Oggi più che mai si sente parlare di Sud globale , di anticolonialismo 2.0 in antitesi al mai cessato ed ora declinante dominio Occidentale su molte aree del continente africano. Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, con le loro multinazionali, sono in ritirata. Al loro posto arrivano Turchia, Russia e Cina. Queste ultime due con un approccio diverso da quello che hanno sempre contraddistinto Londra ,Parigi e Washington. Poco e quasi mai invece si parla della presenza italiana in Africa, che ha interessato il Corno d’Africa e la Libia. Tra il 1800 e i primi del 1900 l’Europa raggiunge il suo apogeo come potenza mondiale con la Gran Bretagna e la Francia che la fanno da padroni in Africa  spartendosi il continente dopo la crisi di Fashoda che  vide la sconfitta diplomatica della Francia nel 1898.

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ne ha parlato con Alberto Alpozzi fotoreporter freelance, specializzato in aree di crisi, ha documentato e raccontato le guerre in Afghanistan, Libano, Kosovo e la missione antipirateria in Somalia. Suoi reportage sono stati pubblicati da La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Famiglia Cristiana.

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Alberto Alipozzi

Per la tedesca Bilderfest ha partecipato, unico italiano, alla realizzazione del documentario televisivo “Ustica – Tragedia nei cieli”. Dal 2013 svolge ricerca storica sul colonialismo italiano in Somalia. Direttore del sito italiacoloniale.com. Collabora con il mensile “Storia in Rete”.
Per Eclettica Edizioni ha pubblicato “Il faro di Mussolini – Il colonialismo italiano in Somalia oltre il sogno imperiale”, “Viaggio nella Somalia italiana – La visita del Principe Umberto di Savoia nelle fotografie ritrovate di Carlo Pedrini”, “Dubat – Gli Arditi somali all’alba dell’Impero fascista” e “Bugie Coloniali – Leggende, fantasie e fake news sul colonialismo italiano”.

Quando l’Italia iniziò a guardare all’Africa? 

«La storia del colonialismo italiano risale all’epoca dell’Unità d’Italia o se si vuole a Camillo Benso Conte di Cavour quando nel 1857 cercò di aprire trattative commerciali con l’Etiopia. Il cosiddetto “destino africano” fece la sua comparsa attraverso la voce di Giuseppe Mazzini che, compiuta l’unità d’Italia nel 1861, individuava i mezzi dell’espansione del nuovo Regno «nell’influenza italiana da aumentarsi sistematicamente in Suez e in Alessandria e in un’invasione colonizzatrice da compiersi quando che sia data l’opportunità sulle terre di Tunisi».

Ricordiamo anche l’intervento di Nino Bixio, senatore, nella seduta parlamentare del 4 marzo 1861 quando “aveva tuonato alla Camera per dimostrare a quelle orecchie dormienti, intuendo problematiche future, che l’Italia dopo l’apertura della nuova via d’acqua (canale di Suez, nda), avrebbe di certo dovuto disporre nel mar Rosso di almeno un porto e indicò proprio Assab” chiedendo che fosse presto presidiata.

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Cesare Correnti, anch’egli senatore del Regno, fondatore e secondo presidente, dal 1873 al 1879, della Società Geografica Italiana, scriveva: “L’Africa ci attira invincibilmente. È una predestinazione. Ci sta sugli occhi da tanti secoli questo libro suggellato, questo continente mummificato, onde pur ci venne primamente la civiltà, e che ora ci esclude dai grandi Oceani, ci rende semibarbaro il Mediterraneo, e costringe l’Italia a trovarsi sugli ultimi confini del mondo civile. […] In tanto affollamento di genti e di stati, che ci chiudono d’ogni parte l’orizzonte, codesto dell’Africa è ancora l’unico spiraglio, da cui ci si mostri un po’ di luce”.

A Milano invece, troviamo l’eroe delle Cinque Giornate, il Capitano Manfredo Camperio che  invitava gli italiani a portare “la bandiera, pacifica e civilizzatrice, così nei mari lontani come nelle terre tutt’ora inesplorate, ove aprire nuovi mercati ai commerci”. 

Nel novembre 1869 con l’apertura del canale di Suez le grandi nazioni europee iniziarono a guardare al Mar Rosso come nuova via verso le Indie. 

