(di Francesca Romana Riello) In tredici anni Verona ha perso 168 negozi di moda. Nel 2012, nel solo territorio comunale, erano 384 le attività specializzate in abbigliamento, calzature e articoli in pelle; nel 2025 ne sono rimaste 216, un calo del 43,7%. Un dato che racconta quanto sia cambiato il commercio cittadino e quanto, oggi, non basti più alzare la serranda e mettere un buon prodotto in vetrina.
Da questi numeri è partito “Level Up – Le competenze che fanno la differenza in negozio”, l’incontro organizzato da Federmoda Confcommercio Verona insieme a Confcommercio Verona e agli Enti Bilaterali, ospitato negli spazi di Nuova Accademia Design (NAD) Verona.
Al centro dell’incontro non solo la crisi della rete commerciale, ma anche le possibili risposte: come può reagire il negozio fisico a consumi in calo, acquisti online in crescita e clienti che hanno cambiato abitudini, aspettative e modo di scegliere.
La serata, condotta dal presidente di Federmoda Verona Mariano Lieviore, si è aperta con il saluto del vicepresidente di Confcommercio Verona Nicola Baldo e dei padroni di casa Giampietro Sacchi e Nicola Pighi, rispettivamente direttore didattico e presidente di NAD.

Meno spesa, meno negozi
A mettere in fila i numeri è stato Massimo Torti, segretario generale di Federazione Moda Italia-Confcommercio. Il primo riguarda quanto le famiglie destinano alla moda: in Italia la spesa media mensile è scesa dai 114,65 euro del 2019 ai 102,55 del 2024, una contrazione del 10,6%. Nello stesso periodo l’incidenza della moda sulla spesa complessiva delle famiglie è passata dal 4,5 al 3,7%.
In Veneto la discesa è stata meno marcata, ma resta evidente: da 116,73 a 109,85 euro al mese, il 6,3% in meno, mentre il peso sul totale dei consumi è sceso dal 4,4 al 3,8%.
A Verona il cambiamento si vede direttamente nelle strade. Dai 384 esercizi del 2012 si era già scesi a 293 nel 2019, per arrivare ai 216 dello scorso anno.
La perdita non ha risparmiato il centro storico: rispetto al 2012 ci sono 80 attività in meno nel cuore della città e 88 nel resto di Verona. Negli ultimi sei anni, dal 2019 al 2025, sono scomparsi altri 77 esercizi: 25 in centro e 52 negli altri quartieri.
Fuori dai confini cittadini, però, i numeri raccontano una storia opposta. Dal 2000, secondo i dati presentati durante l’incontro, la produzione mondiale della moda è cresciuta del 200% e le vendite del 400%. Ancora più rapido l’aumento dei piccoli pacchi provenienti dai Paesi extra Ue: 1,4 miliardi nel 2022, 2,3 miliardi nel 2023, 4,6 miliardi nel 2024 e 5,9 miliardi nel 2025.
Moda, Verona perde 168 negozi in tredici anni
Il problema, quindi, non è soltanto la diminuzione della spesa. Una parte crescente degli acquisti si è spostata su altri canali e anche il rapporto tra cliente e negozio è cambiato.
È su questo terreno che, secondo Torti, si gioca il futuro del commercio tradizionale. Il negozio fisico deve fare i conti con l’online, ma anche imparare a usarlo. Social, intelligenza artificiale, analisi dei dati, visual merchandising e sostenibilità sono entrati nel lavoro quotidiano di chi vende abbigliamento, scarpe e accessori.
La tecnologia da sola, però, non basta. Due attività possono trovarsi nella stessa città, avere dimensioni simili, vendere gli stessi prodotti agli stessi prezzi e ottenere risultati molto diversi. A fare la differenza sono sempre più le competenze di chi le gestisce.
Conoscere i propri clienti e leggere i dati, capire quali prodotti funzionano, comunicare sui social, formare i collaboratori, integrare il negozio con l’online e misurare i risultati sono diventate competenze necessarie anche per una piccola attività commerciale.
Per Torti, quella in corso non è una difficoltà passeggera destinata a risolversi con una ripresa dei consumi. È una trasformazione strutturale del mercato, che obbliga anche il mestiere del commerciante a cambiare. Pensare di tornare semplicemente al modello di qualche anno fa significa fare i conti con un mercato che, nel frattempo, è già andato altrove.

La vetrina resta il primo biglietto da visita
Eppure non tutto passa da uno schermo. Una parte dell’incontro è stata dedicata a uno degli strumenti più tradizionali del commercio: la vetrina.
Ne ha parlato Mario Masiero, formatore e Maestro dell’Accademia Vetrinistica Italiana, affrontando in maniera pratica gli errori più frequenti e le strategie per attirare l’attenzione di chi passa davanti a un negozio.
La vetrina resta il primo contatto con il cliente e deve riuscire in pochi secondi a fermarne lo sguardo, valorizzare il prodotto e rendere riconoscibile il punto vendita. Un lavoro che acquista ancora più peso quando la concorrenza dell’online rende più difficile convincere le persone a entrare.
Durante la serata si è parlato anche di sostenibilità, declinata in una “tripla E”: ecologica, economica ed etica. Perché una scelta possa durare deve essere sostenibile non soltanto dal punto di vista ambientale, ma anche per i conti dell’impresa.
Annamaria Zanella ed Enrico Bosco di Confcommercio Verona hanno infine presentato i percorsi di formazione di Unionservices e degli Enti Bilaterali, insieme ai bandi e alle opportunità a disposizione delle imprese per investimenti, aggiornamento delle competenze, innovazione e sviluppo aziendale.
L’incontro si è concluso con un momento di confronto tra imprenditori e operatori. Il dato di partenza, intanto, resta quello dei 168 negozi di moda scomparsi a Verona dal 2012. E per quelli ancora aperti la sfida è riuscire a cambiare insieme a un mercato che lo ha già fatto.

