(Angelo Paratico) Avevo conosciuto il dottor Deric Daniel Waters (1920-2016) a Hong Kong, in seguito a uno scambio di lettere e poi ci incontrammo per un caffè al Circolo dei Corrispondenti esteri. Era molto celebre nell’ex colonia britannica; aveva combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale come “Topo del Deserto” con l’Ottava Armata e in seguito combatté al fianco della Quinta Armata americana a Salerno e ad Anzio, in Italia. Dopo la fine delle ostilità, rientrò nell’impresa edile di famiglia fondata dal suo bisnonno nel 1853 ed entrò poi a far parte del Colonial Office britannico, sbarcando a Hong Kong nel 1954 in cerca di un impiego.

Dr. Deric Daniel Waters
Deric Daniel Waters

Insegnò tecnologia edile e materie affini presso l’Istituto Tecnico di Hong Kong, ed è poi diventato rettore dell’Università Politecnica di Hong Kong. Nel 1969 è stato nominato direttore del Morrison Hill Technical Institute e nel 1972 è stato trasferito alla sede centrale del Dipartimento dell’Istruzione del Governo per occuparsi di pianificazione e amministrazione. Ha scritto di arte e storia, pubblicando vari libri.

Un colloquio con un ex Topo del Deserto di Montgomery

Mi disse, presentandosi: «Sono nato nella città dei pub e delle chiese. C’è un pub per ogni giorno dell’anno e una chiesa per ogni settimana dell’anno: ecco, si tratta di Norwich (Inghilterra), in altre parole, una famosa città antica. Durante la guerra mi arruolai nell’Ottava Armata, combattei nel deserto, fui ferito tre volte, in modo superficiale, niente di grave, ma ho ancora delle schegge nel corpo. Dopo l’Africa ci spostammo in Italia, a Salerno. Fu la prima invasione della guerra in cui gli Alleati incontrarono resistenza».

Parlammo della sua esperienza di guerra in Italia, ricordava ancora nomi, paesaggi e parole. Gli disse che quella guerra causò tanta distruzione e tanta sofferenza da entrambe le parti. Secondo me lo sbarco degli Alleati in Italia era stato un grave errore strategico, causato dal desiderio di Winston Churchill di vestire i panni del grande condottiero. Churchill aveva infatti molti talenti, ma non possedeva la freddezza necessaria per essere un grande generale. La mia affermazione ha comprensibilmente suscitato una sua forte reazione, e mi rispose sostenendo che lo sbarco in Normandia del 1944 non avrebbe potuto essere effettuato un anno prima, come proponeva il generale George Marshall, e che Churchill era stato un grande leader. Stavo leggendo in quei giorni una splendida biografia di Marshall scritta da uno storico americano ed ero abbastanza preparato sull’argomento. Ma era una persona anziana e non volevo farlo inquietare, dunque continuammo a parlare d’arte antica cinese, di cui era esperto e poi pagai il conto. Qualche giorno dopo, eravamo nel 2013; gli inviai un breve messaggio per e-mail ma non ebbi una sua risposta. Morì nel 2016 e non era mia intenzione offenderlo.

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George Marshall

Lo sbarco in Normandia lo dovevano fare nel 1943, non nel 1944, senza perdere tempo in Italia

Il generale George C. Marshall ed Eisenhower volevano che il D-Day cadesse nel 1943 e sapevano che sarebbe stato meglio evitare il montuoso stivale italico. Marshal aveva pianificato lo sbarco in Normandia nel 1943 e la data fissata dal generale era il 1° aprile 1943, ma  Churchill s’oppose con veemenza e le truppe già radunate furono dirottate in Italia. La decisione di Churchill di sbarcare in Italia, che definì «il ventre molle dell’Asse», ottenne ben poco in termini di riduzione della durata della guerra con la Germania, poiché gli Alleati scoprirono che il «ventre molle» non era poi così molle come s’aspettavano: ciò lo si doveva alla catena montuosa degli Appennini, che la attraversa per tutta la sua lunghezza, e alle Alpi a nord. Inoltre, tra il 1942 e il 1944 la produzione di materiale bellico in Germania triplicò nonostante i bombardamenti. Nel 1943 in Normandia non c’erano difese pronte: Rommel non aveva ancora completato il sistema difensivo del Vallo Atlantico e la maggior parte delle divisioni tedesche si trovava ancora in profondità nel territorio russo. È vero che il fallimento non era un’opzione, ma nessuno può paragonare le capacità tattiche e strategiche del generale C. Marshall, di Dwight Eisenhower e di Albert Wedemeyer a quelle di un Winston Churchill, ottimo oratore e politico scaltro, ma un dilettante in materia di guerra.

Gli citai un profilo di Winston Churchill scritto dallo storico militare F.F.C. Fuller nel 1961 per il suo libro «Conduct of War», ma soppresso dal suo editore per timore di una causa per diffamazione: “W. Churchill era un uomo dal coraggio illimitato, dotato di un intelletto brillante ma instabile, dalla fantasia incostante e profondamente emotivo. Militarista fino al midollo, amava la guerra fine a sé stessa, eppure, quando veniva scosso da una tenera emozione, gli occhi gli si riempivano di lacrime. Come uomo di Stato era fuori dal suo elemento e perché molto spesso confondeva i mezzi con i fini e non riusciva a rendersi conto che il primo compito di un uomo di Stato è prevenire la guerra, se ciò fosse impossibile, il secondo dovrebbe essere quello di portare la guerra a una conclusione vantaggiosa e rapida. Come stratega era un disastro, e a causa del suo temperamento bellicoso e del suo amore per il combattimento, la tattica gli si addiceva meglio. Ma, sfortunatamente, il fascino della battaglia lo inebriava a tal punto che uccidere i tedeschi divenne il suo obiettivo irresistibile. Se fosse stato un caporale, questo sarebbe stato il suo compito, ma non aveva assolutamente nulla a che fare con i doveri di un ministro della Difesa. La verità sembrerebbe essere che, nel corso della sua vita turbolenta, non sia mai cresciuto del tutto e, come un ragazzino, amasse i grandi scoppi e giocare ai soldati”.

La storiografia moderna e la scoperta di nuovi documenti, che W.C. non era riuscito a sopprimere, sembrano indicare che in questo passaggio censurato ci sia molta verità. Anche se, come al solito, la storia viene scritta dai vincitori.