Per i nuovi approdi l’Italia inizialmente pensò all’isola di Socotra nell’oceano Indiano davanti al Corno d’Africa (poi occupata nel 1876 dagli inglesi a tale scopo) ma venne considerata inadatta. Gli inglesi, dal canto loro, avevano già approntato come scalo Aden, nell’attuale Yemen, che affacciava sull’omonimo golfo all’imboccatura del Mar Rosso, e una volta acquisito il primato non volevano certo perderlo».

Quali furono i primi possedimenti italiani e come vennero ottenuti?

«Nel Mar Rosso il governo italiano, non potendo ufficialmente prendere possesso di porzioni di litorale africano, incaricò il missionario Giuseppe Sapeto di acquistare la baia di Assab, nell’odierna Eritrea, per seimila talleri di Maria Teresa.

Il 15 novembre 1869 Sapeto firmò per conto della società di navigazione genovese Rubattino il contratto con i due sultani Dankali dell’Aussa Berehan, i fratelli Ahmad una porzione di costa davanti allo stretto di Bab el-Mandeb: la baia di Assab. Lo scopo era quello di creare un porto di servizio e un deposito di carbone per le navi italiane affinché non dovessero dipendere dagli inglesi ad Aden. Dal 12 marzo 1870 il Tricolore sventolò per la prima volta in terra d’Africa.

La proprietà dell’area passò ufficialmente allo Stato italiano nel 1882 e nel 1890 fu istituita la colonia d’Eritrea, con Regio Decreto 1° Gennaio.
Rubattino, con successivi contratti stipulati il 30 dicembre 1875 e il 24 maggio 1880, personalmente finanziati da Vittorio Emanuele II, acquistò l’arcipelago Darmakieh e tutte le altre isole. Rubattino entrò così in possesso di un tratto di costa lungo 66 km e largo dai 2 ai 6 km comprendente i villaggi di Alali, Macaca, Assab e Margableh.

Più a sud, nel gennaio 1889, l’Italia iniziava un’altra penetrazione pacifica: in Somalia
Attraverso una convenzione con il Sultano di Obbia, ad opera di Vincenzo Filonardi console italiano a Zanzibar, erano stati concessi all’Italia i protettorati di alcuni territori in Somalia a sud del Corno d’Africa.
Infatti il 2 Dicembre 1888 il Sultano di Obbia, Jusuf Alì, aveva richiesto al Regio Console la protezione della bandiera italiana per sottrarsi alla dominazione inglese. Crispi con telegramma del 28 gennaio 1889 incaricò il nostro console di accogliere la domanda di quel Sultano.

L’8 febbraio 1889 a Obbia verrà concluso un accordo secondo cui tutti i territori del Sultanato di Obbia furono posti sotto la protezione italiana con un canone annuo di 1.200 talleri, poi portati a 1.800. Furono aperte così le porte a quella che diverrà la futura colonia della Somalia italiana poi affidata alla Società per il Benadir. Seguirà ad aprile, sempre ad opera di Filonardi, il protettorato sul Sultanato della Migiurtinia.

Quasi contemporaneamente l’Italia ottenne in sublocazione, dalla Società britannica per l’Africa orientale le rade di Uarsciek, Mogadiscio e Brava, di proprietà del Sultano di Zanzibar. Di questi possedimenti coloniali è interessante rilevare come nella documentazione d’epoca quando si tratti di inglesi si parli di occupazione, quando di francesi si parli di conquista e quando di italiani invece di acquisto.

Inoltre è bene ricordare la cessione che nel gennaio 1877 Menelik II, fece di un tratto di territorio a nord-est di Ancober, antica capitale dello Scioa in Etiopia, per l’impianto di una stazione ospedaliera, meteorologica e di sosta di proprietà assoluta della Società Geografia Italiana. La località in questione era Let Marefià. L’Italia fu l’unica fra le potenze europee ad avere in cessione un territorio situato nel cuore dell’Etiopia, come tangibile espressione delle trattative intraprese già da Cavour sin dal 15 gennaio 1857 con i capi etiopi».

L’impresa di Etiopia bollata e condannata dalla Società della Nazioni, ci ricorda molto il modus operandi attuale degli Stati Uniti, dove c’è chi può espandersi e chi invece se lo fa viene immediatamente sanzionato. Una guerra breve, 7 mesi contro forze ben armate, anche in questo caso che cosa sperava di ricavarne l’Italia anche sotto il profilo geopolitico, visto che aveva già in mano la Somalia? L’Italia poteva o doveva astenersi dall’invadere l’Etiopia? 

