(di Stefano Tenedini) Morire per troppa passione? Albatross è una storia così, quella di Almerigo Grilz, giornalista e cine-fotoreporter triestino ucciso a 34 anni durante la guerra in Mozambico. Il primo a morire così dopo la seconda guerra mondiale ma il suo ricordo si è perso. Pochi lo conoscono, libri e giornali ne parlano solo quando e se si accende una polemica. Perché era di destra, quindi testimone sì, ma dalla parte sbagliata. I romani chiamavano damnatio memoriae cancellare ogni traccia di una persona dalla storia, come se non fosse mai esistita.
Oggi Grilz torna come non avrebbe immaginato: in un film che racconta la sua vita anche se un po’ romanzata, ma non inventata. Si chiama “Albatross”, è diretto da Giulio Base e a presentarlo a Verona a pochi giorni dalla prima nazionale il regista e una parte del cast. Un’opera che a Giulio Base ha richiesto molto coraggio, come addentrarsi in un campo minato per deporre un fiore.
“Sapevo che mi stavo cercando dei guai da solo, e mi aspettavo che il film venisse attaccato, e lo accetto. Ma vorrei che si guardasse prima il film”, dice. “Ho voluto prendere non le distanze ma la giusta vicinanza dalle due parti, anche per suscitare un dibattito. Nella vita certe volte un po’ di coraggio ci vuole”.


Un film che quando lo vedi è come staccare un biglietto per un viaggio nel tempo. Ci si ritrova tra gli anni Settanta e Ottanta, un’epoca lontana ma non così tanto, in cui si poteva morire per terrorismo ma anche per viaggiare e andare a fare il proprio lavoro. Voler raccontare a tutti i costi la verità del mondo e le guerre dimenticate, che non trovavi sui canali e i giornali più allineati. Che poi si moriva un po’ tutti i giorni anche restando vivi, vittime di quella guerra civile (ma non era educato dirlo) che in Italia non c’è mai formalmente stata ma che non è nemmeno mai finita, neanche adesso.
Morire da testimone, dalla parte “sbagliata”
Alla proiezione al Rivoli con il regista c’erano il protagonista Francesco Centorame, che ha interpretato Grilz, e Giovanni Vit, giovane attore veronese già noto al pubblico teatrale cittadino, nei panni di Leopoldo, meno avventuroso ma forse più affidabile e solido, tanto da restare a Trieste per organizzare e diffondere i servizi di Grilz e degli amici d’avventura e politica Fausto Biloslavo e Gian Micalessin. Quest’ultimo non ha voluto mancare all’appuntamento di Verona, ed entrambi sono giornalisti e inviati in prima linea fin da quel 1983, quando avevano fondato l’agenzia Albatross.
Il film dichiara da subito di essere liberamente ispirato alla vita di Almerigo Grilz (a questo link il sito del premio che i suoi amici gli hanno dedicato e che riconosce l’impegno dei reporter under 40), interpretato da Francesco Centorame. Ad accompagnarne gli anni di formazione, seppure schierato a sinistra, Vito Ferrari, interpretato da Michele Favaro da giovane e da un riflessivo Giancarlo Giannini nella parte contemporanea. Il racconto si dipana tra le vicende giovanili, con gli scontri di piazza, gli amori contrastati, le amicizie e le prime fughe all’estero alla ricerca della vita vera, reale.

E poi ci sono i ricordi della maturità, quando si toccano anche l’etica e la responsabilità del giornalismo, il rispetto e il rifiuto, l’importanza di comprendere le ragioni degli altri. “Albatross” tra l’altro si inserisce in un momento in cui le guerre tornano a fare audience e i reporter cercano un nuovo ruolo, anche se spesso faticano a lasciare da parte le ideologie. Nel film si vede quanto è difficile anche dedicare una targa alla memoria a un collega morto in mezzo alla giungla, solo perché è un vecchio nemico giurato, “perché è un fascista”, appunto.
“Giogio” Vit, nel cast c’è un talento veronese
A meritare il benvenuto senza se e senza ma in questo scenario impegnativo è Giovanni “Giogio” Vit, talento veronese ormai più emerso che emergente. A 26 anni è sul palcoscenico praticamente da sempre, prima con la compagnia “La Graticcia”, che ha fondato guardando all’indimenticata “Barcaccia” di Roberto Puliero, e poi con un appassionato percorso teatrale costruito con oltre 500 repliche e riconoscimenti nazionali.
Una strada imboccata da bambino e che oggi prosegue con tenacia, entusiasmo e spirito di squadra: al Rivoli più che parlare di sé ha raccontato quanto fosse stupito, orgoglioso ma anche grato di aver potuto lavorare con un cast di questa portata. Un applauso alla sua modestia e alla voglia di imparare e mettersi in gioco. C’è davvero del coraggio insolito e a più strati, in questo film.

