(di Francesca Romana Riello) Un emocromo, l’esame del sangue più comune, letto attraverso un algoritmo può individuare tra i pazienti con diabete di tipo 2 quelli più esposti, negli anni, a complicanze cardiovascolari e renali e a un rischio più alto di mortalità.
Lo dimostra uno studio internazionale pubblicato su Cell Metabolism, a cui ha partecipato anche l’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona con Riccardo Bonadonna, direttore dell’Endocrinologia, Diabetologia e Malattie del metabolismo e presidente della Società italiana di diabetologia, insieme a Maddalena Trombetta ed Elisabetta Rinaldi.
L’esame è già utilizzato di routine. Nell’emocromo, infatti, la formula leucocitaria indica la quantità delle diverse cellule immunitarie presenti nel sangue, tra cui neutrofili, linfociti e monociti. I ricercatori hanno utilizzato questi valori per cercare differenze tra pazienti che, pur con la stessa diagnosi, possono andare incontro a evoluzioni molto diverse della malattia.
Quattro profili immunitari
L’algoritmo ha permesso di distinguere quattro profili, definiti «endotipi»: una forma infiammatoria severa, indicata con la sigla SIND; una infiammatoria lieve, MIND; una caratterizzata da una maggiore presenza di linfociti, LYRD; e una con una minore presenza di linfociti, LYDD.
I profili SIND e LYDD sono risultati quelli associati a un rischio maggiore di complicanze cardiovascolari e renali e di mortalità. Una differenza che non dipende semplicemente dall’età del paziente o da una malattia già più avanzata.
Gli endotipi individuati dallo studio sono risultati stabili nel tempo e indipendenti da età, sesso, indice di massa corporea ed emoglobina glicata, uno dei principali parametri utilizzati per controllare l’andamento del diabete.
Lo studio ha coinvolto complessivamente circa 70 mila persone di origine europea con diabete di tipo 2, comprese oltre 1.500 persone di nuova diagnosi. L’analisi ha permesso di collegare i diversi profili immunitari a differenti livelli di rischio di mortalità e di complicanze cardiorenali.

Diabete, un emocromo può svelare chi rischia di più
Per individuare il profilo immunitario non servono test complessi: bastano i valori delle cellule immunitarie contenuti nell’emocromo, elaborati attraverso l’algoritmo sviluppato dai ricercatori. La novità è che queste informazioni arrivano da un esame già disponibile nella normale pratica clinica.
L’esame non permette di prevedere con certezza chi svilupperà una complicanza, ma può aggiungere un elemento alla valutazione del rischio e aiutare a riconoscere i pazienti per i quali può essere indicato un controllo più stretto di cuore e reni.
«Fin dal momento della diagnosi di diabete di tipo 2, ma anche a distanza di anni – spiega Bonadonna – sarà possibile individuare i sottogruppi di pazienti a maggior rischio di complicanze e di premorienza».
Per queste persone, aggiunge il diabetologo, si potrebbe quindi ricorrere a «un monitoraggio cardiovascolare e renale più stretto» e a strategie terapeutiche più mirate prima che le complicanze diventino clinicamente evidenti.
L’infiammazione può diventare un bersaglio
Il profilo infiammatorio associato al gruppo SIND, quello con il rischio più elevato, non sembra però immutabile.
Nello studio questa caratteristica si è attenuata con farmaci antagonisti dell’interleuchina-1 beta e dopo interventi di chirurgia bariatrica. Un dato che, secondo gli autori, fa ipotizzare che l’infiammazione osservata nei pazienti a maggiore rischio possa essere qualcosa di più di un semplice indicatore.
«Questo suggerisce, osserva Bonadonna , che il diverso profilo infiammatorio non sia solo un marcatore prognostico, ma un possibile bersaglio terapeutico sul quale intervenire per modificare la traiettoria clinica dei pazienti più a rischio».
Resta un passaggio che richiederà ulteriori verifiche prima di tradursi in una strategia terapeutica costruita sull’endotipo del singolo paziente.