«Per l’Etiopia, ultima colonia italiana, la storia è diversa. La conquista del paese è considerata a tutti gli effetti il risultato di una guerra coloniale. Con la presa di Addis Abeba il 5 maggio 1936, venne creato, il 9 maggio, l’Impero. Al di là dei fatti noti facenti parte di un conflitto armato l’Italia conquistò un paese schiavista, ancora feudale, pressoché totalmente analfabeta, dove l’Imperatore Hailé Selassié era semplicemente un monarca assoluto.

La guerra iniziò il 3 Ottobre 1935. In pochi giorni l’avanzata procedette vittoriosa e le truppe italiane comandate dal Generale Emilio De Bono. Il primo atto ufficiale fu l’abolizione della schiavitù. Il 14 ottobre 1935 ad Adua promulgando il bando che metteva fuori legge lo schiavismo in tutta la regione del Tigrè.

Gli storici inglesi Jones e Monroe che all’inizio della guerra d’Etiopia dichiararono: “Nessuno dovrebbe avere a ridire sull’espansione italiana, notevole e pressante. L’Italia è una nazione che abbisogna di materie prime per le sue industrie in via di sviluppo e di uno sbocco per la sua popolazione in eccesso. E’ arrivata ultima nella corsa alle colonie e a causa di un governo inefficiente, è stata poco considerata alla conferenza di pace. Le si deve una riparazione”.

Considerazioni storicamente importanti per comprendere quella che fu l’ultima guerra coloniale. Sostenuta e condivisa da più voci. In Italia anche da Guglielmo Marconi, Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio, Benedetto Croce e Luigi Albertini. Oltre che dalla comunità ebraica (la Sinagoga di Roma donò oggetti d’oro per sostenere la guerra).

Il 7 aprile 1935 il noto scrittore e drammaturgo George Bernard Shaw aveva scritto un articolo ammonitore: “Sarebbe una pazzia voler dichiarare la guerra a Mussolini per l’Abissinia. Noi abbiamo conquistato vaste regioni del mondo abitate da gente di colore. Mussolini potrà fare altrettanto”.

Medesima opinione quella di Robert Vansittart, Sottosegretario permanente agli Affari Esteri inglesi, che dichiarò: “Ho sempre pensato che fosse questione di tempo il tentativo dell’Italia di espandersi… È stato un peccato non aver permesso all’Italia di avere una colonia tedesca nel 1919. La nostra fu un’avidità imprudente e l’episodio di fronte al quale ora ci troviamo è l’inevitabile conseguenza della nostra ottusa politica di allora”.

Lo storico Frederick William Deakin scrisse che “se l’Inghilterra e la Francia avessero trattato con più comprensione le pretese coloniali italiane avanzate nel 1919» le cose sarebbero andate sicuramente diversamente in Africa perché «un assetto generale, a quel tempo avrebbe potuto rafforzare i liberali italiani, e recuperare la maggioranza dei consensi della nazione al mantenimento di un governo costituzionale. Forse non ci sarebbe mai stata una marcia su Roma” perché non si sarebbe potuto quindi mai parlare di vittoria mutilata, lo strumento politico che contribuì in modo decisivo alla crisi del governo liberale e all’avvento del neonato Partito Nazionale Fascista. 

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Infatti all’origine della guerra d’Etiopia “sta la richiesta italiana di eventuali compensazioni coloniali, accettate da Francia e Inghilterra nel Trattato di Londra del 1915 e disattese poi a Versailles, dove i due alleati dimostrarono scarsa considerazione verso l’Italia“.

Ecco dunque che Deakin imputa a Francia e Inghilterra errori che avrebbero potuto evitare se solo avessero mantenuto fede al Trattato di Londra. 

Nel 1929 il patto non era ancora stato onorato e infatti Lord Miller, Presidente del Comitato costituito per l’esame del problema aveva redatto un memorandum a sostegno di una “equa compensazione per l’Italia”.
Non dimentichiamo che all’inizio del secolo scorso tutta l’Africa era suddivisa tra le varie potenze europee, in un epoca in cui il colonialismo era non solo normale ma anche accettato in tutto il mondo e che quindi il fascismo “avrebbe dato l’ultimo tocco, completandola, all’espansione dell’imperialismo europeo, da cui l’Italia era stata la principale esclusa”.

