Il Veneto sempre meno rappresentato, anche in quota Lega

(Orazio Albanese) La decisione della Lega di candidare Alberto Di Rubba, tesoriere nazionale e figura di riferimento della componente lombarda, alle elezioni suppletive per il seggio di Rovigo, lasciato vacante da Alberto Stefani, eletto governatore del Veneto, riaccende una questione mai sopita: il ruolo del Veneto all’interno degli equilibri interni del Carroccio e lo scarso peso della nostra regione negli equilibri di potere nazionali a Roma.

Da sempre il Veneto è la roccaforte elettorale della Lega, come dimostrato anche alle ultime regionali, dove grazie ad un grande lavoro dei militanti e dei sostenitori sul territorio e al traino di Zaia il partito ha preso il 35% rispetto al 9% a cui era dato a livello nazionale.
Quindi, la scelta di non puntare su un esponente veneto per sostituire Stefani è un segnale chiaro: le logiche nazionali e lombarde prevalgono ancora una volta su quelle territoriali.
Alberto Di Rubba, infatti, é una figura centrale nella gestione economica del partito, coinvolto anche in diversi scandali e processi è legato alla struttura lombarda della Lega, e rappresenta una scelta che appare più funzionale agli equilibri interni del partito che alle dinamiche locali e al bene del territorio.

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La sua candidatura in Veneto, percepita come calata dall’alto, rischia di sminuire il lavoro della base veneta del partito e soprattutto che non rappresenta minimamente coloro che lo voteranno ed eleggeranno. Non si tratta solo di una questione geografica, ma di rappresentanza politica: il territorio rodigino e veneto avrebbe dovuto esprimere un proprio candidato, rafforzando il legame con gli elettori e rimanendo così rappresentati a Roma.
Il malcontento nasce da un dato politico evidente: il Veneto è stato per decenni il motore elettorale della Lega, contribuendo in maniera determinante ai successi del partito a livello nazionale. Eppure, nelle scelte strategiche, sembra spesso finire in secondo piano rispetto alla Lombardia.

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Tra molti sostenitori trapela la voce che si tratti dell’ennesima presa in giro: si chiede al Veneto di garantire consenso e voti, ma quando si tratta di assegnare ruoli chiave, nomine o candidature simboliche, la priorità va altrove. La sensazione diffusa è che il territorio venga utilizzato come serbatoio elettorale, senza un corrispondente riconoscimento politico.

Il paradosso è evidente: qualunque sia l’esito delle suppletive, il Veneto rischia comunque di perdere un proprio rappresentante a Roma a favore della Lombardia. Se Di Rubba dovesse essere eletto, formalmente il seggio resterà assegnato al collegio veneto, ma politicamente sarà occupato da un esponente lombardo.
La candidatura di Di Rubba potrebbe, quindi, avere ripercussioni anche sul piano interno. Militanti e amministratori locali potrebbero vivere questa scelta come l’ennesimo segnale di marginalizzazione. Se la Lega nasce come movimento dei territori, la coerenza con questa impostazione diventa un elemento fondamentale per mantenere consenso e credibilità.

Ci sono ancora i margini per un ripensamento per le suppletive?

Le elezioni suppletive, dunque, non saranno soltanto un test elettorale. Saranno anche un banco di prova per misurare il rapporto tra centro e territori, tra Lombardia e Veneto, e per capire se la base leghista veneta accetterà ancora una volta di fare un passo indietro.
In gioco non c’è solo un seggio parlamentare, ma un equilibrio politico che tocca identità, rappresentanza e rispetto verso una delle regioni che più hanno contribuito alla storia e alla forza della Lega e del centro destra.
E soprattutto c’è evidente la volontà dei Veneti di richiedere maggior presenza, maggior rappresentanza e maggior tutela. Il Veneto non é più disponibile a farsi trattare come un bacino elettorale per gli scopi altrui, è giunto il momento che faccia valere i propri interessi e quelli dei suoi territori, sarebbe quindi opportuno, che la Lega e il centro destra rivedano la candidatura di tal Di Rubba e mettano un veneto nel collegio di Rovigo.