(David Benedetti*) C’è una strana solitudine che arriva ogni anno, puntuale come il suono dell’ultima campanella.  Non è la stanchezza accumulata in mesi di lezioni, verifiche, consigli di classe e riunioni. Non è nemmeno il sollievo delle ferie finalmente conquistate. È qualcosa di più sottile, difficile da spiegare a chi non vive la scuola dall’interno.

La chiamano estate.

Per molti è il tempo del riposo, delle partenze, delle giornate che si allungano e delle sveglie dimenticate. Per un insegnante è anche questo, certo. Dopo un anno trascorso a correre tra programmi, interrogazioni e scadenze, fermarsi è necessario. Eppure, quando le aule si svuotano e i corridoi restano in silenzio, qualcosa continua a muoversi nella mente.

Accade nei modi più impensati. Mentre si legge un libro sotto l’ombrellone e si pensa che quel brano sarebbe perfetto per una futura lezione. Mentre si guarda un film e si immagina già come utilizzarlo in classe. Mentre si attraversa una città sconosciuta e si fotografano dettagli che potrebbero diventare spunti per settembre.

Perché la verità è che un insegnante non smette mai davvero di insegnare.

La scuola, per chi la vive come una vocazione e non soltanto come un lavoro, non resta chiusa dentro l’edificio. Continua a esistere nei pensieri, nelle idee, nelle preoccupazioni. E soprattutto nei volti.

Sono i volti degli studenti appena salutati. Quelli che a settembre torneranno un po’ più alti, un po’ più maturi, forse diversi. E quelli che invece non torneranno più perché hanno concluso il loro percorso. Sono loro a occupare i silenzi dell’estate.

Ci si domanda come andrà a quel ragazzo che sembrava aver finalmente trovato fiducia in sé stesso. Si spera che quella studentessa così brillante non rinunci ai propri sogni. Si ripensano gli errori commessi, le parole dette troppo in fretta, le occasioni mancate. E insieme ai rimpianti arrivano i progetti: nuove attività, nuovi libri, nuove strategie per coinvolgere una classe che ancora non esiste ma che già prende forma nell’immaginazione.

seconda

Chi osserva da fuori fatica spesso a comprendere questa dimensione invisibile del mestiere. Vede le vacanze, non i pensieri. Vede il tempo libero, non il legame che continua a unire un docente ai propri studenti anche quando la scuola è chiusa.

Eppure è proprio questo legame a rendere speciale la professione dell’insegnante. Perché educare significa costruire relazioni destinate a lasciare tracce. Significa accompagnare qualcuno per un tratto di strada e continuare a chiedersi, anche a distanza di mesi o anni, dove sia arrivato.

Estate, una stagione sospesa

Così l’estate diventa una stagione sospesa. Un tempo di riposo e insieme di attesa. Le giornate scorrono lente, il registro elettronico è finalmente spento, le aule restano vuote. Ma dentro molti insegnanti continua a vivere una scuola fatta di ricordi e di aspettative.

Poi arriverà settembre. I cancelli si riapriranno, i corridoi torneranno a riempirsi di voci, di zaini e di energia. E quella strana solitudine estiva svanirà all’improvviso, sostituita dalla frenesia di un nuovo anno.

Fino ad allora, però, resta quella sensazione difficile da raccontare. Un misto di nostalgia e speranza, di stanchezza e desiderio di ricominciare.
E la chiamano estate.

insegnante liceo scientifico*