Fu la guerra un’aggressione? Si indubbiamente, come tutte le guerre che la storia dei popoli ricordi, proprio come quelle condotte negli anni precedenti dagli eserciti etiopi guidati da Menelik, il predecessore di Selassiè, che dal 1887 al primi anni del ‘900 si spinsero sempre più a sud e a ovest, saccheggiando e depredando, “incorporando – scrive Angelo Del Boca – le ricche regioni dell’Harar, del Caffa, del Welega, dell’Ilubabor, dell’Arussi, del Gemu-Goffa e anche quelle più povere dell’Ogaden, del Bale e del Sidamo. L’espansionismo etiopico si ferma soltanto ai confini dei possedimenti inglesi, francesi e italiani, ma il progetto di Menelik era molto più ambizioso: mirava al Mar Rosso e all’Oceano Indiano, ossia ad inglobare anche l’Eritrea e le tre Somalie”».

Nel suo recente articolo apparso sul numero 20 della rivista” Storia in Rete”, lei parla del rapporto n.106199 del Central Intelligence Group, predecessore  della Cia, sulla nostre colonie dal titolo “Considerazioni significative riguardo alla disposizione delle colonie africane  italiane”, ce ne vuole parlare?

«Nel documento 106188 del Central Intelligence Group “Significant considerations regarding the disposition of the italian african colonies” del 25 luglio 1947 vengono esposti il conflitto di interessi degli Alleati in Africa e la situazione economica delle colonie italiane: Libia, Eritrea e Somalia. Non viene considerata l’Etiopia. 

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Consapevoli che le ripercussioni del conflitto sarebbero state a lungo termine e che “le capacità dei Big Four di raggiungere i rispettivi obiettivi dipendono in modo importante dalla disposizione finale che verrà fatta delle colonie africane italiane” erano desiderosi di mettere le mani sui territori italiani.Erano consapevoli che “il risentimento arabo per gli sforzi britannici e francesi di perpetuare una politica di imperialismo” stava alimentando “una situazione con caratteristiche intrinsecamente esplosive” e che sarebbe sfociata, come poi accadde, “in rivolte locali contro le potenze occidentali”.

Il riconoscimento americano sul colonialismo degli italiani in Africa

Per gli Stati Uniti le colonie italiane di per sé non avevano alcuna importanza economica rispetto alla sicurezza ma indirettamente la Libia, ad esempio, avrebbe potuto fornire uno sbocco per gli emigranti italiani e quindi un’opportunità, seppure limitato, per il commercio estero, che sarebbe potuto essere utilizzato come “strumento per promuovere gli obiettivi economici degli Stati Uniti in Italia”.

I francesi dal canto loro temevano che “qualsiasi cambiamento radicale nello status delle colonie nordafricane” potesse trasformarsi in un precedente dannoso “da qui il forte sostegno francese alla rivendicazione dell’Italia sulle sue colonie prebelliche”.

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Nel mentre la neonata Repubblica Italiana, pur avendo firmato il 10 febbraio 1947 il Trattato di pace col quale rinunciava a tutti i diritti e titoli sulle colonie, spingeva ugualmente sul ritorno delle colonie all’Italia per raggiungere stabilità politica e riabilitazione “basando il caso sul fatto che all’Italia è stato successivamente accordato lo status di paese belligerante dagli Alleati; che tutte e tre le colonie sono state acquisite prima dell’ascesa del fascismo; che la Libia prima della guerra era diventata parte integrante dell’economia italiana; che le colonie sono state sviluppate attraverso lo sforzo italiano; e che molti italiani vi sono emigrati”. 

Per gli Stati Uniti “la minore quantità di questi territori provocherebbe solo un risentimento limitato” poiché l’Italia “non ha mai realmente tratto profitto economico dal suo possesso dell’Eritrea e della Somalia italiana”. Il documento declassificato espone lo stato delle colonie italiane (Libia, Eritrea e Somalia) nel 1947 amministrate dalle forze britanniche di occupazione. 

Ecco l’analisi chiara e lucida delle colonie italiane fatta dagli americani.
“La Libia non riuscì a dimostrare di essere una fonte di materie prime e solo con il
sostegno finanziarioe morale del governo diede un limitato sollievo alla pressione demografica italiana alla fine degli anni ’30”.

