(di F.R.R) Sabato 22 agosto si è tenuto a Cortina Future Talks – Impresa ad alta quota, l’appuntamento organizzato da Fondazione Cortina in collaborazione con il Comune per discutere che cosa resterà dopo le Olimpiadi: come vivere tutto l’anno, trattenere i giovani, creare lavoro e migliorare i collegamenti senza perdere l’identità che ha reso Cortina una delle località più conosciute al mondo.
Sul palco, moderati da Bruno Vespa, si sono alternati il presidente di Fondazione Cortina Stefano Longo, Paola Severino, Filippo Giordano, il presidente di Save Enrico Marchi e il presidente di Ice Matteo Zoppas. A portare il confronto sul terreno del dopo Giochi è stato l’imprenditore veronese Giordano Riello, presidente di Nplus e quinta generazione di una famiglia industriale che ha segnato la storia produttiva veronese.
«Il futuro della montagna non si costruisce scegliendo tra identità e innovazione», ha detto Riello, spostando il confronto oltre il bilancio, in gran parte celebrativo, di Milano Cortina 2026.

Giordano Riello: «La montagna non diventi un museo»
Giordano Riello è arrivato per la prima volta a Cortina quando aveva due mesi e con queste montagne ha un legame personale e familiare che viene da lontano. Da lì la sua tesi: la fragilità della montagna sta anche nella capacità di cambiare senza perdere se stessa.
L’identità di Cortina, storia, cultura, paesaggio, reputazione internazionale, è un patrimonio che i Giochi hanno amplificato, ma che rischia di trasformarsi in immobilismo se non accompagna il cambiamento.
«Non credo in una montagna-museo. Credo in una montagna viva», ha spiegato. Una montagna resta viva quando ci sono persone che la abitano tutto l’anno, imprese che investono, scuole, infrastrutture, servizi e soprattutto quando un giovane può immaginare lì il proprio futuro.
È su questo, per Riello, che va misurato il successo del dopo Olimpiadi: non soltanto sulle presenze, sul Pil o sugli investimenti, ma su quanti ragazzi, pur potendo andare altrove, sceglieranno di restare e quanti, dopo essere partiti, avranno una ragione per tornare.
La verifica dei Giochi comincia adesso. Quando i riflettori si spengono, quello che resta non sono solo opere e infrastrutture, ma competenze, relazioni internazionali, persone formate, capacità organizzativa e nuovi investimenti.
«I Giochi durano poche settimane, ma la loro legacy deve durare una generazione».

Da Verona a Cortina, la sfida del dopo Olimpiadi
Riello ha portato il discorso anche sul mondo produttivo veneto. La sua famiglia, arrivata alla quinta generazione di imprenditori, mantiene otto stabilimenti su dieci in Italia. Ma sul tavolo ha messo anche uno dei limiti storici del sistema industriale italiano: il nanismo delle imprese.
«Piccolo è bello» poteva funzionare quando i concorrenti erano a Parigi, Bruxelles o Madrid; oggi la competizione è a Pechino, Tokyo, in Brasile, sui grandi mercati globali. Serve fare rete, costruire aggregazioni, superare un individualismo imprenditoriale veneto che Riello ha sintetizzato in dialetto: «Mi sto mal, ma lu sta peggio». Un modo di ragionare che, secondo l’imprenditore, non è più sostenibile.
Per Riello la responsabilità dell’impresa non si esaurisce nel bilancio. La domanda è che cosa, di quanto si costruisce oggi, esisterà ancora tra vent’anni: lavoro, competenze, investimenti, la possibilità per una persona di costruirsi una famiglia. Essere imprenditori significa anche «assumersi una parte della responsabilità del futuro».
Paola Severino ha indicato nella formazione una delle condizioni per trasformare l’occasione olimpica in un patrimonio stabile. Non bastano nuovi alberghi se manca chi sappia gestirli e non basta parlare di destagionalizzazione senza professionalità capaci di sostenere un turismo aperto più a lungo. Da qui anche l’idea di un hub a Belluno, con Confindustria e Luiss, dedicato al management del turismo e alla formazione.
