(Giovanni Perez) Manca poco meno di un mese al Referendum Confermativo sulla Giustizia, che gli animi si sono già molto surriscaldati. Merito anche delle recenti sentenze emesse dalla Magistratura (inutile ripeterlo: da una “certa” Magistratura, ovviamente), che confliggono con il più elementare buon senso e che convinceranno, per una sorta di riflesso condizionato, ad andare a votare per la riforma anche gli indecisi e i più incalliti astensionisti.
Per chi volesse esaminare le tesi dei sostenitori del Sì e del No, non mancano certo le occasioni di approfondimento, di analisi erudita, addirittura al limite del seminario di Diritto costituzionale, perché si sono mobilitati i migliori giuristi e, come si suole dire, i famosi operatori del diritto. Mi limito a segnalare tra i migliori interventi, l’articolo di Guido Brambilla, ex magistrato della Corte d’Appello di Milano, pubblicato sull’ultimo numero della rivista «Studi Cattolici» e opportunamente ripreso dal quotidiano «La Verità», con il quale sarebbe sicuramente andato d’accordo anche il celebre, immaginario avvocato Perry Mason.
Il referendum e il caso Tortora
Ma, non essendo questa la sede più opportuna per invocare i tecnicismi che, altri, peraltro molto meglio di chi scrive, sanno fare, cambio registro e mi affiderò a quello dei ricordi. Riavvolgerò perciò la linea temporale per arrivare al 1977 e agli anni immediatamente a seguire.Ricordo molto bene quegli anni e quelle sere incollati davanti alla TV, io e mio padre, in attesa che iniziasse la grande sfida, quella che animava un programma per me a dir poco mitico: Portobello.

Un pappagallo parlante, di nome Loreto, doveva rispondere alle sollecitazioni più diverse e ridicole di uno spettatore del pubblico presente scelto a caso, il nome della trasmissione, Portobello, appunto. con il garrire stridulo proprio di quei pennuti, L’atmosfera, da comica ed esilarante, diventava subito surreale, coinvolgendo i telespettatori in un tutto, magicamente orchestrato dal suo eccezionale conduttore: Enzo Tortora. Solo dopo cinque anni di inutili tentativi, Loreto si decise ad emettere quella parola, grazie alle sollecitazioni di Paola Borboni, che regalò la vincita ad un bambino bisognoso di un intervento chirurgico.

Pochi ricordano che Tortora, uno dei pochissimi, autentici liberali esistenti quanto meno in Italia, divenne amico del commissario Calabresi, difendendolo apertamente, a differenza di 800 firme che lo attaccarono violentemente, ispirando, si disse, i suoi assassini. Per questo, Tortora fu aggredito da estremisti di sinistra, senza che ciò destasse eccessivo scandalo, così come era costume della stampa cosiddetta progressista.
A questo punto della campagna elettorale referendaria, nella quale le parti si accusano reciprocamente di non affrontare il merito della questione e di spargere soltanto demagogia e faziosità, io ho trovato in quei ricordi un sicuro scoglio cui aggrapparmi e risolvere alcuni dei dubbi, che è normale in questi casi avere.
Mi basta, appunto, il ricordo del “Caso Enzo Tortora”, innescato dalle rivelazioni di un pentito, per arrivare ad una prima condanna e, finalmente, al riconoscimento della totale innocenza. Proprio in quel “Caso”, che non è l’unico, purtroppo, ma sicuramente quello paradigmatico, c’è l’essenziale per andare a votare con una più che sufficiente cognizione di causa.
La vicenda di quell’uomo raffinato e intelligente, colto e gentile, entrato nel tritacarne giudiziario, nel vortice della malagiustizia, senza che nessuno abbia, non dico pagato, ma nemmeno chiesto scusa, nella quale un Pubblico Ministero poté debordare dal suo ruolo per assumere, a prescindere, quello del giudice giudicante, vale più di tante dotte considerazioni, per quanto di esse si debba tener conto, ma che rimando ad ulteriori momenti di riflessione.
