ll paradosso della difesa dell’italianità
( Attilio Zorzi) Quando, lo scorso anno, Unicredit annunciò l’intenzione di acquisire Banco Bpm, il governo intervenne esercitando il Golden Power, imponendo cioè quel potere discrezionale dell’esecutivo, che rese di fatto impraticabile l’operazione. Una scelta che suscitò molte perplessità, anche perché Banco Bpm è una banca commerciale e non opera in settori tradizionalmente considerati strategici per la sicurezza nazionale, come difesa, energia o telecomunicazioni. L’obiettivo dichiarato, però, era quello di tutelare un asset finanziario ritenuto rilevante per il sistema economico italiano e ovviamente date le sue radici, anche per la nostra provincia.
UniCredit, infatti, è una banca a proprietà diffusa, una public company, dove il ruolo delle fondazioni bancarie, da noi la Cariverona, storica erede della Cassa di Risparmio, è ancora importante, dato che detengono il 4% del capitale sociale, ma marginale, visto che ormai non hanno più alcun potere nè di indirizzo nè di governance.
L’istituto ormai milanese, vede infatti come primo socio il grande fondo americano Blackrock che ne detiene oltre il 7% delle quote.
Lo scopo del golden power allora fu proprio quello di evitare una scalata a BPM, anche se, è da evidenziare che comunque l’ops di Unicredit non era così allettante per gli azionisti di BPM, tant’è che l’operazione non è andata a fine.

Bpm è dei francesi al 29,9%
A distanza di pochi mesi, però, il quadro del Risiko bancario appare profondamente cambiato. È ormai sdoganato in ambito finanziario il fatto che la scorsa settimana la banca francese, Crédit Agricole ha portato al 29,9% la propria esposizione complessiva in Banco Bpm, sommando la partecipazione diretta a una posizione sintetica costruita attraverso strumenti derivati. La banca francese non ha commentato le indiscrezioni, ma il dato conferma il suo ruolo sempre più centrale negli equilibri dell’istituto di Piazza Meda, passando così dal 22,8% di quote al 29,9%, fermandosi appena sotto alla quota del 30% che secondo la normativa avrebbe obbligato a dar il via ad un’OPA.
Il rafforzamento arriva proprio mentre il riassetto del credito italiano entra nella fase decisiva. Da un lato c’è il progetto di fusione tra Banco Bpm e Monte dei Paschi di Siena, destinato a creare un nuovo grande polo bancario nazionale; dall’altro si muovono Intesa Sanpaolo, Unipol e gli altri protagonisti del settore, in una partita che ridisegnerà gli assetti del sistema bancario e che punta anche al risparmio degli italiani attraverso la lunga catena di controllo incrociato che porta a Generali.
Sullo sfondo resta la politica. Pochi giorni fa Unicredit ha rinunciato al ricorso contro le prescrizioni imposte dal governo sull’Ops lanciata nel 2025 su Banco Bpm, chiudendo definitivamente il contenzioso. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha attribuito anche alla resistenza di Crédit Agricole il fallimento dell’operazione di Piazza Gae Aulenti, riconoscendo implicitamente quanto il gruppo francese sia ormai determinante nelle scelte future della ex banca dei veronesi.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso. L’intervento pubblico era stato giustificato con la necessità di preservare un campione nazionale, ma oggi Banco Bpm ha come primo azionista proprio una banca francese, tutto ciò che gli italiani non vorrebbero proprio e men che meno i veronesi. Ed inoltre se il progetto di fusione con Mps dovesse andare in porto, il principale socio del nuovo gruppo potrebbe essere proprio Crédit Agricole, con un 12% cumulato, alimentando il dibattito sull’italianità del sistema bancario.
Resta quindi una domanda politica prima ancora che finanziaria: il Golden Power è servito davvero a difendere l’interesse nazionale oppure ha finito per favorire un esito opposto e soprattutto i veronesi esistono ancora in queste partite?
Le domande sembrano proprio retoriche.
Ad un’attenta analisi il risultato concreto è evidente: si è impedita la nascita di un gruppo italiano di maggiori dimensioni, certo con influenze di mercato anglosassoni, ma oggi Banco Bpm si trova sempre più nell’orbita di un grande operatore europeo, con la Francia destinata ad avere un ruolo di primo piano, anche nel nostro sistema bancario. Un epilogo che riapre il confronto tra apertura del mercato bancario europeo e tutela degli interessi strategici nazionali, lasciando il dubbio che la politica abbia ottenuto un risultato molto diverso da quello che si era prefissata, non si sa, se per scelta o per mancanza di visione strategica.
Ai posteri l’ardua sentenza, ai veronesi resta l’amaro in bocca di aver ormai perduto ogni velleità di contare qualcosa nel sistema bancario e finanziario nazionale.