Il paradosso dell’aeroporto Catullo
Più celebrativo il bilancio di Stefano Longo, Matteo Zoppas ed Enrico Marchi. Longo ha rivendicato il lavoro di Fondazione Cortina e le professionalità costruite durante Olimpiadi e Paralimpiadi, guardando già alle Coppe del Mondo, alle Olimpiadi giovanili del 2028 e al futuro della pista Eugenio Monti.
Zoppas ha insistito sull’esposizione internazionale ottenuta da Milano Cortina e sulle opportunità aperte alle imprese italiane e al Made in Italy. Marchi ha ricostruito invece il lavoro del Marco Polo di Venezia, uno dei due aeroporti ufficiali dei Giochi, tra rotte intercontinentali, collegamenti con la Cina e il ruolo dello scalo nell’avvicinare Cortina ai mercati internazionali.
È stato Vespa a riportare il confronto su una questione molto più vicina. Prima sui 147 chilometri che separano Venezia da Cortina, poi sulla possibilità di utilizzare maggiormente l’aeroporto di Dobbiaco e sulla realizzazione di un eliporto nella conca ampezzana.
Marchi ha spiegato che allungare la pista di Dobbiaco quanto servirebbe per accogliere jet privati intercontinentali avrebbe un impatto troppo pesante sul territorio, mentre il progetto dell’eliporto a Cortina è pronto e attende gli ultimi passaggi autorizzativi.
Ma nel ragionamento sull’accessibilità alla montagna c’è anche Verona. E non soltanto perché il Catullo, gestito dallo stesso gruppo Save, è stato direttamente coinvolto nei Giochi.
Lo scalo veronese si trova sull’asse dell’A22 del Brennero, la direttrice che da Verona sale verso Trento e Bolzano e serve uno dei principali bacini turistici alpini. Non a caso tra gli azionisti della società Catullo c’è la Provincia autonoma di Trento, con il 14,819 per cento, oltre alla Provincia autonoma di Bolzano.
Se dunque il dopo Olimpiadi passa anche dalla capacità di rendere la montagna più accessibile e di intercettare un turismo internazionale durante tutto l’anno, il ruolo di Verona diventa difficile da lasciare sullo sfondo. Il Catullo è una delle porte naturali verso il Garda, il Trentino-Alto Adige e l’arco alpino, eppure nel lungo ragionamento dedicato ai collegamenti con Cortina è entrato soltanto quando Vespa ha spostato il discorso sullo scalo veronese.
La domanda è stata molto semplice: perché da Verona non c’è un volo per Roma?
È arrivata mentre si parlava dei collegamenti del sistema aeroportuale con New York, la Cina e il Medio Oriente. Ed è proprio questo ad averla resa significativa. Da una parte l’ambizione di portare sulle Dolomiti viaggiatori provenienti dall’Asia e dagli Stati Uniti; dall’altra Verona, dove il Catullo ha raggiunto nel 2025 il record storico di 4 milioni di passeggeri, ma dalla quale oggi non si vola direttamente nella capitale.
Marchi ha risposto che Save sollecita da anni il ripristino della rotta e si è detto fiducioso per il prossimo anno, ricordando il progressivo arretramento dei collegamenti nazionali negli aeroporti del Nordest.
Il punto, però, va oltre il Verona-Roma. La domanda che resta dal confronto di Cortina è quale ruolo si voglia assegnare al Catullo nello sviluppo turistico della montagna dopo i Giochi. Perché Verona ha condiviso una parte dell’avventura olimpica, dispone di uno scalo appena ampliato ed è geograficamente inserita lungo una delle principali direttrici verso le Alpi.
A settembre sarà intanto The Brave Ride a unire fisicamente Verona e Cortina. Sul palco Giordano Riello ha lasciato un orizzonte ancora più lungo: immaginare Cortina tra vent’anni più moderna, accessibile, sostenibile e internazionale, ma ancora riconoscibile per chi la conosce oggi.
Perché innovare, ha ricordato l’imprenditore veronese, non significa cancellare il passato. Significa dargli un futuro.

