(Giovanni Perez) Una giovane vita è stata uccisa in Francia, a Lione, dall’odio politico. Non un odio qualsiasi. Questo odio è stato rivendicato dagli antifascisti che fanno riferimento al già disciolto gruppo Jeune Garde e che sostengono o militano nel partito di estrema sinistra di Jean-Luc Mélanchon. Quentin Deranque aveva tentato di difendere un gruppo di ragazze dell’associazione Némésis, aggredite dagli antifascisti, ma loro erano in dieci o venti contro uno. Quentin aveva ventitré anni.

Tutto questo è accaduto in Francia, non lontano da noi e che diventa, invece, molto vicina a quanti hanno la memoria lunga, perché la morte di Quentin, per un’associazione istintiva, evoca quella di Sergio Ramelli: stesso odio, stessa matrice ideologica degli assassini, stessa vigliaccheria degli aggressori, stesse giustificazioni e pretese legittimazioni ideologiche, stessa presunzione sempre incapace di una pur minima autocritica. In fondo, ricordiamo molto bene cosa si scriveva sui muri negli anni Settanta: “Uccidere un fascista non è reato”, oppure: “Se vedi un punto nero spara a vista o è un prete o è un fascista”.  Del resto, anche in occasione del recente Giorno del Ricordo, abbiamo sentito alzarsi le volgari voci di quanti hanno nostalgie delle foibe o dei triangoli della morte partigiani compiuti anche a guerra finita, di quanti credono esplicitamente che il “lavoro” non è ancora stato portato a termine. In Francia, così come in Italia, questo clima d’odio nei confronti di chi contesta il Pensiero unico dominante in nome di valori patriottici e identitari, potrebbe riaprire cicatrici mai definitivamente guarite.

Fino a quando vi saranno giovani che inneggiano e giustificano l’odio e la violenza, nessun futuro degno di questo nome sarà possibile costruire. Odio e violenza che nessuna ideologia può giustificare e legittimare, nemmeno l’antifascismo, nonostante i colpevoli sostegni di tanti, troppi “cattivi maestri”, che si mascherano dietro volti sornioni e rassicuranti.

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Il giovane Quentin è molto di più che l’ultima vittima di violenti sciagurati, animati da un odio cieco e malvagio, che corrompe in primo luogo proprio loro, perché vittime dell’ingiustificabile convinzione di essere espressione di un presunto “Bene assoluto” e di essere spinti dalle ali di un inesistente “Angelo della storia”. La storia, fortunatamente, si muove con ben altre idealità, incarnata da una gioventù che non è preda dell’infantilismo delirante tipico di chi distrugge solo per il gusto di distruggere, ma è portatrice di volontà, entusiasmo, dubbi, speranze, fede.

Oggi siamo anche noi in lutto e preghiamo per questo giovane a cui è stato impedito di avere una propria vita. A lui rivolgiamo un saluto semplice, ma eterno: Quentin Deranque repose en paix.