Gli americani rilevarono anche che “le lamentele libiche sono state forti contro l’occupazione britannica.
Nel rapporto dell’intelligence americana si legge che “economicamente, l’Eritrea era un peso per l’Italia prima della guerra, e non c’è alcuna prospettiva che possa mai diventare più preziosa per una potenza coloniale come luogo di insediamento”.
Gli americani ritenevano inoltre che ci fosse “poca probabilità che il paese possa mai essere industrializzato o che la bilancia commerciale sfavorevole prevalente prima della guerra cambi”.

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La Somalia ha un “territorio eccezionalmente carente di risorse naturali di valore per una nazione colonizzatrice […] I depositi minerali, ad eccezione del sale, sono stati trovati troppo insignificanti per meritare lo sfruttamento” pur tuttavia rilevano che “gli italiani, dopo il 1922, hanno cercato energicamente di sviluppare un’agricoltura redditizia, il cotone essendo la principale coltura coltivata. Ciò è stato fatto, tuttavia, solo attraverso sussidi governativie la colonia è sempre stata gestita dagli italiani con una perdita considerevole”».

A distanza di tanti anni quale è il ricordo che gli italiani hanno lasciato in Eritrea, Etiopia, Somalia, Libia? 

«Ce lo dice lo storico inglese Denis Mack Smith nel suo libro Le guerre del Duce: “Nelle colonie furono riversati ininterrottamente fiumi di denaro, con guadagni assai scarsi, e la bilancia commerciale, a dispetto di tutte le speranze, in nessun momento favorevole all’Italia. Gli amministratori coloniali italiani fecero spesso un buon lavoro e talvolta ottimo. Costruirono vaste reti stradali; e in qualche caso le popolazioni ricevettero – dall’abolizione giuridica della schiavitù, dal controllo delle epidemie e delle carestie e dall’amministrazione della giustizia – vantaggi più concreti che le popolazioni delle vicine colonie britanniche. Il contenimento delle guerre intertribali in Somalia fu un risultato importante”. 

Ancora Smith ricorda come dagli italiani furono concesse, in una misura inconsueta negli imperi coloniali dell’epoca, le libertà di espressioni, di riunione, di insegnamento e di proprietà” e prosegue scrivendo che “…l’Italia fascista fu più generosa di ogni altra potenza, e i risultati furono talvolta imponenti”.

Posso anche citare una testimonianza dell’On. Giuseppe Brusasca, antifascista e fondatore della divisione partigiana Patria. 

Nel 1948 come Sottosegretario dell’Africa Italiana si trovava al porto di Genova ad accogliere la motonave Sandal della Silver Line proveniente da Mogadiscio con 3.145 quintali di banane. Questa era la prima bananiera proveniente dalla Somalia dopo più di 7 anni. In quell’occasione l’on. Brusasca dichiarò: “la Somalia è una creazione del lavoro italiano, in Somalia non ci siamo sostituiti a nessuno, non abbiamo trovato null’altro che il deserto privo di risorse. Quello che oggi c’è, è tutto opera del lavoro italiano che in collaborazione col lavoro dei somali ha creato dal nulla le basi per la prosperità del territorio e per il benessere delle popolazioni. Perciò a questa Somalia il popolo italiano, senza differenza di opinioni, nè di partiti è tutto quanto affezionato”.

Con la sconfitta degli italiani in Africa Orientale il 20 gennaio 1941 l’Imperatore Hailè Selassiè fece ritorno in Africa per rientrare, con il supporto degli inglesi, in Addis Abeba il 5 maggio 1941. Ecco una sua dichiarazione: “Sono molto dolente che le circostanze di questa guerra non consentano di fare la conoscenza personale del generale Nasi, verso il quale professo la più alta ammirazione e la più viva riconoscenza per le direttive di politica indigena, inspirata ad un largo senso di giustizia e di umanità, da lui adottate e imposte durante tutto il periodo del suo vice-governatorato generale. Le migliaia di abissini da me interrogati dopo il mio ritorno in Etiopia mi hanno fatto, senza eccezioni, unanimi commoventi grati elogi del trattamento usato dal generale Nasi verso le popolazioni native dell’impero“». 

