Rigoletto di Verdi al Filarmonico

(di Gianni Schicchi) “Rigoletto” è un caso dei più singolari in ambito verdiano, ma pure in quello del teatro musicale in genere, di cui è un titolo fra i più amati e più popolari. Può quindi essere incluso con tranquillità in tutti i programmi operistici perché la resa è assicurata. La Fondazione Arena lo ha portato di recente nella trasferta in Oman (con le scenografie di Franco Zeffirelli) ed è tornata a riproporlo nella stagione invernale del Filarmonico, ricorrendo ad una propria produzione, di qualche anno, affidata al duo Arnaud Bernard -Alessandro Camera, ripresa per l’occasione da Yamal das Irmich.

Arnaud Bernard, di casa a Verona (suo il Nabucco che andrà in scena nella prossima estate areniana), è noto per le sue regie eleganti, pur se non perseguono una stretta filologia. In tutte è comunque ben riconoscibile uno stile che si riscontra chiaramente anche in questo suo spettacolo. Intellettuale senz’altro, che il palcoscenico mostra ad apertura di sipario: lo studio di un palazzo rinascimentale, in gelido stile piacentino (alte, lucide pareti nere ai lati, analoga parete sullo sfondo) circondato da una passerella che una piccola scala mobile collega col palcoscenico.

Nella seconda recita dell’opera, è risaltato in bella evidenza l’intera compagnia di canto, dove nella parte del protagonista, il giovane baritono Luca Micheletti ha dominato il cast, non solo senza sforzo, ma sollevandosi di una spanna sopra tutti gli altri: ampia, bella solida e sicurissima la linea, vario l’accento, di conserva ad una condotta scenica intensa e ovunque partecipe. Gli ha risposto Eleonora Bellocci, una Gilda senza la minima traccia di smancerie o infantilismi, affidata ad una linea di canto levigata, musicalissima, con legati eccellenti e coloratura non virtuosistica, ma sufficiente a sgranare tutte le note e soprattutto a dar loro un senso espressivo. Il Duca di Mantova, Ivan Magri, ha un fisico giusto, perfetto per la parte, viveur di lungo corso, dall’aria ribalda, un po’ vecchio stile, ma resa efficace dalla scioltezza scenica e canta anche niente male. Gianluca Buratto ha plasmato uno Sparafucile non circoscritto alla consueta tenebrosità e relativo armamentario scenico del bieco ribaldo, bensì rilassato in una sorta di indolente sensualità, quasi l’omicidio fosse qualcosa di oscenamente eccitante. Anastasia Boldyreva era infine la sorella Maddalena, voce ammaliante, oltre ad essere giustamente procace per il ruolo. Ottima la partecipazione poi di tutti i ruoli minori. Ha diretto Francesco Ommassini con chiarezza e precisione nei minimi dettagli di fraseggio, andati di pari passo con l’equilibrio con cui viene impostato il complesso dell’arco narrativo (vedi scelte agogiche e costante nitidezza del tessuto strumentale). Buoni i consensi del pubblico, non molto numeroso, ma evidentemente la scelta di effettuare l’opera nel giorno de Le Ceneri non è stata delle più felici.

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