Quando un Paese e una città smarriscono asset e visione

(Attilio Zorzi) C’è un filo rosso che unisce il declino della sovranità politica ed economica dell’Italia e la progressiva perdita di centralità della nostra Verona. Non è soltanto una questione politica: è una crisi più profonda, che riguarda la classe dirigente nel suo complesso: politica, imprenditoriale, finanziaria e culturale, incapace di custodire e valorizzare gli asset strategici e di avere una visione chiara e concreta per il futuro del Paese e della città.

Negli ultimi anni l’Italia ha avviato una nuova stagione di dismissioni che ha superato i 20 miliardi di euro di privatizzazioni pianificate, senza contare i disastri effettuati con la svendita dell’IRI e delle autostrade tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, che hanno fatto perdere valore allo Stato e hanno fatto diventare miliardari alcuni personaggi, senza alcun merito imprenditoriale.
Un processo giustificato spesso dalla necessità di ridurre il debito pubblico, ma che solleva interrogativi sulla tenuta della sovranità politica-economica del Paese.

Il caso TIM

Il caso simbolo è quello di TIM, ex monopolista delle telecomunicazioni e infrastruttura strategica nazionale, privatizzata a partire dal 1997 con la vendita ai privati della STET.
Nel 2024 la rete fissa, considerata asset critico per la sicurezza, inserita nella società NetCo, è stata ceduta al fondo statunitense KKR con una piccola quota al MEF per un valore totale di circa 22 miliardi di euro. Un’operazione che ha alleggerito il debito dell’azienda, ma ha segnato un passaggio epocale: per la prima volta un’infrastruttura centrale è passata sotto controllo estero, e neanche a dirlo statunitense, sic!

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Ma il quadro si complica ulteriormente. Dopo la cessione della rete, TIM ora si avvia verso un’integrazione strategica con Poste Italiane, una mossa che punta a creare sinergie nei servizi digitali, finanziari e nelle telecomunicazioni, e cerca di tenere almeno una piccola quota sotto il controllo pubblico.
Il 22 marzo 2026, infatti, Poste Italiane ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) da 10,8 miliardi di euro per acquisire il 100% di TIM. L’obiettivo dichiarato è creare un “campione nazionale” integrato e riportando TIM sotto il controllo pubblico, con un forte coinvolgimento di Cassa depositi e prestiti.

Un progetto che, nelle intenzioni, dovrebbe rafforzare un polo nazionale, ma che evidenzia anche una contraddizione: lo Stato rientra indirettamente nel settore dopo averne ceduto il cuore infrastrutturale, detenendo solo una parte marginale del vero asset strategico, cioè la rete.

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La politica del carciofo

Non si tratta di un caso isolato. La stessa stagione ha visto solo per citarne alcuni: la cessione di ITA Airways (ex Alitalia) al gruppo Lufthansa e le dismissioni di quote pubbliche in gruppi strategici come ENI e Monte dei Paschi di Siena, oggi peraltro oggetto di altre trattative.
Il paradigma è chiaro: fare cassa nel breve periodo sacrificando leve industriali e finanziare e la visione di lungo periodo.

Il nodo centrale, infatti, non è la privatizzazione in sé, ma la qualità delle decisioni strategiche, dato che l’Italia odierna sembra oscillare tra l’incapacità di gestire direttamente asset complessi e l’incapacità di costruire campioni nazionali competitivi sul piano globale, come invece era stato nel secolo scorso con Eni e Iri, sempre per citare i casi principali.

Il risultato è quindi una dipendenza crescente da capitali esteri e fondi infrastrutturali, che operano con logiche finanziarie più che industriali e soprattutto che più o meno direttamente rispondono a governi esteri: USA, Francia e Germania in primis.

Verona microcosmo del declino

Questa dinamica nazionale trova un riflesso sorprendentemente coerente nella parabola recente di Verona.
Negli ultimi 25 anni, la città ha progressivamente perso il controllo e il peso specifico su tre asset chiave: Il sistema bancario, assicurativo, l’aeroporto Catullo e l’Hellas Verona, tenendo in piedi a fatica gli altri due asset cruciali, cioè la Fiera e l’interporto.

