(Angelo Paratico) Il sorriso della Gioconda di Leonardo da Vinci ha affascinato milioni di persone. Il Re di Francia Francesco I versò una somma enorme a uno degli allievi di Leonardo per acquistarla, anche se avrebbe potuto semplicemente sequestrarla, essendo già nel suo palazzo. Napoleone per alcuni anni la tenne appesa nella sua camera da letto e, ancor oggi, attira periodicamente l’attenzione morbosa di pazzi e mitomani.

Il sorriso della Gioconda
Secondo Sigmund Freud la Gioconda sarebbe una immagine idealizzata della madre di Leonardo. Per quanto riguarda il suo sorriso, la spiegazione del suo fascino starebbe in una lieve curvatura del suo labbro sinistro – già notata nel 1896 da Robert de Sizeranne – e questa sarebbe dovuta a una sproporzione geometrica dovuta alle ombre attorno alle labbra e alla loro percezione da parte della nostra retina. Infatti, quando guardiamo il ritratto dritto negli occhi, il suo sorriso sparisce ma quando ci si focalizza altrove, entra nella visione periferica della retina e appare sfumato e ampio: dunque quel sorriso appare più evidente nella visione periferica che non in quella centrale. Questo è un sottile dettaglio che conferisce alla Gioconda un che di enigmatico e di misterioso.

La concordanza con il Firenzuola
Agnolo Firenzuola, un femminista ante litteram, in un suo celebre trattato sulla bellezza delle donne del 1541 accenna proprio a questo punto. Ma dato che Leonardo morì nel 1519, come possiamo spiegare questa coincidenza? L’unica spiegazione possibile, a nostro giudizio, è che il giovane Firenzuola incontrò Leonardo prima della sua partenza per la Francia, forse nel 1515 o nel 1516 a Roma, oppure a Bologna e Parma. Il padre del Firenzuola aveva conosciuto molti dei personaggi chiave nella vita di Leonardo; quindi, entrambi questi fiorentini avevano molte amicizie in comune.

Un femminista dimenticato
Il Firenzuola scrisse molti libri per lodare le donne, sia per quanto riguarda la loro bellezza, che grandemente ammirava pur essendo un frate e per le loro capacità letterarie, pubblicando un testo con lettere di famose cortigiane e principesse italiane, senza neppure i testi di un uomo, un fatto rivoluzionario per l’epoca. Ma ecco un accenno indiretto al sorriso della Gioconda nel suo libro Dialogo delle bellezze delle donne intitolato Celso:
“Eccoci alla bocca, fontana di tutte le amorose dolceze, la quale disidera più tosto pendere nel picciolo che nel grande; né deve esser aguza, né piatta; e nello aprirla, massime quando si apre senza riso o senza parola, non averia a mostrar più che cinque denti, insino in sei, di quei di sopra.
Non sien le labbra molto sottili né anche soverchio grosse, ma in guisa che il vermiglio loro apparisca sopra lo incarnato che le circonda; e voglion nel serrar della bocca congiungersi pari, che quel di sopra non avanzi quel di sotto, né quel di sotto quel di sopra; e voglion fare verso il lor fine una certa diminuzione diminuita in angulo ottuso: come è questo; ma non come lo acuto o come il mento. Egli è ben vero che, quando il labbro di sotto, e massime quando la bocca è aperta, gonfia un poco nel mezo più che quel di sopra, con un certo segno che mostri quasi di dividerlo in due parti, che quel poco di gonfiamento dà gran grazia a tutta la bocca. Tra il labbro di sopra e quel che voi chiamate il mocol del naso, vuole apparire eziandio una certa dimensione, che paia un picciol solco e poco a dentro, seminato di rose incarnate. Il serrar la bocca qualche volta, con un dolce atto e con una certa grazia, dalla banda dritta e aprirlo dalla manca, quasi ascostamente soghignando, o mordersi talora il labbro di sotto non affettatamente, ma quasi per inavertenza, che non paressero attucci o lezi, rare volte, rimessamente, dolcemente, con un poco di modesta lascivia, con un certo muover d’occhi, che or riguardino fissamente e allora allora rimirino in terra, è una cosa graziosa, un atto che apre anzi spalanca il paradiso delle delizie e allaga d’una incomprensibile dolceza il core di chi lo miraì disiosamente. Ma tutta questo sarebbe poco, se la belleza dei denti nonconcorresse con l’essere piccioli, ma non minuti, quadri, uguali, con bello ordine separati, candidi e allo avorio simili sopra tutto, e dalle gingive, che più tosto paiano orli di raso chermisino che di velluto rosso, orlati, legati e rincalzati”.
Agnolo Firenzuola nacque a Firenze il 28 sett. 1493, primo dei cinque figli del notaio Bastiano Giovannini da Firenzuola e di Lucrezia Braccesi, figlia dell’umanista Alessandro, che Bastiano servì come segretario personale. Alessandro Braccesi fu intimo di Giuliano e Lorenzo de’ Medici e conobbe anche la bella Ginevra de’ Benci, il cui fratello era amico di Leonardo. Alessandro Braccesi iniziò la professione di notaio nel 1467 e fu impiegato nella cancelleria della Repubblica e della Signoria fiorentina, per la quale svolse varie attività diplomatiche. Nel 1470-1471 fu a Napoli e poi a Roma con gli ambasciatori Jacopo Guicciardini e Pierfrancesco de’ Medici. La svolta anti-savonaroliana a Firenze nel 1498 che portò in maggio alla condanna del frate, provocò anche la caduta in disgrazia del Braccesi, di cui era stato partigiano. Dopo qualche anno d’isolamento, dovette ottenere la fiducia dei nuovi signori di Firenze: alla fine del 1502 fu inviato in missione a Roma, ma vi si ammalò e morì il 7 luglio 1503. La sua tomba si trova nella basilica di Santa Prassede, dove è ricordato da un epitaffio dettato dal nipote. Agnolo Fiorenzuola fu battezzato con i nomi di Michelangelo e Gerolamo, trascorrendo l’infanzia a Firenze. Sedicenne, intraprese lo studio del diritto a Siena; quindi, fu a Perugia, dove completò gli studi nel 1515-16. S’innamorò della moglie di un notaio di origini fiorentine. Compose dei dialoghi a lei dedicati anche se questa morì prematuramente, e la sua opera fu sottoposta al Tolomei, che forse espresse riserve sulla scelta di affidare temi filosofici a interlocutrici femminili. Il Firenzuola gli rispose nel 1525 con un’Epistola in difesa delle donne. Nei mesi successivi si manifestò la grave infermità, molto probabilmente si trattava di sifilide.

Rovinato dalle donne
La bellezza femminile era un soggetto in voga fra i neoplatonici; il Firenzuola accentua il tema della bellezza come armonia delle forme in cui il piacere dei sensi così sublima in superiore contemplazione intellettuale. Tuttavia, le allusioni velate ma facilmente leggibili fatte alle donne pratesi utilizzate come modello per delineare il ritratto della bellezza ideale non mancarono di suscitare pettegolezzi e risentimenti, con il risultato di alienarsi il favore delle famiglie abbienti della città, il Firenzuola si spense a Prato nel 1543 in assoluta solitudine e povertà e per questo possiamo dire che egli fu rovinato dai suoi eccessi di passione per le donne.
