(Giorgio Gabanizza*) Ogni anno, da decenni in Italia, si contano i morti da lavoro, sempre in aumento. Le dichiarazioni istituzionali sono spesso preoccupate e dispiaciute. “Il lavoro non può, non deve uccidere!”. Ma, via via le dichiarazioni sono sempre più rituali, come se si trattasse di una calamità naturale cui non si scappa. Una brutta fatalità. E poi la vita continua, i lavori seguono il loro andamento e nulla cambia. Dal numero sempre più elevato di incidenti nei luoghi di lavoro sono solo le condizioni lavorative che cambiano, ma in peggio.
Il lavoro dovrebbe offrire a chi lo svolge dignità, sicurezza, affermazione della propria personalità, non la morte. La stessa Costituzione, dall’articolo 1 “La Repubblica italiana è fondata sul lavoro” agli articoli 35 “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” e 41 “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla liberà, alla dignità umana“, imporrebbe una rigorosa tutela delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma ciò non accade. Non solo si muore, ma ci si ammala di malattie professionali e ci si rompe spesso in modo irrevocabile in migliaia di incidenti.
Morti sul lavoro. I numeri

Nel 2025 l’ INAIL segnala, in base alle denunce di infortunio pervenute, 792 decessi nei luoghi di lavoro, accompagnati da quelli in itinere (sulla strada) risultano in totale 1093.
L’Osservatorio Nazionale Morti Sul Lavoro monitora e conteggia in modo documentato tutti gli incidenti, anche quelli verificatisi al di fuori dalla regolarità INAIL e con lavori in nero e i dati si fanno più drammatici. I morti nei luoghi di lavoro nel 2025 sono 1042 che sommati a quelli in itinere diventano 1456. In pratica 4 morti per lavoro al giorno comprese le domeniche e le feste. Una strage che dovrebbe mobilitare le istituzioni governative e regionali.
Il Governo è molto interessato di sicurezza in generale, ma sembra disattento a quella nei luoghi di lavoro (che colpisce per il 40% immigrati). La eventuale solita risposta legislativa che inasprisce le pene, in questo caso di una imprenditoria assai poco umana, serve a poco. Servono, anche qui, provvedimenti di prevenzione, di controllo delle condizione di igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro. Poiché i dati ci dicono che il Veneto, assieme a Lombardia e Campania, è nelle primissime posizioni nell’ infortunistica del lavoro (95 decessi che arrivano a 123 con quelli in itinere).

E visto che le Regioni hanno competenze specifiche in materia, serve che la nuova Giunta e il nuovo Consiglio regionali dedichino un lavoro straordinario al riguardo, coinvolgendo l’intero mondo del lavoro, le università, i saperi scientifici ed anche le organizzazioni nazionali che operano nel settore (Inail, Ispettorato del lavoro, ecc… ). Servono organici più robusti negli Spisal , almeno quelli che vi erano negli anni ’80 (erano il doppio), serve coordinamento, se non unità di intervento, con gli organismi nazionali che svolgono anche in Veneto analoghe funzioni, servono campagne di sensibilizzazione, di formazione, ecc, del mondo imprenditoriale e dei lavoratori.
Non vanno trascurate le iniziative capaci di “regolarizzare” interamente il mondo imprenditoriale, non lasciando spazio al lavoro nero. Il precariato, le assunzioni a breve nei settori produttivi insidiosi, ove la massima professionalità e la consolidata esperienza sono condizione di sicurezza, non dovrebbero essere consentite. Un appello alla Regione. L’indifferenza uccide, come l’inazione o i provvedimenti inefficaci! Essere degni di una civiltà umana impone di intervenire in un mondo produttivo malato, che causa incidenti, decessi, invalidità permanenti e malattie professionali. Non è più ammissibile tollerare ulteriormente questa drammatica situazione.
*Promotore, con altri, della proposta di legge regionale di iniziativa popolare che, con modifiche, è diventata la Legge Regionale del 30 novembre 1982 n. 54 intitolata “Prevenzione, Igiene, Sicurezza nei Luoghi di Lavoro”.
