(di Francesca Romana Riello). Nicola Pasetto, un esempio che attraversa il tempo. Ricordare qualcuno non è la stessa cosa che celebrarlo.
Sabato mattina, nella sede di Fratelli d’Italia, in via Roncisvalle, Gioventù Nazionale Verona ha promosso un incontro in memoria di Nicola Pasetto. Niente corone d’alloro, niente discorsi pomposi: solo le voci di chi lo ha conosciuto: amici, militanti, persone che con lui hanno condiviso anni non facili.
La sala era piena. Non il pubblico generico di una commemorazione, ma persone che si riconoscevano tra loro, che sapevano già perché erano lì.
A condurre l’incontro Francesco Bertolini e Andrea Migliorini, con un passo che lasciava spazio agli interventi senza forzarli. Da quella sequenza di voci è emerso un ritratto, non preparato a tavolino, ma costruito per strati, attraverso episodi e dettagli.

Un racconto che va oltre la politica
Il primo elemento che emerge è uno scorcio. Pasetto non viene raccontato solo per quello che ha fatto, ma per come è stato.
Luca Mascanzoni, coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia, richiama il coraggio di quegli anni. ,Tangentopoli, il crollo dei partiti, il vuoto e la lucidità di chi aveva chiaro dove voleva arrivare: costruire una destra capace di governare senza rinunciare alla propria identità. Non una posizione di chiusura, ma una visione che teneva insieme fermezza e disponibilità al confronto.
Luca Bajona (segretario provinciale di Alleanza Nazionale e ex vice sindaco), Paolo Danieli e Ciro Machio portano il racconto su un piano più concreto. Ne viene fuori una figura che univa azione e studio, istinto e preparazione. L’immagine che torna è quella della borsa sempre piena di libri e codici un dettaglio piccolo, ma preciso.
Il ricordo degli anni al liceo Fracastoro è uno dei passaggi più forti. Pasetto giovanissimo, da solo a distribuire volantini in un contesto segnato da tensioni e violenza politica. Non un gesto isolato: era già il modo in cui stava dentro le cose. Esporsi, assumersi il rischio, non fare un passo indietro.

Il “gruppo umano” e una militanza che diventava legame
C’è un’espressione che torna più volte, quasi a fare da filo conduttore: “gruppo umano”. Non una corrente, non una sigla, un legame; quello che si forma quando fare militanza a destra significava esporsi, rischiare, essere esclusi anche socialmente.
Paolo Danieli lo descrive come una fratellanza nata nella condivisione delle difficoltà. Ciro Machio parla un’eredità che va oltre la politica, un sistema di valori che continua a orientare chi ha vissuto quell’esperienza.
In quel contesto, Pasetto era un riferimento. Non solo per il ruolo, ma per la capacità di tenere insieme le persone quando sarebbe stato più facile disperdere.
Il passaggio verso Alleanza Nazionale viene ricordato come un momento chiave, non una rottura, ma una scelta ragionata, fatta con l’idea di cambiare senza perdere le radici. Massimo Giorgetti lo racconta come una continuità con i valori originari e con i “maestri” di quella classe dirigente. Alessandro Pettene si sofferma invece sul territorio: la capacità di costruire consenso attraverso le relazioni, l’apertura, la presenza.
Tra gli interventi più intensi quello di Alessandra Vaccari, che restituisce una dimensione quotidiana, fatta di tratti personali e relazioni concrete. E quello di Guido Giraudo, direttore di Candido, che torna su un elemento ricorrente: l’integrità; la sua è una lettura più ampia che colloca Pasetto dentro ad una stagione politica complessa, sottolineando come la coerenza personale fosse il tratto che lo rendeva riconoscibile, anche fuori dal suo ambito. Un profilo che non si adattava alle convenienze del momento ma manteneva la sua linea precisa.
Umberto Formosa porta un esempio preciso; racconta la battaglia per intitolare una via a Sergio Ramelli a Verona, portata avanti con determinazione da Pasetto.

Nicola Pasetto, un esempio che attraversa il tempo
Il momento più forte arriva alla fine. Un filmato di 38 minuti, realizzato da Gianmarco Mazzi e Paolo Danieli, chiude l’incontro, non una sintesi celebrativa, ma un racconto costruito sui dettagli, sui passaggi meno visibili, sulle relazioni.
Lì il politico resta, ma passa in secondo piano. Emergono altri tratti: l’umanità, lo spirito, una coerenza morale che nei racconti trova una forma riconoscibile.
Il senso della mattinata sta qui: non nel ricordare una figura in modo formale, ma nel renderla presente attraverso le voci di chi l’ha conosciuta davvero. Una presenza che non si esaurisce nella memoria, ma continua a vivere nelle scelte, nei percorsi, nei racconti di chi è rimasto.
E che, proprio per questo, riesce ancora a parlare.

