(David Benedetti*) Dagli Stati Uniti uno studio lungo trent’anni suggerisce una strada per affrontare la violenza nelle scuole: non esistono profili affidabili degli studenti pericolosi, ma spesso qualcuno sa e non parla. Anche in Italia la prevenzione passa dalla capacità di ascoltare.
Il fatto è noto: la scorsa settimana una docente è stata aggredita da un suo alunno di tredici anni. È tornata a casa con una prognosi di sette giorni. Sulla cronaca dell’episodio e sulla polemica che ne è seguita non aggiungiamo altro. Non è questo il punto. La domanda, piuttosto, è un’altra: un’aggressione di questo tipo si può prevedere? E, soprattutto, si può evitare?
Sono domande che la scuola italiana è chiamata ad affrontare con crescente urgenza. Negli Stati Uniti, dove gli episodi di violenza all’interno degli istituti scolastici vengono studiati da decenni, la ricerca ha provato a spostare l’attenzione dalla ricerca del colpevole alla possibilità di riconoscere in tempo una situazione di pericolo. I risultati non offrono formule semplici. Ma indicano una direzione che riguarda anche noi.
Il profilo dello studente pericoloso non esiste
Uno degli studi più citati è quello realizzato nel 2002 da Bryan Vossekuil e dai suoi collaboratori per il Secret Service e il Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti. La ricerca ha esaminato 37 episodi di attacchi nelle scuole, che hanno coinvolto 41 studenti tra il 1974 e il 2000.
Il primo dato è quello che mette in discussione molte delle reazioni più immediate quando si verifica un’aggressione: non esiste un identikit dello studente che attacca la propria scuola. Le storie personali, le condizioni familiari e le situazioni vissute dai ragazzi coinvolti erano differenti. Non emergeva, dunque, un unico profilo capace di indicare in anticipo chi avrebbe potuto compiere un atto di violenza.
È un risultato importante anche per il dibattito che si apre dopo ogni episodio. Cercare una lista di caratteristiche, atteggiamenti o comportamenti da associare a un potenziale aggressore può portare a concentrare l’attenzione sulle persone sbagliate. E, soprattutto, a confondere un disagio, una difficoltà o un comportamento problematico con la previsione di un atto violento.
Prevenire non significa costruire un elenco di ragazzi da tenere sotto osservazione. Significa saper riconoscere situazioni che richiedono attenzione e intervento, senza trasformare il sospetto in una condanna.
Il secondo risultato della ricerca americana è forse quello più rilevante per la scuola di oggi. Nell’81% dei casi esaminati, almeno una persona era a conoscenza delle intenzioni dello studente o del fatto che si stesse preparando all’attacco. Nel 93 per cento di queste situazioni, chi aveva informazioni era un coetaneo: un amico, un compagno di classe, un fratello. Non si tratta di un dettaglio marginale. Significa che, in numerosi episodi studiati, un’informazione potenzialmente decisiva non era necessariamente nelle mani di un insegnante, di un dirigente o di un adulto incaricato della sicurezza. Poteva trovarsi nelle parole di un ragazzo.

È un elemento che invita a interrogarsi su quanto la scuola sia in grado di creare le condizioni perché gli studenti parlino. Non soltanto quando hanno subito un torto, ma anche quando vedono qualcosa che li preoccupa, ascoltano una minaccia o vengono a conoscenza di un progetto che potrebbe mettere qualcuno in pericolo. La questione non è chiedere ai ragazzi di diventare investigatori. È fare in modo che sappiano distinguere una situazione da segnalare, che non temano automaticamente di essere considerati traditori e che conoscano l’adulto a cui rivolgersi.
A rafforzare questa prospettiva è uno studio del 2021, dedicato a 67 piani di attacco nelle scuole statunitensi individuati e sventati tra il 2006 e il 2018. In tutti i casi esaminati, il piano è stato fermato dopo che qualcuno aveva notato un elemento preoccupante e lo aveva comunicato a un adulto. E quell’adulto era intervenuto. La differenza, in questo caso, non è stata la capacità di riconoscere un ragazzo sulla base del suo carattere o della sua storia personale. È stata la presenza di una segnalazione e la capacità di darle seguito.
Il dato non autorizza a pensare che ogni episodio di violenza possa essere evitato in questo modo. Non esiste una garanzia assoluta, né uno strumento capace di anticipare ogni aggressione. Ma indica un possibile punto di intervento: una scuola in cui parlare è possibile e in cui le segnalazioni vengono prese sul serio può aumentare le possibilità di intervenire prima che una minaccia si trasformi in un fatto.
Per questo la prevenzione non può ridursi a una lezione occasionale, a un documento da firmare o a un appello generico alla responsabilità. Richiede procedure chiare, formazione e soprattutto relazioni. Gli studenti devono sapere a chi rivolgersi, mentre gli adulti devono essere preparati a valutare le segnalazioni e ad agire in modo proporzionato e tempestivo. Non tutto ciò che appare preoccupante annuncia un’aggressione. Ma tutto ciò che viene segnalato merita di essere ascoltato e valutato con serietà.
Dopo un’aggressione, è naturale che chi lavora a scuola si chieda se avrebbe potuto accorgersi prima di qualcosa. È una domanda umana, ma rischia di trasformarsi in un peso individuale che non aiuta a costruire risposte efficaci.
Nessun insegnante può conoscere in anticipo le intenzioni di ogni studente. Nessun dirigente può garantire che ogni segnale venga riconosciuto. E nessuna lista di comportamenti può sostituire un sistema di prevenzione capace di coinvolgere l’intera comunità scolastica.
La domanda, allora, potrebbe essere un’altra: che cosa possiamo fare perché uno studente che vede o ascolta qualcosa di preoccupante sappia a chi parlarne, e perché quel messaggio non rimanga senza risposta?
È un cambiamento di prospettiva che non assolve nessuno dalle proprie responsabilità, ma le distribuisce in modo più concreto. Alla scuola spetta costruire un ambiente di fiducia e dotarsi di strumenti per intervenire. Agli adulti spetta ascoltare, valutare e agire. Agli studenti va offerta la possibilità di chiedere aiuto senza sentirsi soli.
L’esperienza americana non fornisce una ricetta da importare. Offre però un’indicazione da discutere anche in Italia: la prevenzione della violenza non passa soltanto dall’individuazione di chi potrebbe fare del male, ma dalla capacità di creare le condizioni perché chi sa qualcosa possa parlare. E perché, quando parla, qualcuno lo ascolti davvero.
*insegnante Liceo Scientifico
