(di Gianni Schicchi) Una chiusura con tanti fuochi artificiali, quella che venerdì sera ha concluso la prima parte della stagione sinfonica della Fondazione Arena al Filarmonico (sarà completata dal prossimo 6 novembre), grazie alla presenza di due eccezionali musicisti, come il giovanissimo pianista russo Aleksandr Malofeev, debuttante a Verona, e il direttore inglese Alpesh Chauhan, capaci di elettrizzare l’ambiente con una prestazione di trascinante risonanza.
Il biondissimo venticinquenne Malofeev ha ottenuto a soli 13 anni, un riconoscimento internazionale grazie all’esibizione nell’ottava edizione del Concorso Chajkowskij per giovani musicisti del 2014. Due anni dopo si è pure affermato col primo piazzamento al Grand Prix Piano Competition per giovani pianisti e nell’aprile 2017 si è ripetuto in occasione dei concerti inaugurali del Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo col premio “Giovane talento musicale dell’anno 2017”.

Il trentaseienne Alpesh Chauhan (è nato a Birmingham, ma di origini indiane) ha invece velocemente raggiunto un vasto riconoscimento internazionale collezionando importanti concerti con la London Symphony Orchestra al Barbican Centre, debuttando con la BBC Philharmonic ai BBC Proms, con la produzione operistica di Turandot al Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia e di Lady Macbeth of Mtsensk con la City of Birmingham Symphony Orchestra di cui è stato direttore assistente (2014-16) e dove ritorna regolarmente ogni anno.
Dall’autunno 2017 ricopre anche la carica di direttore principale dell’Orchestra Toscanini di Parma. Nel maggio 2019 ha debuttato con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. Ế un forte sostenitore dell’importanza vitale dell’educazione musicale per i giovani. Il Filarmonico lo ha già visto protagonista nel guidare alcune serate sinfoniche di successo nelle stagioni 2017-2019.
Concerti di Grieg e Bartok
Il programma sostenuto dai due comprendeva: il Concerto per pianoforte in la minore op. 16 di Grieg e il Concerto per orchestra di Bartok. Due pagine abbastanza praticate, dove della prima viene spesso evidenziata la somiglianza con l’analogo capolavoro di Schumann. Oltre alla tonalità di base, molto simile è infatti l’inizio, col suo rullo di timpani seguito dall’energico ingresso del solista, in una successione di ottave e di accordi discendenti, con alcune soluzioni armonico–tonali e la conclusione nella grandiosa cadenza obbligata del primo movimento.
Il duo Malofeev/Chauhan ha puntato espressamente a far esaltare la freschezza inventiva dei temi, la varietà espressiva e l’autentica magia timbrica di non pochi passaggi, qualità che possono poi essere considerate parte in causa di quella popolarità mai venuta meno, verso questo magico lascito dello scandinavo Grieg. Un’esecuzione con diversi meriti, come ci ha dato conferma la disinvoltura mostrata nel passare dall’evocazione di melodie lontane dal calore mediterraneo, ai ritmi di danza del brano.
Aleksandr Malofeev ha saputo inoltre ottenere dal pianoforte, una linea di cantabilità di straordinario vigore ed intensità, riuscendo a trovare un dialogo perfetto con l’orchestra, non disdegnando un’esecuzione anche muscolare dove era necessario, da autentico campione della tastiera. Sommerso dagli applausi del pubblico (una giovane spettatrice gli ha offerto un mazzo di fiori) ha concesso due bis di ottima fattura.
La narrazione del concerto di Grieg, sotto la bacchetta di Chauhan, è proceduta poi con continuità e naturale fluidità, in una evidente attenzione a creare le atmosfere suggerite dalla densa orchestrazione.

Al direttore inglese infine l’arduo compito di passare agli ostici temi di Bartok con il suo Concerto per orchestra in cinque tempi. Una pagina la cui scrittura discende dal desiderio di valorizzare al massimo il virtuosismo delle prime parti dell’orchestra e nello stesso tempo di riprendere, da un lato il taglio barocco del suo Divertimento per archi del 1939, dall’altro di rimandare a pagine precedenti con lo stesso titolo, di Kodaly e Hindemith, per non parlare di quelle americane” di Stravinski degli anni Quaranta.
Al direttore inglese va data una capacità straordinaria di avere fatto risaltare lucidamente, con puntuali e perfetti attacchi, il gioco delle cosiddette coppie (nel secondo movimento), riferito agli interventi in successione di alcuni strumentini: due fagotti, due oboi, due clarinetti, due flauti e pure due trombe in sordina, un paio di volte collegati tra loro da una piccola frase dei contrabbassi.
Nella terza parte dello Scherzo è ritornato nuovamente il gioco delle coppie, aperto ancora dai fagotti, però in numero di tre questa volta, cui si sono succeduti le altre quattro coppie di fiati, non da soli, ma sostenuti da altri legni. Infine ai due tromboni e tuba con sordina si sono opposte le due arpe e gli archi divisi. Il tempo si è chiuso con un accordo al quale hanno contribuito tutti quegli strumenti che hanno “giocato”.
La direzione di Chahuan è stata sicuramente di prim’ordine, alle prese con una partitura che richiedeva la massima concentrazione. L’orchestra areniana lo ha seguito con vero entusiasmo, in un assieme di interventi che ha messo in bella evidenza i reparti legati soprattutto ai fiati, davvero strepitosi, conferendo al Concerto di Bartok una potenza cinematografica, quasi da “barbarian movie”. A tratti di formidabile effetto. E così gli applausi al termine si sono sprecati, con il direttore che volutamente non è salito sul podio per lasciare all’orchestra tutto il merito dell’esecuzione.
