei solo. Va bene ciò che sei. Abbi il coraggio di vivere la tua vita. Questo dovrebbe essere il suo significato più autentico. E invece, immancabilmente, c’è sempre qualcuno che decide di trasformare quella manifestazione in un palcoscenico per il proprio personale esibizionismo.
Anche quest’anno è successo. Un partecipante – non uno qualunque, ma una figura di primo piano dell’attivismo LGBT – si è presentato seminudo, con addosso soltanto uno slip che lasciava completamente scoperti i glutei. Ad aggiungere colore, costui portava anche un telefono cellulare infilato nell’elastico posteriore, come fosse un accessorio di scena.
Il risultato era facilmente prevedibile: l’indomani, nelle chat e sui social, sono comparsi immediatamente la fotografia di quest’anziano e i soliti commenti. Uno, pubblicato da un noto esponente politico nazionale, diceva testualmente: «Questi sono quelli che reclamano i diritti. Già ne hanno almeno uno in più degli altri, ovvero, girare per le strade di Verona con le chiappe di fuori senza essere multati per offesa alla decenza…e vorrebbero anche una legge che mandi in galera chi li critica».

Era difficile immaginare una reazione diversa. Anzi, il risultato era talmente prevedibile da far sorgere spontanea una domanda: era forse proprio ciò che si voleva ottenere? Era inevitabile che quella diventasse la fotografia del Pride. Non le centinaia di persone scese in piazza per chiedere rispetto e pari dignità. Non le famiglie, gli amici, le coppie, i tantissimi giovani – che erano la maggioranza – e nemmeno chi ha partecipato semplicemente per dire a qualcuno: non avere paura di essere te stesso.
Pride con effetto opposto
No. A fare il giro dei social è stato un uomo praticamente nudo. Ed è questo il paradosso. Tolta quella persona – che, peraltro, occupava una posizione di assoluto rilievo nell’organizzazione – il corteo era composto da persone vestite normalmente. Lo so, perché c’ero. Giovani, famiglie, coppie, amici. Ma nessuno parlerà di loro. Perché basta un’immagine per cancellarne cento.
E così il dibattito non è stato più sui diritti, ma sulla sua nudità. Il miglior argomento che si potesse offrire a chi non aspetta altro per screditare il movimento.
Il problema è proprio questo: così facendo si offre agli avversari il bersaglio perfetto. La discussione smette di riguardare i diritti, la dignità, il rispetto e la libertà di vivere apertamente il proprio orientamento sessuale. Si parla soltanto del sedere di qualcuno. Ed è lecito domandarsi se chi sceglie deliberatamente di diventare il centro dell’attenzione stia davvero servendo la causa oppure soltanto se stesso e la propria vanità.
È una sconfitta. Ed è grave, perché è una sconfitta culturale. Perché il Pride non nasce per soddisfare il desiderio di provocazione di uno. Nasce per ricordare che nessuno dovrebbe essere discriminato, tanto meno per ciò che è. Ogni volta che il messaggio viene oscurato dalla ricerca dello scandalo, la causa perde forza.
L’attivismo non consiste nel chiedersi fin dove ci si possa spingere. Consiste nel chiedersi che cosa sia più utile alla causa che si dice di difendere.
Chi fa attivismo ha una responsabilità politica. Ogni manifestazione comunica qualcosa all’esterno. Se l’immagine che rimane impressa nell’opinione pubblica è quella che conferma gli stereotipi di chi già guarda con diffidenza il mondo LGBT, allora bisogna avere l’onestà di domandarsi se quella scelta abbia davvero aiutato la causa oppure l’abbia indebolita.
Le battaglie civili non si vincono soltanto avendo ragione: si vincono anche scegliendo come comunicarle.
Chi partecipa – e, soprattutto, chi organizza e sceglie di mettersi davanti a tutti – dovrebbe chiedersi una cosa molto semplice: il mio comportamento aiuta quel ragazzo o quella ragazza che oggi hanno paura di fare coming out? Chi sta in prima fila ha un dovere ancora maggiore: non rappresenta soltanto se stesso, ma agli occhi dell’opinione pubblica finisce inevitabilmente per rappresentare un’intera comunità.
Il Pride dovrebbe lasciare una sola domanda nel cuore di chi lo guarda: «Perché esiste ancora chi ha paura di essere se stesso?». Se invece lascia soltanto una fotografia destinata a diventare l’ennesimo meme sui social, allora abbiamo trasformato una battaglia di civiltà in una caricatura. E questo è un lusso che il movimento LGBT non può permettersi. Che nessuno può permettersi.
*Presidente di Verona Riparte
