(di Gianni Schicchi) La seconda tornata del 35° Settembre dell’Accademia ha visto ancora la Sächsische Staatskapelle di Dresda diretta da Daniele Gatti, alle prese con un compito meno impegnativo della serata precedente, ma egualmente avvincente. Il programma prevedeva infatti: il Quarto Concerto per pianoforte in sol maggiore di Beethoven, con solista Beatrice Rana e la Seconda Sinfonia in re maggiore di Brahms, oltre all’Ouverture Egmont in apertura. 

Nel suo lavoro, composto assieme alla prima versione del Fidelio e della Quinta Sinfonia (1805-1806), Beethoven rivoluzionò i tradizionali rapporti fra solista e orchestra, muovendo in particolare e con imprevedibile fantasia, lo schema della doppia esposizione – prima con l’orchestra e quindi questa, col solista – tanto cara al concerto classico.

Nel Quarto Concerto è il pianoforte che da solo esprime, quasi preludiando, il primo tema, ripreso poi dall’orchestra, secondo le leggi dello sviluppo tematico, fissate una volta per sempre nella Quinta Sinfonia. Ma sotto lo stimolo del pianoforte si trovano spunti divergenti che nella logica delle sinfonie non potevano trovare posto, come anticipazioni dell’intimismo di Schubert, estrapolazioni liriche di schietto segno romantico, lievitazioni poetiche dell’ornamentazione (scale e trilli), cosicché il primo movimento Allegro moderato – non si usano i timpani, in piena creatività “eroica” e sinfonica – anticipa il clima meno perentorio e più disponibile all’indugio momentaneo dei decenni posteriori.    

PHOTO 2026 09 10 10 52 21 4

Beatrice Rana è tornata al Settembre dell’Accademia, come nel 2025, nuovamente con un concerto di Beethoven e per il suo primo incontro con Daniele Gatti. In questa occasione ha portato il Quarto in sol maggiore, dove non ha cercato a tutti i costi la brillantezza, anzi in molti momenti sia il suo pianoforte, sia l’orchestra, si rivelano particolarmente morbidi negli attacchi, come nel breve Andante con moto, dolcissimo e sognante, uno dei più poetici creati da Beethoven. Un suono comunque ben definito il suo, ma senza alcuna punta di freddezza metallica, dove è ottima l’intesa con l’orchestra, non solo nella precisione dell’insieme, ma anche e soprattutto nell’amalgama sonoro, specie nel citato secondo movimento e nella parte conclusiva. Nella sua esecuzione è visibile la ricerca di quel singolare ed unico flusso interrotto di sensazioni, riflessioni, stati d’animo che paiono trasformare la musica in un trattato filosofico. Così il timbro che riesce a ricreare dallo strumento rievoca anche un discorso sonoro a ritroso, riallacciandosi ad una tradizione interpretativa fatta di fraseggio accurato, legatura delle frasi, rotondità del suono, utili ad immergersi in un discorso che lascia ancora spazio al sentimento e non solo alla logica cerebrale.

Il successo della pianista salentina è molto vivo e il pubblico non le risparmia ampi consensi. Lei visivamente commossa, dopo tre chiamate in proscenio, concede il bis di prammatica. 

La serata era iniziata con una brillantissima Ouverture Egmont di Beethoven e si è conclusa con la Sinfonia n° 2 in re maggiore di Brahms. Nonostante certe ombre di ambiguità, si tratta di un’opera distesa, facile, accattivante, di immediata seduzione sonora. Tutti e quattro i tempi sono indicativi della nuova scelta poetica operata da Brahms che confermano, accanto alla vocazione mozartiana, l’equilibrio classico e la natura distaccata dell’autore.

Daniele Gatti ne ha esaltato chiaramente le linee, fin dal primo tempo, col suo tema di grande liricità, “di un romanticismo quasi meridionale”, affidato agli splendidi corni dell’orchestra, le cui connotazioni pastorali bene esprimono la vocazione dell’opera. Ma pure in evidenza sono risultate anche gli splendidi viole e violoncelli dell’orchestra, in un secondo tema, pure cantabile al ritmo di valzer. Una direzione quasi accorata poi nell’Adagio del secondo movimento, quando deve avventurarsi in una sfera di rassegnata malinconia, di poesia grave e ponderata, coi due temi affidati simultaneamente al fagotto ed al violoncello. Ma anche in questo brano nessun dolore acerbo, nessun tocco di ostinata drammaticità, tutt’al più un leggero malessere quando la musica esita tra differenti tonalità e gioca su ritmi discordanti: il tutto su un complicato tappeto contrappuntistico. Alla fine la visione si rasserena con il riapparire del primo tema affidato ai fiati su un misurato scandire dei timpani: un momento di sospensione prima della comparsa del nuovo movimento.

PHOTO 2026 09 10 10 52 21 3

Anche quando il ritmo muta da 3 quarti a 2 quarti, anche quando presenta qualche contrasto fra fiati ed archi, il profilo che Gatti disegna è sempre elegante, come quello di una danza leggera, senza affanni, senza esuberanze, semplice e candida di un Ländler popolare. In perfetta sintonia è pure il finale presentato in una atmosfera di fiducioso ottimismo. 

Una direzione che forse non colpisce per sensazionalistica eccentricità di idee, ma che si fa sempre ammirare per la sottigliezza del progetto interpretativo, la perfetta messa a punto di ogni dettaglio, la chiarezza strutturale dell’insieme. L’attenzione di Gatti non è stata da meno in quella riservata alle inflessioni intime ed espansive dei singoli strumenti, condotti per mano lungo le curve sinuose di una espressività costantemente mutevole e screziata. Grande concertazione insomma, frutto di una intesa con tutti i musicisti, chiaramente visibile negli ammiccamenti, nei cenni d’intesa e nei sorrisi in corso di esecuzione, così come nelle reciproche manifestazioni di affetto e gratitudine durante i saluti conclusivi, cui si sono aggiunte le intense e convinte ovazioni del pubblico, inaspettatamente ripagate da un bis: l’Overture dei Maestri Cantori di Norimberga di Wagner. 

PHOTO 2026 09 10 10 52 21 2