Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Gaetano Colonna, dottore di ricerca in storia antica, cultore di storia contemporanea, insegnante di letteratura e storia nelle superiori. Ha pubblicato per le Ed. Il Cerchio, con Luca Serafini, il saggio Lo spettro della bomba – Israele e Iran una cronologia ragionata 1947-2026, e il romanzo Anni Settanta. Collabora con la rivista telematica www.clarissa.it e cura il blog ‘gcolonna.wordpress.com. Su Graal – Rivista di scienza dello spirito, ha pubblicato un saggio intitolato La missione dell’Europa. Identità europea e triarticolazione sociale. Ha pubblicato altri saggi di storia e geopolitica: La Resurrezione della Patria, Tilopa, Roma 2004; Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009; Ucraina tra Russia e Occidente, Edilibri, Milano 2022.

Prof. Colonna, mai come in questi ultimi mesi, dall’inizio dell’attacco israeliano statunitense contro l’Iran, si sente parlare di un possibile utilizzo di armi nucleari. Pare quasi che quello che una volta veniva appena sussurrato, come ai tempi della “guerra fredda”, oggi sia stato semplicemente sdoganato diventando quasi argomento da bar. A suo avviso il mondo sta correndo questo rischio?
«A quanto pare l’utilizzo delle armi nucleari non è più un tabu nei conflitti in corso: dopo la fine dell’equilibrio del terrore (la cosiddetta Mutual Assured Destruction in acronimo MAD, cioè “pazzo” in inglese,) che era in voga al tempo della contrapposizione dei due blocchi ideologici, occidentale e sovietico, si è diffusa negli ambienti militari l’opinione che sia possibile un uso “tattico” di questo tipo di armi, cioè con potenza distruttiva limitata. Come nel caso delle bombe B61 statunitensi, che sono stoccate anche nei depositi Usa qui in Italia, a Ghedi e Aviano. La loro potenza, inferiore rispetto a quelle strategiche, è comunque pari ad almeno 4 volte gli ordigni utilizzati a Hiroshima e Nagasaki. Non dimentichiamolo».
Vuole fornirci per i nostri lettori qualche nota tecnica sull’energia nucleare: uso civile e uso militare?
«In estrema sintesi (non essendo io un fisico nucleare) l’energia nucleare si ottiene tramite fissione (cioè rottura del suo nucleo) dell’isotopo uranio 235. Questo isotopo rappresenta solo l’1% dell’uranio presente in natura, composto per il 90% da un altro isotopo, l’uranio 238. Per questo è necessario “arricchire” l’uranio 238, facendo ruotare l’esafluoruro di uranio in una centrifuga, per separare il più fissile isotopo 235 dal meno fissile 238. Ma, mentre per impieghi civili è sufficiente un uranio arricchito al 2-3%, per ottenere il potere distruttivo delle armi nucleari occorre arrivare fino ad oltre il 90% di arricchimento, spesso ricorrendo anche ad un altro isotopo, il plutonio 239, utilizzato sia come combustibile nei reattori che come materiali fissile per armi nucleari.

Da qui tutta la questione del raggiungimento della soglia di arricchimento oltre la quale la produzione di energia atomica civile può essere rivolta a scopi militari. Ricordo che Paesi come Germania e Giappone, pur non disponendo ad oggi di armi nucleari, sono perfettamente in grado di varcare quella soglia in poco tempo grazie allo sviluppo della loro energia atomica civile. Lo rammento agli odierni sostenitori di un ritorno all’energia atomica civile».
Nel saggio è stato adottato il sistema della sequenza cronologica degli avvenimenti a partire dal 1947 ad oggi, vuole spiegarci del perché di tale scelta?
«La ragione è semplice: oggi si tende a parlare dimenticando i fatti, o scegliendo solo quelli che fanno più comodo. Se invece si mettono in fila gli avvenimenti, diventa molto più difficile deformare la realtà. Insomma, quando oggi si parla tanto di fake news, la miglior ricetta per difendersi dalle menzogne è la ricostruzione puntuale dei fatti, la “verità effettuale”: fra l’altro una nobile tradizione della storiografia italiana, a partire da Machiavelli e Guicciardini».

L’arma nucleare nelle mani di Israele
Quali sono state le tappe fondamentali dell’ascesa di Israele a potenza nucleare e con l’appoggio di chi a livello internazionale? Di recente la deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, durante un confronto a Fox News con Mark Levin, ha sostenuto che il presidente Kennedy fosse contrario a questo programma e per questo fu assassinato.
«Parto dall’opinione che non credo che Kennedy, elettoralmente molto sostenuto dall’elettorato filo-israeliano, sia stato ucciso per questo. Nel libro giorno per giorno mostriamo come tutte le amministrazioni Usa fossero pienamente coscienti del fatto che Israele stava creando, e ha poi creato, un proprio arsenale atomico, oggi stimato in 200 testate: qualcuno se ne preoccupava, qualcuno meno, ma è una linea politico-militare mai messa in discussione nei governi statunitensi.