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Dott. Alpozzi l’Africa vide tra il XIX° secolo e il XX°,la presenza di diverse Imperi ,Regni e Nazioni, da quello Britannico, a quello Tedesco, dalla Francia repubblicana al Belgio per finire con la Spagna e il Portogallo, quali sono stati i principali caratteri distintivi di questo colonialismo? Che  eredità hanno lasciato e quale ne è il ricordo dei nativi?

«Le potenze europee furono colonialiste mentre l’Italia fu colonizzatrice rendendo produttive le terre e regolamentando le acque, costruendo strade, porti e ferrovie, organizzando traffici commerciali e creando una serie di istituzioni indispensabili per un elementare benessere.

La colonizzazione italiana non mirava al solo miglioramento della condizione degli indigeni quanto ad attirarli nella cerchia della propria civiltà per assimilarli.

Infatti per il dizionario italiano Treccani la definizione di “colònia” è la seguente: 1. Presso gli antichi, gruppo di cittadini di uno stato che per decreto pubblico o di propria spontanea volontà si stabilivano in un paese lontano, per abitarlo, coltivarlo, incivilirlo, acquisirlo agli ordinamenti e ai costumi della madrepatria, con la quale conservavano legami spirituali, giuridici ed economici;  2. In età moderna, possedimento di uno stato, di solito situato in territorio lontano (spesso transmarino) e abitato da popolazioni indigene per lo più economicamente sottosviluppate, le quali non godono degli stessi diritti civili dei gruppi etnici provenienti dallo stato dominante.

Nella lingua inglese e francese (vedere Collins e Larousse) a differenza dell’italiano, per definire e descrivere un possedimento coloniale non compare mai il concetto di vivere o abitare in una colonia coltivandola, farla progredire, assimilarla alla madrepatria e soprattutto non vi sono accenni all’antichità ma solo definizioni derivanti dalla storia moderna.

Il vocabolo “colonia” deriva dal verbo latino colere (colo), cioè coltivare, da cui colonus (colono) cioè l’uomo libero che nel tardo impero romano e nel medioevo era vincolato per tutta la vita al lavoro del terreno assegnatogli. Ma il verbo latino colere non significa soltanto coltivare, ma anche abitare, o meglio “abitare per coltivare”. Significa ancora aver cura, dirozzare – terres hominumque genus scriveva Virgilio – incivilire, rendere felici (felix), migliorare spiritualmente e materialmente.

Ne consegue che l’Italia, a partire dal suo dizionario e finendo con la sua storia, abbia mutuato nel loro complesso tutti questi significati e li abbia messi in pratica. Seguendo la tradizione romana, il colonialismo italiano si è mosso in quella direzione, da cui deriva la chiara ed inequivocabile definizione della Treccani. 

Infatti la colonizzazione, se inizialmente era un mero sfruttamento materiale, in un secondo momento non poteva più concepirsi con il gretto spirito mercantilistico. Questo non significa che la colonizzazione si trasformò in un’utopica opera di totale altruismo ad esclusivo favore delle popolazioni colonizzate.

Il colonialismo era ritenuto l’unica soluzione possibile e realizzabile che la società avesse per adempiere all’art. 22 del Patto della Società della Nazione nel quale si affermava che il benessere e lo sviluppo dei popoli non ancora in grado di sorreggersi da soli nelle ardue condizioni del mondo moderno costituivano una sacra responsabilità della civiltà che era opportuno affidare ai paesi avanzati.

Pensiamo, oggi, alle finalità dell’ONU: assicurare la pace e la sicurezza tra le nazioni, assicurare il rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della democrazia e aiutare lo sviluppo economico, sociale e culturale dei Paesi più poveri, tramite agenzie specializzate in diversi settori. Esattamente ciò che rendeva legittimo il colonialismo nel diritto internazionale che codificò il diritto di colonizzare ed espandere i propri possedimenti coloniali nelle regioni non civilizzate, considerate territori nullius, cioè giuridicamente vacanti. Inoltre i popoli colonizzatori non consideravano – secondo i principi di diritto coloniale –  i popoli barbari una comunità giuridica.

L’Italia voleva cioè davvero realizzare un nuovo tipo di colonialismo, più positivo ed ispirato a criteri umanitari e razionali. Pensava a rendere produttive quelle terre costruendo strade, porti e ferrovie. L’importante e nuovo concetto consisteva non solo nel governare con giustizia ma anche di far progredire i popoli colonizzati sia dal punto di vista economico sia di quello politico». 

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