Riceviamo la denuncia di una nostra lettrice sul fenomeno di quei lavoratori, spesso stranieri, che per non rinunciare all’indennità di disoccupazione rifiutano di esser assunti con regolare contratto. Un’esperienza personale che è la spia di un fenomeno più ampio che non può non esser di interesse pubblico. Motivo per il quale volentieri pubblichiamo
Egregio Direttore,
Le scrivo come cittadina e contribuente, profondamente amareggiata da un’esperienza personale che ritengo meriti una riflessione pubblica. Nelle ultime settimane, cercando una collaboratrice domestica a Verona, ho sostenuto sei colloqui con altrettante persone. Ebbene, tutte e sei mi hanno prospettato la medesima richiesta: lavorare senza un regolare contratto di assunzione, perché attualmente percepiscono la NASpI e non intendono rinunciare ai sei, otto, nove o più mesi di indennità che ritengono di avere ancora a disposizione.
In sostanza, mi è stato chiesto di diventare complice di un sistema nel quale si vorrebbe percepire contemporaneamente un’indennità pubblica di disoccupazione e una retribuzione non dichiarata.Confesso che la cosa mi ha profondamente indignata.
La NASpI è uno strumento fondamentale di protezione sociale, finanziato attraverso il sistema contributivo, pensato per sostenere chi perde involontariamente il lavoro e accompagnarlo verso una nuova occupazione. Non può trasformarsi in una rendita da preservare attraverso il lavoro sommerso.
Quando una persona rifiuta di essere assunta regolarmente per continuare a percepire un’indennità pubblica e pretende, nel contempo, di essere pagata in nero, non sta semplicemente aggirando una regola: sta chiedendo agli altri cittadini di finanziare un vantaggio indebito. La sensazione è quella di vedersi mettere direttamente le mani nelle tasche.
E il danno è duplice: da un lato il possibile indebito utilizzo delle risorse pubbliche, dall’altro l’alimentazione di un’economia sommersa che sottrae contributi e imposte, penalizza chi rispetta le regole e altera il mercato del lavoro.
Mi domando: se sei persone incontrate da una sola cittadina, in una sola città, avanzano tutte la stessa richiesta, quante situazioni analoghe potrebbero verificarsi quotidianamente a Verona? E quante nel resto d’Italia?
Non pretendo certo di ricavare una statistica nazionale dalla mia esperienza personale. Ma ritengo che sei episodi su sei costituiscano un segnale sufficientemente allarmante da meritare attenzione. Poi discutiamo del deficit pubblico, della sostenibilità della spesa sociale, della pressione fiscale e della necessità di reperire nuove risorse per finanziare sanità, scuola e servizi essenziali.
Eppure, davanti a situazioni come queste, la risposta che troppo spesso si ascolta è una rassegnata constatazione: «Lo fanno tutti, non c’è niente da fare». È proprio questa rassegnazione che trovo inaccettabile. Non possiamo continuare a considerare l’illegalità diffusa come un fatto inevitabile, quasi una caratteristica strutturale della nostra società.
Guardiamo, per esempio, altri Stati, dove per esempio l’assicurazione contro la disoccupazione è accompagnata da obblighi di ricerca attiva dell’impiego, verifiche da parte degli uffici regionali di collocamento e conseguenze economiche per chi non rispetta le condizioni previste. Alcuni sistemi contemplano anche la possibilità di svolgere attività lavorativa durante la disoccupazione, ma il reddito deve essere dichiarato e viene considerato secondo regole precise.
Non si tratta di idealizzare gli altri Paesi, ma di domandarsi perché anche in Italia non si riesca a garantire un sistema di controlli più efficace, tempestivo e realmente dissuasivo. Chi percepisce indebitamente prestazioni pubbliche occultando redditi da lavoro dovrebbe essere sottoposto a verifiche rigorose e, quando ne ricorrano i presupposti, alla restituzione delle somme e a sanzioni effettive. Le regole devono valere per tutti, cittadini italiani e stranieri, senza privilegi né discriminazioni.
Il problema non è chi riceve un sostegno economico perché ne ha effettivamente bisogno. Il problema è chi vorrebbe trasformare quel sostegno in un’opportunità di guadagno irregolare, contando sulla complicità di un datore di lavoro e sulla scarsa probabilità di essere scoperto. Da cittadina che rispetta le regole, paga le imposte e desidera assumere regolarmente una collaboratrice domestica, considero questa situazione non soltanto ingiusta, ma profondamente offensiva nei confronti di chi lavora onestamente.
Mi auguro che il Suo giornale voglia dare spazio a questa riflessione e, possibilmente, approfondire il fenomeno, chiedendo alle istituzioni competenti quali controlli vengano concretamente effettuati e quali risultati producano. Perché uno Stato sociale può essere giusto e sostenibile soltanto se la solidarietà è accompagnata dalla responsabilità.
Diversamente, a pagare saranno sempre gli stessi: i cittadini che rispettano le regole. Con osservanza,
MS