A livello internazionale, in momenti e con modalità diverse, Israele ottenne il supporto fondamentale della Francia e della Gran Bretagna, poi anche della Germania, che negli ultimi decenni ha fornito a Israele sottomarini classe Dolphin che hanno capacità di lancio anche in immersione di missili in grado di portare a bersaglio testate nucleari. Non dimentichiamo infatti che, oltre alle bombe, servono vettori idonei per un loro impiego strategicamente efficace».
L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica non ha mai avuto accesso al programma nucleare israeliano, a differenza di quello iraniano. Perché questa disparità di trattamento?
«Anche questo aspetto risulta chiaramente dalla cronologia che abbiamo pubblicato: la ragione è direttamente collegata a quanto appena detto, vale a dire al controllo politico che gli Stati Uniti d’America hanno da sempre sull’AIEA, le cui valutazioni, spesso in modo esilarante, variano di settimana in settimana secondo le esigenze politiche occidentali, come mostrano le dichiarazioni del suo direttore generale, Rafael Mariano Grossi, lo scorso anno, in occasione della prima offensiva israelo-statunitense contro l’Iran».
Prof. Colonna ci vuole parlare del programma nucleare iraniano, quando è nato, in cosa consiste e se rappresenta realmente un pericolo per Israele, per i vicini e per il mondo, così come va ripetendo da decenni incessantemente Tel Aviv?
«Non posso che sintetizzare quanto viene dettagliato ne ‘Lo Spettro della bomba‘. Il programma nucleare iraniano venne favorito dagli Usa quando era al potere lo Shah, allineato con l’Occidente. Condannato da Khomeini in quanto incompatibile con il dettato coranico, il programma venne ripreso a seguito dell’attacco dell’Iraq e del conflitto, spesso dimenticato, che insanguinò il Medio Oriente per un decennio. Non esistono ad oggi prove di una capacità militare nucleare iraniana, né che essa venga effettivamente perseguita, né che l’Iran si sia mai avvicinato alla soglia di cui ho detto prima.
È però evidente che, proseguendo con aggressioni come quelle degli ultimi anni, il rischio che l’Iran cerchi di ottenere armi atomiche è reale: dubito però che abbia idea di usarle contro Israele, perché significherebbe la morte di decina di migliaia di Palestinesi, oltre che di Israeliani. Pare che nessuno faccia questa semplice riflessione».

Riporto qui la celebre frase di Moshe Dayan riguardo a Israele: “Dobbiamo essere percepiti dal nemico come un cane pazzo, troppo pericoloso per essere disturbato”. Oggi con le guerre innescate nel Vicino Oriente, su più fronti da Gaza al Libano, dal Mar Rosso all’Iran, crede che lo stato ebraico se venisse a trovarsi con le spalle al muro, dal momento che non ha raggiunto nessuno obiettivo di ordine strategico, possa essere tentato di utilizzare il proprio arsenale nucleare contro Teheran? Va ricordato che l’Iran nelle intenzioni israeliana avrebbe dovuto essere “sirianizzato”, ovvero smembrato e la sua unità statale polverizzata.
«Personalmente ritengo che Israele continui con determinazione a perseguire i suoi obiettivi strategici, quelli della “Grande Israele” e dell‘annientamento della Palestina. Credo anche che Israele non avrà nessuna remora, qualora lo ritenga necessario per il raggiungimento di questi fini, di utilizzare armi atomiche contro l’Iran o contro altri nemici di pari importanza.
Quanto alla volontà di disintegrare l’Iran, come avvenuto per Iraq, Libano e Siria, sappiamo che era un obiettivo non solo israeliano, ma anche di lay strategist statunitensi come il famoso Zbigniew Brzezinski. Alla prova dei fatti, almeno fino ad ora, abbiamo però visto che le aggressioni militari contro l’Iran non solo non ne hanno provocato la dissoluzione, ma hanno anzi consolidato il sistema politico nato dalla rivoluzione del 1979».
Infine uno sguardo a noi. Come giudica la “politica” dell’Europa in questo momento che grazie ai tre volonterosi, Gran Bretagna, Francia e Germania a cui si aggiungono baltici e nordici, sta facendo il possibile per provocare la Russia, incurante che quest’ultima è una superpotenza nucleare?
«Si tratta di una politica i cui risultati sono oggi evidenti: la guerra continua, l’Ucraina non è in grado di vincerla, la Federazione Russa non può perderla. Le affermazione dei cosiddetti volenterosi, cui a volte si associano anche numerosi politici italiani, sono la dimostrazione dell’incapacità dell’intera classe dirigente europea, formata da decenni negli ambienti culturali, militari ed economici NATO, di pensare in modo autonomo.
Dovendo servire gli interessi di quel centro di potere, questi responsabili politici hanno dimenticato che una pace giusta, in grado di ridare all’Europa anche un ruolo nel mondo, l’avremo solo quando si prenderà coscienza del fatto che il nostro futuro richiede la collaborazione delle tre grandi anime europee: quella neolatina, quella mitteleuropea e quella slava. La guerra tra Russia e Ucraina è in realtà una guerra civile all’interno del mondo slavo: i governanti europei avrebbero dovuto fare di tutto per evitarla, ed hanno invece spinto l’Ucraina a contrapporsi alla Russia, seguendo supinamente le strategie della NATO. Portano quindi in questa guerra una responsabilità non minore di quella attribuita a Putin».
