Finanziaria 2023, certo che bisogna chiamare il popolo in piazza. Ma contro i cinque premier del centrosinistra che ci hanno caricato 800 miliardi di debito sul groppone

(di Bulldog) Ad ascoltare il vincitore sulla povertà (Giuseppe Conte) o il grande sconfitto delle elezioni 2023 (Enrico Letta) sembra che oggi Giorgia Meloni abbia smesso i panni della buona mamma indossati a Bali per tirar fuori  dall’armadio quelli di Margaret Thatcher nella versione “conte Dracula” tanto invisa  ai minatori (sconfitti) gallesi. Il primo invoca un muro contro la “macelleria sociale” della manovra; il secondo chiama alla piazza (che, in effetti, dev’essere proprio una bella vista dalla sua ZTL) per combattere una finanziaria “improvvisata“.

Evocare la piazza contro una legge è un vizio antico in Italia dove non si è usi rispettare quasi mai la legittimità di chi governa pro-tempore.

Però questa legge finanziaria più che di lacrime e sangue  appare fatta di sistemazioni possibili per dare più risorse al ceto medio e a quello ancora più in difficoltà cercando da un lato di aiutare tante famiglie ad arrivare a fine mese e dall’altro di evitare la recessione tecnica ben sapendo che i quattrini messi in tasca al ceto medio finiranno tutti nel sostenere i consumi delle famiglie nelle prossime settimane. Sarà stata certamente “improvvisata” ma questo governo è in carica da trenta giorni esatti e il transition team de-facto avviato da Giorgia Meloni con Mario Draghi ha operato in un quadro non certo da un punto di vista istituzionale. Insomma, difficile farsi dare le istruzioni della macchina quando manca la patente dell’incarico di Mattarella.

35 miliardi di manovra rivolta quasi interamente a mitigare gli effetti della guerra in Ucraina (evento al di fuori della portata di un qualunque governo italiano) possono sembrare troppi o troppo pochi, ma non bisogna scordare che Giorgia Meloni guida un Paese che ha il debito pubblico al 145,4% del Pil e che sta lentamente rientrando dai picchi del 2020 (155,3%) e del 2021 (150,9%). Due esercizi fiscali contrassegnati dalla pandemia, per carità,  ma gestiti da due governi – il Conte II e Draghi  – dove Meloni era all’opposizione. Anzi, per dirla tutta: Giorgia Meloni ha lasciato il governo dove era ministro (senza portafoglio) nel 2011 quando il rapporto debito/pil era al 116,5%, trenta punti percentuali in meno di oggi. E il 30% significa in soldoni qualcosa come 800 miliardi di euro. 800 miliardi che vanno messi in conto a Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi (che a onor del vero ha ridotto dello 0.3% questo rapporto), Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi (il primo a sforbiciare il deficit lasciatogli dai suoi predecessori).

In piazza, insomma, dovrebbero sì andare gli Italiani ma per contestare a quattro primi ministri – tutti del centrosinistra – la loro disinvoltura con le loro finanze pubbliche.

Certo, Giorgia Meloni ha rinviato una riforma delle pensioni sempre più necessaria (proprio oggi il Giappone e gli USA hanno annunciato la volontà di portare a 70 anni l’età minima pensionabile per garantire la tenuta del sistema di welfare pubblico); non ha annunciato come interverrà sul mercato del lavoro dove dovrà far transitare entro un anno almeno 600mila percettori del reddito di cittadinanza e dove vanno indirizzati molti giovani oggi Neet (né allo studio né al lavoro). Ma in trenta giorni pretendere di realizzare riforme profonde su queste materie sarebbe stato davvero stupido.

Abbiamo quindi una legge finanziaria realista, che mette 42mila miliardi delle vecchie lire nelle tasche delle famiglie e indica la rotta sul welfare prossimo futuro. Non abbiamo banchi a rotelle o nuove marchette. Non sembra un risultato da poco.

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