(Alessandro Rancani) Tra tutte le sconfitte degli Stati Uniti, quella contro l’Iran è la più pesante. Non tanto sotto l’aspetto militare, quanto su quello geopolitico, con conseguenze che avranno ripercussioni per i decenni a venire. Nella loro storia, gli USA hanno sempre pianificato le guerre minuziosamente per ottenere la vittoria.

Le sanzioni

Uno di questi strumenti è il boicottaggio economico attraverso le sanzioni tende ad affievolire internamente il paese avversario, la disinformazione aiuta a legittimare il consenso all’intervento agli occhi dei paesi terzi che fungono da spettatori, gli embarghi sono studiati per indebolire militarmente la nazione da attaccare.
La rete di alleanze e paesi con basi USA circostanti servono per accerchiare il “malcapitato” e vengono usate come teste di ponte da cui far partire gli attacchi, politici corrotti e infiltrati sono utili per sovvertire dall’interno l’ordine statale del paese sovrano per assoggettarlo al nuovo padrone.

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Dopo 40 anni l’Iran non si piega

Negli ultimi 4 decenni l’Iran ha subito tutte queste azioni, ma a differenza degli obiettivi precedenti gli Americani hanno trovato la tenacia di un popolo che si è stretto attorno alle sue guide, la determinazione di una nazione che ha saputo intelligentemente e adeguatamente attrezzarsi in previsione di quello che prima o poi avrebbe subito.

A distanza di 6 settimane dall’aggressione americana ad uno stato fino a quel momento pacifico, mirando a civili e ai leader spirituali di un popolo che a differenza di quelli occidentali non vive di solo materialismo, il risultato è che a invocare il cessate il fuoco è proprio il “bullo” che aveva acceso la miccia, goffamente camuffato dietro proclami di “vittoria totale” e “ultimatum”.

Israele il regista

Quella statunitense appare come un’azione su mandato israeliano, vero centro di comando degli USA a prescindere dal presidente di turno; dunque, questa sconfitta avrà pesanti ripercussioni soprattutto per lo Stato ebraico.

Qual è la conferma di questa tesi? Risiede nel mancato obiettivo: la vittoria. Un successo che non prevedeva l’approvvigionamento energetico come priorità, ma qualcosa di più profondo. Da una parte la sopravvivenza di Israele, vero motivo fondante di tutte le guerre in Medio Oriente, dalla guerra dei Sei Giorni, a quella in Siria, dal conflitto Iran – Iraq, alle rivoluzioni in Giordania ai tumulti in Libano, tutte vicende legate direttamente o indirettamente allo Stato ebraico. Tel Aviv ha sguinzagliato per l’ennesima volta il suo “fido segugio”, con buona pace del popolo americano che ne paga le conseguenze economiche e umane.

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La teoria dello spazio vitale

Questi conflitti richiamano il concetto di Lebensraum del secolo scorso: la necessità di uno “spazio vitale” per sussistere e tenere lontane minacce derivanti da visioni del mondo molto diverse sul piano religioso, sociale e culturale. La sconfitta israelo-americana ha un duplice effetto: per gli USA, ridimensiona l’influenza globale a favore di potenze silenti come la Cina, in costante ascesa economica e geopolitica; per Israele, le conseguenze sono ancor più gravi.

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Fallito il 1°round della trattativa Usa-Iran

L’isolamento di Israele, la forza militare iraniana sottovalutata, in grado di infrangere l’Iron Dome, difesa antimissilistica israeliana, unita alla precisione dei missili di Teheran contro le basi americane, anche a lungo raggio installate sul territorio dei suoi Paesi satellite, hanno cambiato le regole del gioco.

Durante la stesura di questo articolo, giunge notizia del fallimento dei negoziati in Pakistan. Da quanto emerge dalle prime notizie in merito, gli USA non hanno accettato le richieste iraniane sul controllo dello Stretto di Hormuz, inclusi pedaggi in valuta cinese e risarcimenti per i danni di guerra subiti, e soprattutto la disponibilità di proseguire la ricerca atomica. Il rifiuto americano, paradossalmente, è la prova che, nonostante l’arroganza iniziale di Trump, gli equilibri del conflitto pendono ora a favore dello Stato persiano.

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L’incognita nucleare

Resta l’incognita sulla durata dello scontro e il timore che Israele, come extrema ratio, possa ricorrere al proprio arsenale nucleare, di cui all’AIEA non è stata mai permessa alcuna ispezione, a differenza di quanto avvenuto per l’Iran in diverse occasioni, senza che l’agenzia internazionale di controllo sullo sviluppo atomico rilevasse alcuna attività illecita nei siti ispezionati. Tuttavia, l’eventuale possesso dell’arma atomica da parte iraniana potrebbe fungere da deterrente, riportando la tensione sul piano diplomatico.

L’Europa non esiste

E l’Europa? Sostanzialmente non esiste. È un’accozzaglia tecnocratica capace solo di far ricadere sui cittadini europei le conseguenze delle bizzarre iniziative americane in giro per il mondo. Il servilismo verso l’Oltreoceano ci ha spinti a tagliare i ponti con partner energetici vitali, frammentando la vera Europa.

Il conto lo paghiamo noi, ogni giorno più caro, dalle nostre industrie ai nostri consumi quotidiani, le potenzialità di sviluppo sono ridotte alle dipendenze altrui. L’auspicio è che l’Europa possa smarcarsi da relazioni che la trascinano da decenni in situazioni che non solo non le competono, ma la vedono pagare le conseguenze delle scelte scellerate altrui. Per uscire da questo giogo il nostro continente lo può fare solo riacquisendo la sovranità politica, economica e sociale, fondamenti di libertà, pace e prosperità.