Alzheimer, una nuova terapia per rallentarne i sintomi. Serpelloni: la rTMS riduce dell’80% la progressione della malattia

Un’importante ricerca della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma, in collaborazione l’Università di Ferrara, fornisce la prova scientifica che la stimolazione transcranica magnetica (rTMS), in uso anche al Neuroscience Clinical Center & TMS Unit di Verona rallenta la malattia di Alzheimer. Una buona notizia per i pazienti e per le loro famiglie. 

Sottolinea il professor Giacomo Koch, ordinario di Fisiologia all’università di Ferrara, direttore del laboratorio di Neuropsicofisiologia sperimentale al Santa Lucia di Roma e primo autore della pubblicazione: «Abbiamo dimostrato  che applicando per 6 mesi la rTMS si ottiene un effetto che non solo è sovrapponibile a quello dei farmaci, ma lo supera. Rallentare la malattia nell’arco di 6 mesi, è un risultato davvero importante».

La rTMS sta emergendo come una strategia terapeutica nella battaglia contro la malattia di Alzheimer, dimostrandosi come una nuova metodologia promettente, da affiancare a quelle già esistente, per rallentare il declino cognitivo e funzionale nei pazienti.

«La rTMS è una terapia non invasiva e non dolorosa che può sicuramente essere usata come una trattamento complementare e non alternativa alle odierne terapie farmacologiche e riabilitative anche nella malattia di Alzheimer » conferma Giovanni Serpelloni, direttore del Neuroscience Clinical Center & TMS Unit di Verona.  Con questo studio randomizzato, in doppio cieco, controllato  in persone con malattia di Alzheimer da lieve a moderata, sono stati trattati e seguiti nel tempo 50 pazienti. 

https://academic.oup.com/brain/advance-article/doi/10.1093/brain/awac285/6701823#

Con la rTMS è stata ottenuta una riduzione di circa l’80% nella progressione dei sintomi di malattia. Attualmente è in corso la valutazione anche nel più lungo termine. 

«Deve essere chiaro che la rTMS non guarisce la malattia – specifica il dottor Serpelloni, esperto nell’uso della rTMS – ma ha dimostrato di rallentare molto l’evoluzione dei sintomi e dei disagi molto disturbarti ed invalidanti di questa malattia, mantenendo una buona funzionalità generale e cognitiva».

La nuova ricerca mostra che si tratta di un trattamento di 24 settimane, con un corso intensivo di 2 settimane in cui rTMS veniva applicato ogni giorno cinque volte alla settimana, seguito da una fase di mantenimento di 22 settimane in cui la stimolazione veniva applicata una volta alla settimana. 

«I pazienti hanno ricevuto una stimolazione con rTMS su una specifica struttura cerebrale (il precuneus), mediante il posizionamento esterno di una speciale bobina che genera delle onde magnetiche. Non vi è trasmissione di corrente elettrica» specifica il dott. Serpelloni. 

I risultati, scientificamente validati, hanno mostrano che queste persone hanno fatto registrare  una prestazione stabile del punteggio “Clinical Dementia Rating Scale-Sum of Boxes”, un test che misura la gravità della demenza e la sua evoluzione. 

I pazienti  hanno mostrato anche prestazioni significativamente migliori per le misure di esito secondario, tra cui la scala di valutazione della malattia di Alzheimer sui problemi cognitivi, l’esame dello stato minimo mentale e la scala di studio delle attività della vita quotidiana della malattia di Alzheimer. 

Lo studio conclude  che con 24 settimane di stimolazione rTMS si possono rallentare il declino cognitivo e funzionale della malattia di Alzheimer. La terapia infatti ha ottenuto, come riportato dalla autorevole rivista internazionale BRAIN, una riduzione di circa l’80% nella progressione dei sintomi di malattia. La rTMS quindi, mirata su quella particolare area, può  rappresentare un nuovo e complementare approccio terapeutico nei pazienti con malattia di Alzheimer. La rTMS si può utilizzare sia da sola che in combinazione con i farmaci potenziando i loro effetti.

La terapia è stata ben tollerata e non si sono osservati seri eventi avversi per i pazienti trattati con rTMS per sei mesi. Questa terapia, che viene utilizzata fin dal 1985 per varie altre patologie, è risultata quindi particolarmente sicura anche nei pazienti con Alzheimer, una popolazione fragile ed alto rischio che presenta molteplici comorbidità. 

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