Successo per i numerosi debuttanti in Arena
(di Gianni Schicchi) Torna in Arena La Bohème, il capolavoro di Puccini nell’allestimento del 2024, ideato dalla coppia Alfonso Signorini, per la regia e Juan Guillermo Nova, per le scenografie. Un omaggio allora al centenario del compositore lucchese usando una messinscena minimale, ma sempre godibile: quella con grandi velari a riprodurre una Parigi da cartolina, con in primo piano la soffitta di una casa trasparente dove convivono Rodolfo, Marcello, Schaunard e Colline, lasciando che si sviluppi senza segreti la loro vita di artisti squattrinati, nella spensieratezza della loro gioventù.
Nel secondo quadro ritornano i vivaci caffè parigini, i locali notturni con le loro grisettes e le ballerine ammiccanti, dai colori accesi, addirittura fauves in certi momenti che ricordano le affiches dei locali della Parigi di quegli anni, dove erano attive centinaia di 200 teatri e grandi sale da ballo. A contrasto il terzo quadro, quello della Barriera d’Enfer, come inaridito, con i colori spenti dell’inverno, cui contrastano solo le luci calde dell’osteria dove Musetta amoreggia con gli uomini di passaggio. L’ultimo quadro ripropone la situazione del primo, ma come prosciugata da una maggiore sensazione di disfacimento.
Nella Bohème il ritratto di una generazione giovanile
Ế il ritratto di una generazione giovanile che si trova a fare i conti con la miseria, con un mondo che la respinge, ma che allo stesso istante, pure l’attrae come una giostra vorticosa, sperimentando infine la perdita, in una sorta di romanzo di formazione che farà diventare tutti adulti. Certo in questa regia di Signorini non ci sono le invenzioni folgoranti di un Graham Vick o di altri grandi registi che hanno ripensato il teatro di Puccini, ma tuttavia il noto conduttore televisivo sa portare avanti la vicenda con gusto e senza eccedere.
Sul podio c’è l’esordio areniano del romano Francesco Lanzillotta dall’ottima preparazione tecnica, evidente nella precisione e sicurezza con cui guida un’Orchestra areniana in stato di grazia, ma che oltre alla preparazione possiede la stoffa dell’interprete autentico, dote molto più rara. Da menzionare c’è inoltre la sua sensibilità nell’assecondare i cantanti (evidente l’accurato lavoro delle prove) e la capacità di cogliere i momenti più raccolti della partitura con ampi slarghi di tempo e inattese finezze dinamiche, come avviene nell’ipnotica melodia circolare che letteralmente avvolge il povero Benoit nel primo quadro, e nelle scene iniziali del quarto quadro.
Inoltre Lanzillotta riesce a passare con molta naturalezza dalla vivacità ritmica a una dimensione più raccolta, per inventarsi infine una conclusione di grandi suggestioni emotive, quando lascia sprofondare la vicenda in un torpore più di sogno che di morte, attenuando i ritmi funerei che accompagnano il “Fingevo di dormire” di Mimi in una dolcezza quai oppiacea.
Nella stessa dolcezza è immersa l’interpretazione di Eleonora Buratto, una Mimì morbida nella vocalità, appassionata e insieme dolente, grazie ad una tecnica impeccabile e ad una voce molto timbrata e pulita nella quale il vibrato fa capolino giusto il necessario. Una voce che le permette di rendere con intensità e passione ogni sfumatura del fraseggio pucciniano, anche e soprattutto nei tempi pianissimi.
È incantevole il suo “Mi chiamano Mimì” e commovente il suo addio nelle scene conclusive dell’opera. Anche sul piano scenico Elenora Buratto sa rendere tutta l’umanità di un personaggio sospeso tra leggerezza e passione, ora timido, ora civettuolo, fatto di slanci e ritrosie, grazie anche ad una regia attentissima ai movimenti scenici e alla recitazione di tutti i personaggi.
Col soprano mantovano era molto atteso Yusif Eyvazov (ambedue debuttavano Bohème) in un ruolo che forse gli sta stretto. Il tenore azero, già impegnato in Aida (e ad agosto lo sarà pure in Turandot), è arrivato preparatissimo e con le idee chiare: non rinnegare una precedente impostazione belcantista, ma farne tesoro per proporre una versione nuova, inedita e fresca del giovane Rodolfo.
La sua prestazione è infatti amabile, fluida nel passare dal “parlato” alle oasi liriche. La celebre aria del primo atto risulta ben integra, dove se ne coglie l’unitarietà dello sfogo lirico (qualcuno del pubblico gli urla un forte Bravo), dell’appassionato e subitaneo innamoramento. Le note poi ci sono tutte, risolte con una certa facilità (anche il do della “speranza”) ed una scioltezza notevole di fraseggio fino all’ultimo quadro.
Ottima prova anche quella di Francesca Pia Vitale, figura capace di catalizzare l’attenzione sul palcoscenico per la bellezza del fisico e la disinvoltura scenica. Il soprano di Avellino sa rendere una Musetta irresistibile, irrefrenabile nella sua carica seduttiva, eppure capace di affrontare con consapevolezza il doloroso momento finale. Mihai Damian si conferma un artista maturo.
Il suo Marcello ha tutte le sfumature richieste del ruolo e passa con credibilità dalla baldanza giovanile alla gelosia rabbiosa, dall’amore al dolore. Singolare lo Schaunard di Jan Antem, dalla strepitosa vocalità, mentre una rivelazione si conferma pure il Colline di Alexander Roslavets, voce naturale di basso, calda e timbrata che trova il giusto equilibrio tra la spensieratezza giovanile e la partecipazione al dolore. La sua “Vecchia zimarra” è uno dei momenti più intensi della serata.
Conferme da tutti i minori, a cominciare da Nicolò Ceriani, un Benoit autorevole, a Gianfranco Montresor, un Alcindoro di lusso, a Carlo Bosi (Parpignol), Nicolò Rigano, Maurizio Pantò, Samuele Pedergnani. Disinvolto e in piena forma il Coro areniano preparato da Roberto Gabbiani e le voci bianche A.Li.Ve. dirette da Paolo Facincani.
Arena non gremitissima, ma plaudente nei momenti topici, di massa, come quello animatissimo del Cafè Momus.
