(Simone Vesentini) Quante volte ci è capitato di scegliere un ristorante non solo per il menù, il prezzo o la posizione, ma per una persona? Per quell’oste, quel ristoratore, quel cameriere appassionato che sa raccontare un piatto, consigliare un vino, spiegare perché un prodotto ha una storia diversa dagli altri. Quante volte siamo tornati in un locale perché lì non ci hanno semplicemente servito qualcosa, ma ci hanno fatto vivere un’esperienza? È capitato a tutti.

Ed è anche da qui che dovremmo ripartire quando parliamo di vino italiano, di Valpolicella, di Amarone, di cultura del bere e di futuro delle nostre denominazioni. Il convegno “La Valpolicella: terra di tradizione e salute”, ospitato alla Camera dei Deputati, ha avuto il merito di riportare il vino dentro la sua cornice più vera: non soltanto prodotto agricolo, mercato o export, ma cultura, paesaggio, impresa e comunità.

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Andrea Lonardi Master of Wine ha indicato tre grandi sfide: la sfida del valore, la sfida del modello di consumo e la sfida del cambiamento globale dei consumi.
Valore, perché una denominazione non è solo una somma di bottiglie: è un territorio che si organizza e si racconta.
Modello di consumo, perché il futuro non può essere nella quantità, ma nella consapevolezza. Bere meno se utile ma bere meglio, capire di più, scegliere con maggiore attenzione.
Cambiamento globale, perché il vino vive oggi una pressione nuova: demografica, culturale, normativa, salutistica. A tutto questo non si risponde difendendosi, si risponde alzando il livello culturale del racconto.

Ed è qui che entra in gioco il ristoratore.  Per noi di Confesercenti Verona, questo punto è decisivo: il ristoratore non è l’ultimo anello della filiera ma anzi il primo vero ambasciatore del vino davanti al cliente finale.
È lui che prende una bottiglia e la trasforma in racconto. È lui che può spiegare perché un Amarone non è semplicemente un “grande” vino, ma l’espressione di una tecnica, di una valle, di un tempo lento, di una cultura dell’appassimento.

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Aldo Vangi e Simone Vesentini

Il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha richiamato un aspetto essenziale: il vino italiano vive anche nella cultura della tavola, dell’accoglienza, della convivialità. Ed è esattamente questo il valore aggiunto che il mondo ci riconosce.

L’Italia non vende solo vino. L’Italia racconta un modo di stare insieme. Un calice da solo può essere buono. Ma un calice spiegato bene, abbinato a un piatto, collocato dentro una storia, diventa memoria. Diventa motivo di scelta. Diventa ritorno. Diventa economia vera.

Per questo consorzi, istituzioni, cantine e ristorazione devono parlarsi molto di più. Il vino italiano si difende e si valorizza anche dove viene bevuto: nei ristoranti, nelle osterie, nelle trattorie, nei luoghi in cui il cliente incontra davvero il territorio.Non solo bottiglie, non solo punteggi e solo mercati ma piuttosto territorio, tavola, persone.

Perché spesso scegliamo un vino perché qualcuno ce lo ha fatto amare. E scegliamo un ristorante perché qualcuno, lì dentro, ci ha fatto sentire parte di una storia. Questo è uno dei patrimoni più preziosi che il vino italiano non può permettersi di dimenticare.