(di Francesca Romana Riello). Sala Birolli, tre sguardi sul viaggio tra pittura e fotografia.Dal 12 aprile al 3 maggio arriva “Ti invito al viaggio / in quel paese che ti somiglia tanto…”, una mostra che mette insieme tre artisti senza provare a farli stare dentro uno schema unico. L’inaugurazione è sabato 11 aprile alle 18.

Non è una mostra che ti accompagna davvero. Entri e ti devi un po’ orientare. Ci si sposta da una sala all’altra, da un linguaggio all’altro, senza una direzione chiara. Ed è lì che, piano, comincia a funzionare.
Il progetto è dell’Associazione culturale Quinta Parete, con la collaborazione della Circoscrizione 1ª. In mostra ci sono una ottantina di opere tra pittura, fotografia, tecnica mista e installazioni.
La sala Birolli, con quegli spazi raccolti ma centrali, regge bene questo tipo di allestimento. Non disperde molto, tiene insieme. E costringe a guardare da vicino, anche quando magari passeresti oltre.
Il passaggio tra una sala e l’altra si sente. Cambia il ritmo. E cambia anche come ti fermi davanti alle opere. Non tutte allo stesso modo.

Il viaggio come esperienza interiore, tra deviazioni e ritorni
Il viaggio, qui, non ha molto a che fare con i luoghi; o meglio: non è quello il punto. È più qualcosa che si muove dentro. Scelte, interruzioni, strade che si incrociano e altre che si perdono. Un movimento che non resta mai dritto, e infatti torna spesso indietro.
La mostra è curata da Gaia Guarienti e Federico Martinelli e tiene insieme tre percorsi diversi. Haider, artista iracheno che vive a Parigi, è l’ospite centrale. Con lui la fotografa Diambra Mariani e la pittrice e disegnatrice Rita Paganelli.
Tre lavori distinti, anche parecchio lontani tra loro. E proprio lì si gioca tutto.
Le opere non cercano di stare insieme per forza. E infatti funzionano di più così. Figurativo, astratto, ricerca più concettuale: ogni spazio resta riconoscibile, ma il passaggio tra uno e l’altro non è mai netto, e non sempre torna.
Ci sono immagini che si leggono subito. Altre no, restano un po’ addosso anche dopo. Alcune passano, altre invece ti fanno fermare più del previsto.
Dentro entrano anche le fratture, le deviazioni, tutto quello che cambia direzione lungo un percorso. Non c’è un racconto unico, e nemmeno una chiave da seguire per forza. E forse è meglio così.
È una mostra che non prova a mettere ordine. Piuttosto resta aperta. E ti lascia lì dentro più di quanto ti aspetti.

Sala Birolli, tre sguardi sul viaggio che si incontrano nello stesso spazio
La mostra non ti prende per mano. Le immagini restano lì, e chiedono tempo. A volte tornano dopo, quando sei già fuori, più che mentre le guardi.
Il titolo prende un verso di Baudelaire, ma non resta un riferimento messo lì per fare atmosfera, è una traccia, che accompagna senza spiegare troppo.
Tra i lavori, uno dei passaggi più forti è il dialogo tra Haider e il poeta siriano Adonis, una delle voci più importanti della poesia contemporanea. A lui sarà dedicato anche un incontro poetico-musicale durante i giorni di apertura.
È uno di quei momenti in cui il progetto esce dalle pareti. Si allarga, ma senza diventare un’altra cosa.
Accanto alla mostra c’è infatti un calendario di appuntamenti, incontri, letture, momenti musicali, che non stanno a lato. Servono a tenere aperto il lavoro, a farlo girare.
Il pubblico sarà quello che capita in centro, ma anche chi entra apposta. E la cosa interessante è che non serve arrivare preparati.
Gli orari sono quelli della sala: dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19, sabato e domenica dalle 10 alle 19.30.
Non è una mostra da vedere in fretta. Meglio prendersi un po’ di tempo.
Si esce senza una risposta precisa. Ma con qualcosa che resta lì. Anche dopo.

