(di Gianni Schicchi) Terzo concerto del Settembre dell’Accademia con un ritorno molto gradito, quello della Bergen Philharmonic Orchestra, mancante al Filarmonico da ben 36 anni. La formazione norvegese è una delle più antiche in Europa, fondata nel 1765 e riorganizzata nel 1919 utilizzando 40 musicisti professionisti, che dieci anni fa sono diventati ben 101 a tempo pieno. L’orchestra ha avuto una lunga tradizione per avere in repertorio molta musica contemporanea, con nuove composizioni che continua a commissionare ed eseguire regolarmente. 

La seconda Sinfonia di Beethoven, per esempio, fu eseguita a Bergen nell’anno in cui fu pubblicata (1804), ancora prima di essere presentata a Berlino. La città ha dato i natali al grande compositore Edvad Grieg che aveva stretti legami con l’orchestra e che fu suo direttore artistico fino al 1882, lasciando in eredità una parte del suo patrimonio ad un fondo che continua a fornire un sostegno finanziario all’orchestra. Fra i compositori impegnati a dirigerla si possono citare i nomi di: Copland, Nielsen, Sibelius, fino ai grandi direttori: Eugene Ormandy, Thomas Beecham, nonché Leopold Stokowski che contribuì a divulgare il noto Festspillene Bergen. 

La Bergen Philharmonic si è presentata con la direzione del russo, naturalizzato finlandese Dima Slobodeniouk, già al Settembre dello scorso anno con la Dresdner Orchestra e col pianista norvegese Leif Ove Andsnes, che nel 2022 venne pure al Filarmonico alla guida (e come solista) della Mahler Chamber per un “tutto” Mozart. I due musicisti in questa occasione hanno affrontato un programma molto ambizioso, imperniato sul Secondo Concerto per pianoforte in sol maggiore op.83 di Brahms e la Quarta Sinfonia in fa minore op. 36 di Cijakowskij.  

Il concerto precede di pochi mesi la realizzazione della Terza Sinfonia, dove Brahms riuscì pure a costruire un discorso musicale appassionatamente unitario, utilizzando i più complessi artifici dello sviluppo tematico e della variazione, tanto da far adempiere al pianoforte un ruolo eroico, da protagonista grandioso.

In confronto con la lunga, complessa, travagliata gestazione del primo concerto, il secondo appare incredibilmente semplice, facile, scorrevole. Un’opera di ragguardevoli dimensioni, ma distratto dal Concerto per violino e dalla Sonata op. 78, Brahms l’aveva temporaneamente accantonato. Ritornò ad occuparsene dopo un nuovo viaggio in Italia e da alcune lettere si capisce che fu ultimato nel luglio 1881. Si trattò di una delle più imponenti, strutturate e sviluppate composizioni da lui concepite anche se continuò a chiamarla “piccolo concerto”.   

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Fin dal primo movimento si intravvede quanto il solista Ove Andsnes tenga ad accentuarne i caratteri drammatici, di grande Sinfonia con pianoforte, nella quale si medita non senza dolore sulla fine di una civiltà. Il suo pianoforte irrompe subito, con incisi di risposta al grande tema iniziale del corno, per poi abbandonarsi ad un’ampia cadenza. Non sappiamo se il solista norvegese abbia le coordinate tecnico – mentali per un approccio di forza e di espressività degne per esempio di un Pollini o di un Arrau. Nella sua esecuzione non è che sia carente l’emozione, che offra un Brahms sottoposto ad una sorta di “understatement”. Tuttavia non gli si può negare la grande emotività, con respiri molto lunghi e forse una volontà di sofisticazione, che danno vita ad un Brahms che si propone tanto originale, tuttavia un po’ aproblematico.    

Dunque poche di quelle macerazioni che alla tastiera Brahms confidava come ad uno specchio brunito, nel quale scrutava sé stesso. Ove Andsnes sceglie anche l’eleganza, la forbitezza, il suono volatile. Ed anche questa è una prospettiva: da condividere o meno, beninteso. Molto applaudita la sua esecuzione, con diverse chiamate in proscenio e la concessione di due bis, fra cui una Tarantella di Chopin. 

La serata si è conclusa con la Quarta Sinfonia di Cijakowskij, dove Dima Slobodeniouk non mostra la riflessione tragica di un grande come Furtwängler, ma la sua direzione è un colpo diretto allo stomaco, di una energia quasi beethoveniana. L’Andantino evita l’intimismo malinconico e trova invece una nobiltà classica, asciutta, quasi haydniana. Lo Scherzo pizzicato è un piccolo miracolo tecnico: ogni nota staccata risuona nitida, ma l’insieme resta leggero e compatto. Il Finale è una corsa travolgente, un fuoco d’artificio orchestrale che cresce in tensione fino all’ultima battuta. 

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Forse Slobodeniouk potrà sembrare troppo oggettivo, poco russo, ma è proprio quel suo distacco, quella sua lucidità, a generare una forza drammatica piuttosto rara. L’orchestra norvegese lo segue con disciplina e intensità, raggiungendo così una potenza emotiva ed uno splendore sonoro davvero innegabili, accolta dal pubblico con vivi e ripetuti consensi, tanto da provocare un bis: Sibelius.