(di Francesca Romana Riello) A Verona Rinaldo Olivieri è soprattutto l’architetto della Stella di piazza Bra. A New York, più di mezzo secolo dopo, il suo nome torna al Museum of Modern Art attraverso La Pyramide di Abidjan, il centro commerciale progettato tra il 1968 e il 1973 e scelto tra le opere di Architects of Liberation: Modernism in Western Africa, la mostra inaugurata il 5 luglio e aperta fino al 2 gennaio 2027.
Non è la prima volta che La Pyramide entra nel museo newyorkese: c’era già stata nel 1979, nella mostra internazionale Transformations in Modern Architecture. Quasi mezzo secolo dopo, il MoMA la ripropone per raccontare la stagione in cui l’architettura accompagnò la nascita delle nuove nazioni indipendenti dell’Africa occidentale.
Per Olivieri, scomparso nel 1998, quel ritorno a New York riporta in primo piano gli anni trascorsi tra Italia e Africa, quando una parte importante del suo lavoro si sviluppò nella Costa d’Avorio appena uscita dal colonialismo. Prima della Stella, delle grandi scenografie dell’Arena e del Teatro Camploy, c’era già un architetto veronese che lavorava dentro una trasformazione politica e urbana destinata a cambiare il volto di intere città.

Un veronese nell’Africa che cambiava
Rinaldo Olivieri nasce nel 1931. Arriva all’architettura passando anche dal teatro: dopo la maturità classica si iscrive allo Iuav di Venezia e, negli anni universitari, fonda il Piccolo Teatro della città di Verona, mentre collabora alle scenografie dei festival areniani. Si laurea nel 1962. Pochi anni dopo il suo lavoro prende una direzione allora tutt’altro che scontata: l’Africa occidentale.
Dalla fine degli anni Sessanta alterna l’attività in Italia a quella in Costa d’Avorio. Nel 1970 firma per l’Expo di Osaka i padiglioni della Costa d’Avorio e del Gabon. Sono gli stessi anni in cui prende forma il progetto che diventerà la sua opera più conosciuta fuori dall’Italia.
Quando Olivieri arriva ad Abidjan, la Costa d’Avorio è indipendente dalla Francia da pochi anni. La città cresce rapidamente e il Plateau, il centro economico, cambia volto. Nuovi edifici, uffici e sedi istituzionali diventano anche il modo con cui il giovane Stato prova a rappresentarsi dopo l’indipendenza. In quel passaggio lavorano progettisti africani e stranieri e Olivieri entra con un edificio che all’inizio porta un nome molto più semplice: Centre commercial ad Abidjan. La sua forma finirà per consegnargli quello con cui sarà conosciuto: La Pyramide.

Rinaldo Olivieri, da Verona al MoMA
Il progetto nasce tra il 1968 e il 1973. Olivieri non pensa a un centro commerciale occidentale semplicemente trasferito ad Abidjan. Guarda piuttosto alla vita del mercato africano, agli incontri, al movimento delle persone, e prova a portarne qualcosa dentro una grande architettura moderna.
Al centro lascia una hall illuminata naturalmente, attraversata da passerelle e circondata dalle diverse attività. Negozi, uffici e spazi pubblici si affacciano gli uni sugli altri, mentre scale, ascensori e servizi vengono portati ai lati per lasciare libero il grande spazio centrale.
La Pyramide arriva a 61 metri di altezza, con quindici piani e tre livelli sotterranei. Dentro trovano posto negozi, uffici, spazi espositivi, un auditorium, un ristorante panoramico, un supermercato e una discoteca. Il cemento a vista ne segna l’immagine, mentre i brise-soleil servono a proteggere le superfici dal sole di Abidjan.
Il riferimento al mercato non passa però dalla riproduzione delle sue forme. Olivieri ne prende piuttosto il modo di essere vissuto, trasformando il centro dell’edificio in un luogo nel quale le persone possono muoversi, incontrarsi e guardarsi da un piano all’altro.
Dentro quella costruzione africana si ritrova anche una passione che Olivieri aveva maturato molto lontano da Abidjan: quella per Giovanni Battista Piranesi. Scale, passaggi sospesi, prospettive e grandi vuoti richiamano quel mondo di architetture immaginarie e mostrano un modo di pensare lo spazio che tornerà, in forme diverse, anche nel suo lavoro teatrale.
A raccontare quegli anni sono anche le fotografie rimaste nel suo archivio. Olivieri documenta il cantiere e non fotografa soltanto il cemento che sale. Nell’obiettivo entrano gli operai africani, le lavorazioni, i materiali, gli uomini impegnati giorno dopo giorno nella costruzione. Immagini che oggi consentono di leggere La Pyramide anche attraverso chi materialmente la realizzò.
È forse qui che l’edificio racconta meglio il suo autore. Non soltanto nella forma che domina il Plateau, ma nel modo in cui Olivieri costruisce lo spazio pensando a chi dovrà attraversarlo.

Dall’architettura alla scena
Quella stessa attenzione allo spazio accompagna Olivieri quando il teatro prende una parte sempre maggiore della sua attività. Architettura e scenografia, nel suo percorso, finiscono spesso per incontrarsi: cambiano le dimensioni e la funzione, ma rimane il rapporto tra ciò che viene costruito e le persone che vi entrano.
Negli anni Ottanta e Novanta lavora per l’Arena di Verona e per produzioni all’estero, da Salisburgo a Liegi, da Tokyo a Francoforte. Per l’anfiteatro veronese firma allestimenti di Aida, Nabucco e Carmen.
Nel 1984 arriva poi l’opera che più di ogni altra finirà per identificarlo nella sua città: la Stella di piazza Bra, l’archiscultura che per decenni ha attraversato lo spazio tra la piazza e l’Arena con il suo grande arco.
Fuori da Verona, intanto, è soprattutto La Pyramide a continuare a riportare il suo nome nelle grandi rassegne internazionali. Dopo il MoMA del 1979, il progetto è stato presentato alla Triennale di Milano nel 2014 e a Francoforte nel 2016, nella mostra SOS Brutalism. Ora è nuovamente a New York.
Rinaldo Olivieri non ha potuto vedere questo nuovo ritorno. È scomparso nel 1998, pochi mesi dopo aver assistito all’inaugurazione del Teatro Camploy, progettato nel 1982 recuperando la struttura ottocentesca e mettendola in dialogo con l’architettura moderna.
Ventotto anni dopo la sua morte, il MoMA riporta così l’attenzione su un Olivieri meno conosciuto a Verona. Quello che, prima della Stella e delle scenografie areniane, aveva attraversato l’Africa occidentale degli anni dell’indipendenza lasciando ad Abidjan una delle sue opere più riconoscibili. Un edificio nato in un altro continente che, più di cinquant’anni dopo, riporta il nome dell’architetto veronese a New York.

