Decreto Zan, quello che Fedez e la politica ancora non dicono

C’è un pericolo insito nel decreto Zan che neppure l’aggiunta di un articolo, piazzato da Forza Italia, per limitare l’eccesso di contenzioso sulla manifestazione del legittimo pensiero, annulla. Ed è la gogna mediatica, primo passo di una gogna giudiziaria, cui sono soggetti (e saranno sempre più) quelli che non la pensano come il mainstream. Il massacro di queste ore di Alberto Zelger – politico al quale poco mi unisce – per aver espresso più o meno incautamente una sua opinione (difesa dall’articolo 21 della Costituzione cui tantissimi di noi hanno prestato giuramento: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”) ne è la testimonianza più cristallina. Ha dato un giudizio, è stato spinto da due marpioni dell’informazione a ripeterlo pubblicamente, è stato costretto a scusarsi davanti al Consiglio Comunale della sua città di cui è un rappresentante eletto, ed oggi è di nuovo al centro del pubblico ludibrio. Si può essere d’accordo o meno con Zelger e le sue affermazioni a metà strada fra il calembour e la chiacchiera da bar; certamente Zelger ha le spalle sufficientemente forti per reggere una polemica che è componente essenziale della sua lotta politica, ne è la linfa, il collante coi suoi elettori. Ma non c’è stato soltanto Zelger.

Chiedete alle donne che hanno difeso Maddalena Morgante attaccata su Facebook per una sua foto contro il Ddl Zan: quale livello di offese hanno ricevuto? Quali minacce esplicitamente sessuali hanno dovuto sopportare?

Ora,  pensate se a esprimere opinioni diverse dal mainstream non sia un politico o un personaggio pubblico, ma uno qualsiasi, che vive del proprio reddito, che magari è un cittadino modello ma che dice la sua rispondendo a un post, scrivendone un altro,  mandando una lettera ad un giornale oppure prendendo la parola in un incontro pubblico. Come reagirebbe trovandosi al centro di una feroce polemica giornalistica o politica? Come si sentirebbe vedendo il proprio nome scritto sul giornale nelle vesti di un cattivo antivista antigay, di istigatore all’odio quando magari ha espresso soltanto la sua opinione contro l’utero in affitto? Come affronterebbe un avviso di garanzia – magari – per un ipotetico reato di diffamazione, aggravato dal decreto Zan, ipotesi di reato che magari non verrà nemmeno accolta dal magistrato?

Ve lo dico io come si sentirà. Si sentirà schiacciato, impaurito, sputtanato, messo all’indice dalla propria comunità. Ci perderà il sonno, la tranquillità, i soldi per l’avvocato e per che cosa? Per aver espresso la propria opinione? Non stiamo parlando di un politico scafato, ma di un semplice Mario Rossi che dice la sua, come tutti. E cosa farà allora Mario Rossi? Appena uscirà dai casini si nasconderà, non parlerà mai più in pubblico, non parteciperà più alla vita pubblica. Si cancellerà così, con le prime cause penali o civili per risarcimento danni, la possibilità di dibattito ampio su temi sensibili. Ripeto, non stiamo parlando di un Gran maestro del Ku Klux Klan, ma di Mario Rossi, uno qualunque di noi.

In buona sostanza, chi si sentirà minoranza rispetto al mainstream semplicemente non parlerà più. Com’era quella storia? Colpirne uno per educarne cento? Beh, questa roba ci va – potenzialmente – molto vicino. Non voler capire questi dubbi e allarmi è davvero grave e la politica dovrebbe esprimersi con maggiore fermezza nel chiudere la strada a nuovi Tribunali Speciali…

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