(di Francesca Romana Riello) «Verona è una città delle mille opportunità, ma deve fermarsi un attimo a riflettere e capire cosa vuole fare da grande». Flavio Piva, presidente di BCC Veneta, comincia dall’economia e dalle imprese. Poi il discorso si sposta sul futuro della città e su quello che, a suo giudizio, manca oggi: un progetto per i prossimi anni.

Piva torna alle scelte fatte nel dopoguerra, quando furono costruite alcune delle infrastrutture che ancora oggi ne determinano il peso economico: Fiera, Zai, interporto, aeroporto, università e ospedali. «Sono riusciti ad avere un’idea di città che si apriva all’Europa e al mondo. Questa cosa è riuscita. Solo i veronesi si dimenticano che la nostra è una delle città più internazionali d’Italia».

Oggi, secondo il presidente di BCC Veneta, manca qualcosa di simile. «Da un po’ di anni grandissime progettualità o visioni non ne abbiamo. Non voglio criticare niente e nessuno». E precisa: «Un buon piano strategico per il futuro non è solo del sindaco. Tutte le istituzioni della città dovrebbero fermarsi un attimo a riflettere».

Una città che deve decidere cosa fare da grande

Per Piva il punto è costruire una dimensione più europea, sfruttando anche la posizione geografica e i collegamenti destinati ad avvicinare il territorio a Monaco.

«Abbiamo tutto il titolo per diventare una città europea, sia nei contenuti sia nelle strutture e nelle infrastrutture». C’è però una tendenza alla conservazione da superare: «Qui si sta bene, tutto tranquillo. Però bisogna darsi una mossa».

Piva cita Napoli, Marsiglia, Istanbul, Manchester e Birmingham, realtà che negli ultimi decenni hanno attraversato trasformazioni profonde. «Se avessimo un disegno di questo tipo, anche i capitali arriverebbero. Non ho dubbi».

Sul fronte economico, dal punto di osservazione della banca, il Veneto continua complessivamente a reggere. «Dal post Covid quello che registro è una straordinaria capacità di adattamento delle nostre imprese. Vanno sostanzialmente bene, con alcune punte addirittura straordinarie».

Il territorio scaligero, osserva Piva, ha un vantaggio: non dipende da un solo settore. Industria, servizi, agricoltura, agroalimentare e turismo finiscono per compensare le flessioni dei singoli comparti.

Le preoccupazioni però ci sono. La prima riguarda il vino: «Chi è molto organizzato sta reagendo bene, altri fanno un po’ più fatica». Nel primo semestre 2026 l’export vitivinicolo veneto ha registrato una flessione dell’8,4%.

L’altra incognita è la Germania. «Ha avuto una prima crisi dell’automotive partita già due o tre anni fa. Adesso la Germania frena ancora». Per l’economia provinciale è un mercato importante: nel primo trimestre dell’anno le esportazioni verso la Germania sono diminuite del 4,3%.

Flavio Piva: «Verona deve decidere cosa vuole fare da grande»
Flavio Piva, presidente BCC Veneta

Credito, investimenti e passaggio generazionale

Per ora Piva non vede segnali di crisi nel credito. «Non vediamo ancora deterioramento. Noi stiamo ancora erogando, quindi c’è domanda. Le imprese stanno ancora investendo».

Nel 2025 BCC Veneta ha erogato 708 milioni di euro di nuovo credito, il 71% destinato alle piccole e medie imprese e il 29% a famiglie e privati. Gli impieghi complessivi hanno raggiunto 3,284 miliardi.

Le aziende chiedono soprattutto risorse per innovazione, rinnovo degli impianti, digitale, robotica e intelligenza artificiale. Più difficile, soprattutto per le realtà meno strutturate, è ragionare sul lungo periodo. «Chiedere a un’impresa un business plan ancora oggi è faticoso. Quando una banca vede che uno fa fatica a pianificare, va in difficoltà nell’erogare».

Poi c’è la continuità d’impresa. «Il passaggio generazionale e la capacità di far evolvere il business sono tra i temi centrali del Veneto».

E c’è il problema dei giovani che partono. Fare esperienze all’estero, per Piva, non è di per sé negativo. Il problema arriva quando non tornano: «Questo è un territorio che di risorse ha bisogno». Nel 2025 circa 11 mila italiani espatriati provenivano dal Veneto, seconda regione italiana per numero di partenze dopo la Lombardia.

La filiale nell’epoca dell’intelligenza artificiale

BCC Veneta conta oltre 170 mila clienti, 30 mila soci e 93 filiali, distribuite principalmente nelle province di Verona, Vicenza e Padova. «Una banca di credito cooperativo che non è locale e mutualistica non è più una banca di credito cooperativo».

Le norme delle BCC prevedono che almeno il 95% del credito venga erogato nel territorio di competenza. Piva lo traduce con un esempio concreto: «Noi raccogliamo a Verona e diamo credito a Verona. Il vero localismo è questa roba qua. Il resto sono poesie».

Nel frattempo la tecnologia sta cambiando il lavoro in banca. L’intelligenza artificiale viene già utilizzata per attività come la costruzione di una pratica di fido o l’analisi del rating di un’impresa. Per Piva, però, il rapporto personale con il cliente resta. E cambia: «Avremo bisogno di persone sempre più competenti e capaci di conoscere i territori».

La filiale dovrà quindi occuparsi sempre meno delle operazioni ordinarie e sempre più di consulenza a famiglie e imprese, dai mutui alle successioni fino ai passaggi aziendali.

BCC Veneta ha un CET1 ratio del 27,65%, mentre gli impieghi sono cresciuti del 5,5% nel 2025. Nei prossimi mesi dovrebbe arrivare anche la nuova Fondazione: la banca ha stanziato 10 milioni di euro per il patrimonio iniziale.

Quanto alle aggregazioni, Piva esclude l’idea di un’unica grande BCC regionale. «Non ho nessuna idea di fare una banca regionale sola». Alcune aggregazioni, però, «saranno comunque necessarie».

Il limite, per Piva, è uno: «Se perdi questa cosa, diventi una banca come tutte. A quel punto contano i muscoli». E contro i grandi gruppi, aggiunge, «non c’è storia».

Flavio Piva: «Verona deve decidere cosa vuole fare da grande»