La nascita della Repubblica, i referendum, l’esilio del re
(Angelo Paratico). In preparazione per il prossimo 2 giugno consigliamo ai nostri lettori una lettura molto stimolante, che rinfrescherà la memoria alle persone anziane e riempirà buchi in quella dei giovani. L’autore è Dino Messina e s’intitola: “La Repubblica nasce in via Solferino”, edito da Solferino, con una prefazione di Marzio Breda. Il sottotitolo è: 2 giugno 1946. Quando il “Corriere della Sera” ha fatto la storia.

Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, si ebbe il decisivo voto sul nuovo assetto dell’Italia: non più Regno ma Repubblica. E, per quanto non viviamo in una repubblica imperfetta, crediamo che con i Savoia al potere staremmo assai peggio.
La grande originalità di questo libro sta nel fatto che l’autore, noto per la sua competenza e la sua obiettività, studia questi fatti attraverso l’ottica del quotidiano nel quale lui stesso ha lavorato per decenni e che, dunque, conosce molto bene.
Il lettore si chiederà perché il Corriere della Sera, invece che il Resto del Carlino o la Stampa? La risposta che possiamo dare è che il Corriere è stato di gran lunga il più autorevole e il più letto nel nostro Paese.
Ricordo mio nonno, Piero, chino sul giornale, quando io ero un bambino. Lui era un uomo dell’Ottocento, che aveva lavorato per un decennio in una miniera d’oro negli Stati Uniti, in condizioni che oggi definiremmo subumane ma che, alla fine, era tornato in Italia con il suo gruzzolo e aveva preso moglie, una casa e un campo da coltivare. Lui, ogni giorno leggeva il Corriere della Sera da capo a fondo e tutta la sua cultura veniva da lì.
Grazie al nuovo direttore del Corriere, Mario Borsa, oggi ingiustamente dimenticato, nominato direttore dopo la fine della guerra, la scelta per la Repubblica divenne una costante. Nel 1925 Borsa era stato chiamato da Luigi Albertini al Corriere della Sera, ma vi durò poco perché nel novembre dello stesso anno anche Albertini venne licenziato.
Borsa tornò a scriverci dal 25 aprile 1945 e poi fu il maggiore inglese Michael Noble, che lo scelse come direttore del Nuovo Corriere della Sera. Aveva lavorato per 14 anni a Londra come corrispondente del Secolo e conosceva bene la lingua e i costumi anglosassoni.
Mario Borsa si era accorto che Fascismo e Monarchia erano la diversa faccia della stessa medaglia, nonostante le risibili prese di distanza che erano cominciate con l’8 settembre 1943 e per questo si batté strenuamente per evitare una continuazione del regno dei Savoia.
L’Italia al primo referendum: monarchia o repubblica?

Le votazioni dettero 2 milioni in più alla Repubblica, anche se il meridione, pur conquistato e sfruttato dai Savoia, votò massicciamente per la Monarchia. Messina con l’85,4 per cento, Palermo 82,4 per cento e Napoli con il 79,9 per cento.
Le polemiche iniziarono subito, con accuse di brogli, violenze comuniste e la mancanza del voto per migliaia di prigionieri e che non erano ancora tornati a casa. Per tali motivi Re Umberto II, messo in difficoltà dall’abdicazione troppo tardiva di suo padre, voleva una conferma dei risultati elettorali dalla Cassazione e rifiutò di partire in esilio per il Portogallo.
Solo il 13 giugno accettò il fatto compiuto e lasciò Roma a bordo di un aereo Savoia Marchetti pilotato da Manlio Lizzani, fratello del regista Carlo Lizzani; quella fu l’ultima volta che vide la Città Eterna. Quella sera il rappresentante del Re, Falcone Lucifero, mandò un messaggio alla radio nel quale Umberto II diceva di essere stato costretto a partire e che il governo guidato da Alcide De Gasperi aveva compiuto un atto rivoluzionario e illegale. Queste parole furono un pugno nello stomaco per il primo ministro.
Per il referendum, ancora chiamato plebiscito a quel tempo, parteciparono anche le donne. Contrariamente a quanto si racconta oggi, i partiti di sinistra erano contrari a questa svolta (come saranno poi contrari a concedere il voto ai residenti esteri) dato che credevano che le donne avrebbero favorito la Monarchia (cosa confermata dai sondaggi) mentre erano favorevoli la DC e la Chiesa Cattolica, dato che già il 21 ottobre 1945 papa Pio XII si disse favorevole al suffragio femminile. E lo stesso Umberto II, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, che era stato approvato dalla Consulta Nazionale il 23 febbraio 1946, dette alle donne il diritto di votare e il diritto di essere elette.

L’autore cita anche un celebre saggio di Luigi Salvatorelli Casa Savoia nella Storia d’Italia che fu molto dibattuto prima e dopo il referendum del 2 giugno,nel quale lo studioso toscano sosteneva che la Monarchia non poteva tirarsi fuori dopo aver distrutto l’Italia, trascinandoci nella I guerra mondiale contro il volere del Parlamento e contro il volere del popolo; di aver sostenuto la Marcia su Roma del 1922, aver controfirmato l’entrata in guerra del 10 giugno 1940 e poi aver lasciato mano libera a Mussolini sino al 25 luglio 1945, per poi arrestarlo quando il vento aveva cambiato direzione, trasformandolo prima in un agnello sacrificale e poi in un Remirro da Orco, citato nel Principe di Machiavelli.
Concluderemo con le profetiche parole di Mario Borsa: “Quello che verrà con la Repubblica non sappiamo; ma questo però sappiamo: che nulla sarà mai così obbrobrioso, così tragico, così disastroso come quello che si è avuto con la Monarchia. Di cosa abbiamo paura? Del famoso salto nel buio? Lo credano i nostri lettori: il buio non è né nella Repubblica né nella Monarchia. Il buio purtroppo è in noi, nella nostra ignoranza o indifferenza, nelle nostre incertezze, nei nostri egoismi di classe e nelle nostre passioni di parte”.
