(Attilio Zorzi) Per anni l’Europa ha considerato i rottami metallici e i rifiuti industriali soprattutto un tema ambientale: materiali da smaltire, riciclare o esportare secondo logiche commerciali e normative sempre più stringenti e limitanti per il comparto industriale.
La Cina, invece, li ha trasformati in una leva geopolitica e industriale, sfruttando cosi i limiti strutturali e burocratici che l’UE si è autoimposta, essendo completamente priva di visione strategica. Ed è proprio questo cambio di paradigma, dal semplice riciclo alla costruzione di un sistema integrato delle risorse esauste, a segnare oggi la vera differenza tra l’ideologica Bruxelles e la molto più concreta Pechino.
La Cina fa incetta di materie prime secondarie
Dopo aver imposto tra il 2018 e il 2021 la politica “National Sword”, che limitava l’importazione di rifiuti stranieri, la Cina, a seguito del Covid, ha cambiato strategia. Non vuole più ricevere scarti indiscriminati, ma punta a importare rottami ad alta qualità e materiali ricchi di metalli critici, per sfruttarne ricchezze e proprietà. Dal 2024 rame e alluminio riciclati sono stati riclassificati come “materie prime secondarie”, facilitandone l’ingresso nel Paese. Dal 2025 sarà inoltre consentita l’importazione diretta della cosiddetta “black mass”, la polvere derivata dal trattamento delle batterie al litio esauste.

Il controllo delle materie prime strategiche
Dietro questa politica c’è, infatti, un obiettivo preciso: rafforzare il controllo cinese sulle materie prime strategiche indispensabili per la transizione energetica e digitale, alla quale l’Occidente si sta legando sempre più per motivi ideologici, perdendo persino quote di mercato nei settori dove invece è traino con altre tecnologie avanzate. Batterie, auto elettriche, turbine eoliche, semiconduttori e sistemi militari dipendono infatti da metalli come litio, cobalto, nickel, manganese, gallio, germanio e terre rare, e le politiche europee incentivano esattamente questi settori, ad alta dipendenza dalla catena del valore cinese.
I numeri mostrano una tendenza già in atto. Le esportazioni europee di rottami di rame verso la Cina hanno raggiunto nel 2024 circa 1,79 miliardi di dollari, con una crescita superiore al 30% rispetto al 2022. Anche i rottami di alluminio europei hanno registrato livelli record, mentre continuano i flussi di materiali ferrosi e componenti elettronici destinati agli impianti asiatici di raffinazione e recupero.

Intanto l’Europa pensa al green
Il tutto mentre in Europa l’”end of waste e i sottoprodotti sono soggetti a normative stringenti e spesso anacronistiche, e, quindi, il comparto industriale soffre queste limitazioni molto penalizzanti nei confronti della concorrenza mondiale.
La Cina verso l’autosufficienza
Pechino, dal canto suo, non sta semplicemente acquistando scarti: sta costruendo un ecosistema industriale circolare e autosufficiente. Miniere, raffinazione, riciclo, produzione manifatturiera e tecnologie avanzate vengono integrate all’interno della stessa architettura strategica. In questo modo la Cina consolida un vantaggio competitivo enorme, controllando non solo l’accesso alle risorse, ma anche la capacità di trasformarle in prodotti ad alto valore aggiunto, che poi rivende alla stessa Europa e al resto del mondo.
È qui che emerge il rischio per l’Europa. Continuando a trattare i rottami e i rifiuti tecnologi ed industriali solo come una questione ambientale o doganale, il continente rischia di esportare non soltanto materiali, ma anche capacità industriale, know-how tecnologico e potere negoziale futuro. La vera partita non riguarda più solo le miniere tradizionali: riguarda le “miniere urbane”, cioè la capacità di recuperare e trattenere all’interno del proprio sistema economico le risorse contenute nei rifiuti industriali e tecnologici.

Chi controllerà i cicli completi delle materie prime controllerà anche la produzione industriale, l’autonomia strategica e la velocità della transizione energetica. E la Cina, passo dopo passo, sta costruendo un monopolio di fatto sulle risorse minerali strategiche del 21° secolo, grazie proprio alle carenze delle politiche europee.
Il mondo corre e non aspetta chi si perde ad inseguire l’idealismo e l’ideologia, e sarebbe bene capirlo al più presto.
