(Attilio Zorzi) Il nuovo capitolo del risiko bancario italiano si gioca attorno a MPS, Monte dei Paschi di Siena, la banca di proprietà dello Stato e salvata con i soldi degli italiani, che potrebbe avere conseguenze che vanno ben oltre il semplice consolidamento del settore creditizio.

Infatti, l’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) da 30,6 miliardi di euro lanciata da Intesa Sanpaolo rappresenta una delle operazioni più rilevanti degli ultimi anni nel panorama finanziario europeo.
L’obiettivo dichiarato dall’istituto Torinese è quello di rafforzare ulteriormente la posizione del gruppo, che in caso di successo dell’operazione diventerebbe il secondo gruppo bancario europeo per capitalizzazione di mercato. Ma dietro i numeri e le strategie industriali si nasconde una partita di potere molto più ampia, destinata a influenzare gli equilibri dell’intero sistema finanziario italiano.

L’offerta arriva a poche ore dalla proposta di fusione avanzata da Banco BPM, l’ormai ex istituto dei veronesi, ora completamente inglobato nelle dinamiche milanesi, che aveva tentato di anticipare la mossa di Intesa Sanpaolo con l’obiettivo di creare un polo bancario alternativo al duopolio rappresentato da Intesa e Unicredit.
Una sfida che conferma come il cosiddetto “risiko bancario” sia entrato in una fase delicata e decisiva.
La vera partita, infatti, non è rappresentata dalla capitalizzazione, ma dal controllo dei principali assets finanziari del nostro paese.

Il controllo di MPS non rappresenta soltanto il possesso di una banca storica, ma ha riflessi sugli assetti proprietari di altri importanti centri di potere economico. Per cui chi riesce a esercitare una posizione dominante su MPS può rafforzare il proprio peso anche nelle dinamiche di controllo di Mediobanca e, più o meno indirettamente, anche su Generali, il più grande gruppo assicurativo italiano, che ha inglobato la veronese Cattolica. Una catena di influenza che, in ultima analisi, riguarda una parte significativa del risparmio degli italiani, tradizionalmente investito attraverso prodotti bancari, assicurativi e di gestione del risparmio, quindi sarebbe un vero e proprio dominio della finanza nazionale nelle mani dell’istituto torinese, che vede tra i principali azionisti Blackrock.

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Per questo motivo la vicenda va osservata con grande attenzione. Non si tratta soltanto di una questione finanziaria, ma di una sfida che coinvolge gli equilibri del capitalismo italiano, il rapporto tra finanza e politica e la distribuzione del potere economico e finanziario nel Paese, che in passato ha già aiutato molto Intesa San Paolo, offrendo la parte buona delle banche Venete, cadute in disgrazia.

Nel giugno 2017, infatti, Intesa Sanpaolo aveva acquisito le attività sane di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca per il prezzo simbolico di 1 euro, grazie a un massiccio sostegno dello Stato.
Lo stesso stato che detiene oggi il controllo di MPS, e che dopo aver perso il controllo di ogni istituto finanziario del Paese dovrebbe fare molta attenzione a cedere anche quest’ultimo.

Ad ogni modo, nei prossimi mesi saranno gli azionisti a decidere il destino dell’operazione, valutando la convenienza dell’offerta di Intesa Sanpaolo rispetto alle alternative sul tavolo. Tuttavia, come insegnava Enrico Cuccia, il più influente banchiere italiano del Novecento, nelle grandi partite della finanza alla fine prevale spesso chi dispone delle maggiori risorse o come diciamo a Verona, alla fine vince sempre l’articolo quinto: chi ha i schei sul conto ha vinto!
E anche questa volta potrebbe essere il controllo del denaro da parte di una stretta elitè, più di ogni altra variabile, a determinare il vincitore finale, con buona pace dei risparmi dei veneti e degli italiani.