Verona è stata per decenni uno dei centri finanziari più importanti del Nord Italia. Oggi, invece, le grandi banche locali, la Popolare di Verona e la Cassa di Risparmio di Verona sono state incorporate in BPM e UniCredit, spostando tutto il baricentro decisionale e finanziario a Milano, lasciando così il Nord-est privo del suo ultimo centro finanziario rilevante e privando i veronesi e i veneti dei ritorni decisionali ed economici dei loro investimenti. L’Assicurazione Cattolica è stata inglobata nelle Assicurazioni Generali.

L’aeroporto Catullo, infrastruttura strategica per turismo, industria e logistica, è ridotto a scalo secondario dopo esser stato ceduto al gruppo Save di Enrico Marchi, che ha dirottato tutti gli investimenti su Venezia-Treviso, riducendo la capacità della nostra città di orientare lo sviluppo, nonostante la maggioranza delle quote siano ancora in mano pubblica, che però non ha il coraggio e i mezzi per reagire.

Anche l’Hellas Verona, simbolo identitario e asset economico della città, è stato ceduto a proprietà esterne o straniere, prima all’emiliano Setti e ora all’avulso fondo Texano Presidio Investor, segnando un ulteriore distacco tra territorio e centri decisionali, e facendo perdere valore a uno dei simboli più importanti del calcio in tutto il Triveneto.

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Verona e Italia. Declino parallelo

Il parallelo tra Italia e Verona, infatti, non è casuale. In entrambi i casi emergono le stesse fragilità, ossia l’assenza di visione strategica di lungo periodo, la frammentazione delle élite economiche finanziarie ed economiche, la subalternità culturale al capitale estero, con questo famigerato vincolo esterno, che non serve a nulla, ma che è ancora troppo radicato nella mentalità di molti italiani ed infine l’incapacità di fare sistema tra pubblico e privato, privando così il territorio di sviluppo e visione reale di sostenibilità futura.

Declino non solo economico ma della classe dirigente

Non è solo una crisi economica, ma una crisi culturale della classe dirigente, incapace di pensarsi come soggetto storico, che significa soggetto che ha coraggio di perseguire i propri interessi nazionali e locali, prima ancora del proprio tornaconto e guadagno economico personale.
Il mercato, da solo, infatti, non distrugge un sistema economico. Lo fa l’assenza di una classe dirigente capace di governarlo. Italia e Verona raccontano la stessa storia su scale diverse: un tempo centri di potere economico e oggi territori sempre più “piattaforme” di investimento esterno ed estero, sempre più delegittimate.

La vera questione non è fermare le privatizzazioni, ma ricostruire una classe dirigente capace di distinguere tra asset strategici e non e difendere interessi nazionali e territoriali, coniugando necessità di sostenibilità finanziaria e sviluppo industriale e sovranità politica.
Senza questo salto, ogni vendita rischia di essere percepita (e forse di esserlo davvero) non come una scelta strategica, ma come una resa.
A questo punto però deve emergere il cambiamento, la rottura con il vecchio sistema, che é immobile e ci fa perdere competitività e visione.

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In vista delle elezioni comunali e politiche del 2027

Il tutto, inevitabilmente deve passare da una maggior consapevolezza di noi cittadini, che attraverso l’opinione pubblica possiamo indirizzare le politiche governative, dato che sono sempre le collettività a generare i loro leader e dirigenti e non viceversa. E soprattutto nell’ottica di prossime elezioni nazionali ed amministrative nel 2027, puntare su profili preparati, uscendo dagli schemi dei vecchi partiti di destra e sinistra, e scegliendo quelle persone libere e capaci, che possano dare ancora una speranza vera al futuro del nostro Paese e della nostra città.

Evitiamo di credere e cedere alle varie ideologie, da quelle passate a quella green e politicamente corretta odierna, che sono inutili e persino dannose, ma valorizziamo davvero tutto quello che abbiamo in casa, in un’ottica di sviluppo energetico, industriale e culturale, senza paura e nel pieno dei nostri interessi.
iamo, innegabilmente, la culla della civiltà moderna e non dobbiamo piegarci ai vincoli esterni ed esteri. Siamo bravi, dimostriamolo!