Afghanistan, missione finita. Senza più passerella, la politica – guarda caso – scompare

Venti anni e 54 caduti dopo, l’Italia ha chiuso la sua missione in Afghanistan. Gli ultimi soldati sono rientrati da Herat, riportando a casa la bandiera di guerra del 186.mo reggimento paracadutisti, l’ultimo reparto sul terreno. Gli italiani in Afghanistan hanno partecipato a tre missioni (Enduring Freedom, Isaf e Resolute Support) e se avessimo avuto più voce in capitolo probabilmente avremmo evitato questo risultato che è una sconfitta per la Nato e l’alleanza contro il terrorismo islamico. Per colpa dell’assenza di strategia a lungo termine USA (che però ha imposto sempre il suo comando), oggi i talebani stanno rioccupando il Paese, interi reparti dell’esercito regolare afgano si consegnano con armi e vettovaglie oppure scappano in Tagikistan. Tempo sei mesi e della nostro presenza, dei nostri morti, non rimarrà nulla. Le donne torneranno schiave, non ci sarà un’evoluzione democratica, il Paese tornerà santuario di terroristi per una prossima escalation. E’ talmente sicuro come Paese che l’Italia ha portato in salvo 240 interpreti (sono già qui, per ora alloggiati in caserme) e sta studiando come salvare altre 400 persone che in questi anni hanno collaborato con i nostri soldati: muratori, meccanici, baristi… e con loro, le loro famiglie. Se non li portiamo via verranno tutti accoppati.

I nostri soldati il loro dovere lo hanno fatto. Dove erano loro, lì era la libertà e la pace. Sono rientrati in sordina e ad accogliere l’ultimo drappello dei nostri non c’era nemmeno lo straccio di un sottosegretario. Sì, il ministro della Difesa li ha salutati ufficialmente in Afghanistan un mese fa, ma nel momento più duro la politica al solito non c’era. Sempre pronta a comandare “missioni di pace”, sempre pronta a ricevere gli “onori”, sempre lontana quando c’è da metterci la faccia e ringraziare chi ha prestato servizio. Volutamente non cito il caso “marò”. Tutto questo pone il tema, gigantesco, della qualità della classe dirigente messa al comando delle forze armate: non i militari, ma i controllori e decisori politici. Provate a contare i politici competenti in materia, davvero competenti in materia: a me ne vengono in mente soltanto due, Crosetto e Minniti, più un militare di carriera in Parlamento, De Falco. Troppo poco per la settima potenza industriale e la seconda o terza realtà schierata sulla linea del fuoco dall’Africa all’Asia.

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