La scomparsa di don Antonio Mazzi all’età di 96 anni lascia un vuoto profondo ma soprattutto un’eredità straordinaria.
Negli anni ’80, mentre la piaga dell’eroina devastava un’intera generazione, il “prete di strada” rispose fondando la Comunità Exodus e portando una vera rivoluzione pedagogica: niente approcci punitivi ma tanta strada, responsabilizzazione e fiducia nel riscatto dei ragazzi più fragili.

Un impegno che ha saputo conquistare il rispetto di tutti, come testimonia la commossa nota di cordoglio del Presidente della Camera, Lorenzo Fontana. Oltre al messaggio istituzionale, le sue parole d’addio a Don Mazzi nascondono una radice comune profonda. Fontana è infatti cresciuto al Saval, rione popolare di Verona toccato da vicino, in quegli stessi anni, dal dramma della droga e dell’emarginazione.


Un’esperienza sul campo che ha fortemente orientato la sua sensibilità politica, sfociata poi nella delega all’Antidroga ricevuta durante il suo mandato da Ministro. Pur con ruoli diversi— la porta sempre aperta dell’accoglienza per il sacerdote, il rigore normativo per l’uomo di governo — la storia di Don Mazzi e il ricordo di Fontana si incrociano nella conoscenza diretta delle sofferenze di periferia, unite dalla volontà di non voltare mai le spalle ai giovani in difficoltà.
La figura e l’impegno di Don Mazzi, in un’epoca caratterizzata dall’estremizzazione dell’individualismo, deve farci riflettere su quanto i media ci spingano a farci diventare degli uomini-macchina e solo rimanendo ancorati ai valori dei nostri avi possiamo accettare i nostri limiti.

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