(Angelo Paratico) La rivista britannica The Spectator la scorsa settimana ha suggerito che la Gran Bretagna dovrebbe abbandonare l’Unesco. Alex Diggings, una delle più acuminate penne dello storico settimanale, l’ha immersa in questo grande carrozzone che dedica la maggior parte del proprio tempo e delle proprie risorse a interferire nelle scienze sociali, nella comunicazione e nella scienza. Alcuni di questi aspetti rivestono un interesse marginale e alcuni sono decisamente controproducenti per gli interessi occidentali. Seduti nella loro torre d’avorio parigina, i burocrati dell’UNESCO sperperano ingenti somme di denaro dei contribuenti in progetti, riunioni e seminari senza fine che hanno ben poco senso, se non per una manciata di accademici che si sono assicurati i finanziamenti.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco). Fondata nel novembre 1945, durante l’ondata di ottimismo che seguì la 2ª guerra mondiale, oggi è nota soprattutto per la sua Lista del Patrimonio Mondiale, che comprende siti storici – Stonehenge, Machu Picchu – nonché paesaggi e biosfere unici, come la Grande Barriera Corallina e le terrazze di riso di Batad nelle Filippine. Ma tutti dimenticano che il suo mandato originario era più ampio e utopistico: promuovere la pace globale attraverso la cooperazione internazionale, oltre a preservare e proteggere il patrimonio mondiale.
Il mese scorso, il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco si è riunito per la sua conferenza annuale a Busan, in Corea del Sud. Ma in un momento in cui persino istituzioni internazionali un tempo solide come la NATO appaiono vacillanti, come può un’organizzazione che ha dichiarato molte cose inutili parte fondamentale del patrimonio culturale mondiale mantenere la propria credibilità? In altre parole: l’Unesco sopravviverà per altri 80 anni? E se lo merita?
Gli errori
Ma l’Unesco ha commesso molti errori. Un’area perennemente spinosa è la Lista del Patrimonio Mondiale. La convenzione annuale in cui vengono iscritti i nuovi siti è diventata «l’Eurovision dei monumenti», secondo le parole di un addetto ai lavori. I partecipanti descrivono una sconveniente corsa all’iscrizione, poiché anche le peggiori amministrazioni bramano il prestigio in termini di soft power derivante dalla designazione di sito del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
Questo mercanteggiamento e il desiderio dell’Unesco di una rappresentanza equa portano a contorsioni assurde: la Francia, ad esempio, ha 54 siti del Patrimonio Mondiale; ma i paesi con il maggior numero di siti del Patrimonio Mondiale per chilometro sono le isole dei Caraibi. Pochi lo sanno, eppure, oltre a salvaguardare i diritti inalienabili degli allevatori di cani turkmeni, l’Unesco è anche responsabile del sistema di allerta precoce per tsunami che protegge le coste di oltre 30 paesi.
Vi è chi ricorda che fra tutte le decisioni sbagliate prese dalle organizzazioni culturali negli ultimi 50 anni, probabilmente la più offensiva e retrograda è quella, nel 2021, dell’UNESCO di privare Liverpool del suo status di patrimonio mondiale. L’UNESCO ha affermato che lo sviluppo dei dock ha comportato una «perdita irreversibile». La riqualificazione del lungomare, compresa la costruzione del nuovo stadio dell’Everton da 500 milioni di sterline, è stata definita la distruzione del «valore universale eccezionale» di Liverpool.

Ma Liverpool non è un museo. La disoccupazione non è patrimonio culturale. Aspettarsi che gli abitanti di Liverpool non sviluppino i porti equivale a impedire loro di migliorare la propria città. Eppure, l’alternativa è dover accettare una città fantasma. Gli edifici storici dovrebbero sempre rimanere in piedi, ma è ovvio che ne devono essere costruiti di nuovi
I finanziamenti per l’Unesco
Il problema eterno dell’Unesco è il denaro. I finanziamenti dell’Unesco provengono dai suoi 194 Stati membri. Questi contribuiscono tramite quote fisse – calcolate in proporzione al PIL – e contributi volontari, spesso destinati a progetti speciali. L’Italia contribuisce con circa 15 milioni di dollari annui, più altri fondi per programmi specifici. Sulla carta, questo sistema sembra equo; in realtà, è un incubo per un’organizzazione la cui leadership cambia ogni quattro anni.
Gli Stati Uniti, ad esempio, sono entrati e usciti dall’Unesco tre volte dalla sua fondazione. La prima uscita avvenne sotto Ronald Reagan nel 1983, e da allora se ne sono andate altre due volte, nel 2017 e nel 2026, entrambe sotto Donald Trump. Anche Margaret Thatcher fece uscire il Regno Unito nel 1985, prima che Tony Blair lo riammettesse nel 1997. Ma il problema più grave è che dal 2011 gli USA, che contribuivano per il 22% al bilancio dell’organizzazione. Ora hanno accumulato debiti per oltre 600 milioni di dollari. Il presidente Biden ha condannato la decisione di Trump di ritirarsi e ha riportato gli Stati Uniti nell’organizzazione nel 2023, ma non ha però ripagato il debito.
Israele si è ritirato nel 2019 e gli Stati Uniti dovrebbero uscire dall’organizzazione alla fine di quest’anno.
La Cina è ora pronta a diventare il principale finanziatore dell’Unesco e a esercitarvi un’influenza determinante, come nel caso dell’OMS. Perché ha bisogno del loro soft power.
.
